«Lei non mi sta ascoltando. Ho detto che per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente. Ma esisto. E le persone iniziano a notarlo». Queste le parole con cui Arthur Fleck si rivolge alla sua psicoterapeuta. Ma esisto, afferma, ed in questa nuova consapevolezza sono tirate in ballo le persone. Attori così essenziali nel teatro della vita quotidiana, che per Arthur è sempre stata tragedia ed ora si traduce in commedia. Ma solo quando a ballare la sua danza bizzarra non è abbandonato a se stesso, perché sa di avere un pubblico, un pubblico che lo osserva, lo plaude, lo ammira e lo fa al di qua del gradino del palcoscenico da cui da sempre voleva catturare attenzione e risate. Al di qua, dove anche se dietro la sua maschera, può essere se stesso, riconosciuto come non si era sentito mai, nella sua identità più vera. Perché questa è la commedia che meglio gli appartiene, lontana da giochi di parole e battute comiche, la sua pellicola più intima che gli consente di inscenare e rappresentare il suo dolore, la sua indignazione e la più profonda solitudine che finalmente può venir riscattata. 

Per una vita confinato ai margini della società, Arthur, mascherato da clown, aveva interiorizzato la necessità tutta materna di far sorridere gli altri, allontanandosi in realtà ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno, dal suo sorriso più autentico. Deriso, schernito, umiliato, picchiato, Arthur era sempre stato il simulacro di se stesso. Chiunque avesse a che fare con lui non gli concedeva che uno sguardo distratto, fuggente; uno sguardo che non osserva, che non coglie, che non riconosce e che fa risuonare nell’animo del protagonista il senso massimo del suo non essere compreso, del suo non essere visto, visto davvero. 

Poiché, come afferma Hegel, “L’autocoscienza raggiunge il suo appagamento solo in un’altra autocoscienza”, volendoci dire che l’uomo diviene consapevole della sua esistenza solo se riesce a farsi riconoscere dagli altri. Fino a quel momento non sa se esistesse davvero, proprio come Arthur. Ogni figura umana che incorre nella sua vita non è altro che una parvenza ed un riflesso di ciò che lui vuole vedere in essa, ma in sostanza egli è solo, non è riconosciuto, non è altro che una monade leibniziana chiusa e senza finestre. Finestre che come occhi hanno tentato tante volte di guardare per essere a loro volta dischiuse, scoperte, nella speranza di uno scambio umano reale.

Ma tutto ciò che di reale rimaneva, era solo la più cieca distrazione, lo scherno, la violenza. Ed è da questa che Arthur afferra la suggestione della sua riscossa, dalla violenza in ogni sua forma che è stato costretto a subire, che lo ha reso alieno, agli altri ed a se stesso, in una società vile e sorda, che non si apre alla sofferenza, al bisogno, all’ascolto. Questa volta la maschera che indossa non lo nasconde ma lo rappresenta: il sorriso sul suo volto è in accordo con lo stato d’animo. Ora, attraverso la degenerazione disperante del suo grido di dolore inflitto agli altri, è riconosciuto, diviene l’eroe, colui che può riscattare un’umanità soggiogata ed emarginata. Attraverso la spettacolarizzazione della violenza Arthur lascia il posto a Joker, un alter ego in grado di seppellire il disprezzo e l’umiliazione abili a frammentare, come afferma Honneth, l’identità di un uomo privo di riconoscimenti.

 E il suo sorriso ora si veste di sangue, di fronte ad una Gotham plaudente che da spirale vorticante di smarrimento, diviene apocalisse di una nuova e quanto mai reale esistenza.