Il 9 agosto 1969, in una villa di Beverly Hills quattro sciagurati accoliti della setta di Charles Manson compivano una delle stragi più assurde, gratuite e sanguinarie che si conoscano, la fine della più lisergica stagione giovanile tutt’ora conosciuta, la stessa a cui le distorsioni e gli accordi di Woodstock lunghi tre giorni avrebbero fatto da entusiasmante ma fangosa colonna sonora. Quella casa Manson l’aveva presa di mira perché di proprietà del produttore discografico Terry Melcher, colpevole non certo di essere il figlio di Doris Day, ma di non aver dato modo di dar corso alle ambizioni musicali di quell’aspirante cantante e chitarrista diventato molto amico per un periodo di Teddy Wilson, uno dei fratelli Beach Boys. Solo che in quella casa ora vivevano l’attrice Sharon Tate e il regista Roman Polanski fresco reduce dei successi e dei premi vinti con il suo inquietante “Rosemary’s baby” ma che nel film sembra la controfigura di Austin Powers…

La premessa sembra necessaria, perché se c’è un comune denominatore nel film di Tarantino “C’era una volta Hollywood” è proprio qui che va individuato, nello spiazzamento, nella falsa pista, nell’annuncio di cose che non si compiono o si compiono in modo del tutto inaspettato.   

Lo scrittore pulp Jim Thompson pensava che l’unica trama possibile fosse sintetizzabile in una frase: “Le cose non sono quello che sembrano”. Il regista pulp Tarantino va ancora più in là: le cose, ci fa capire, non saranno quelle che vi aspettate. Al di là dei personaggi reali che pure lo abitano, il suo “C’era una volta Hollywood” è tutto così, dall’inizio alla fine. Anzi, già da prima dell’inizio, quando l’informazione, ancora prima che fosse presentato a Cannes lo aveva lanciato come un film sulla terribile strage compiuta la notte del 9 agosto sulle colline di Beverly Hills dagli accoliti di quel sinistrato di Charles Manson

Se il regista di “Pulp fiction” aveva già scatenato le sue ossessioni narrative in storie inventate – questa la domanda che tutti allora si ponevano – cosa potrà mai fare stavolta in un film ispirato, come si dice a un caso (e che caso…) vero?

Ma le cose, appunto, non sono quello che sembrano, e i due protagonisti Leonardo Di Caprio e Brad Pitt (rispettivamente attore di successo ma in mezza crisi di serie tv e la sua molto meno angosciata controfigura) il nostro Tarantino ce li fa scorrazzare per due ore in automobile e anche in aereo, di ritorno da quattro mesi di remunerativa full immersion italiana nel mondo degli spaghetti western, sfiorando appena la storia “vera”; proprio come la casa di Di Caprio, confinante in Cielo drive con quella abitata dalla coppia illustre Tate-Polanski, divertendosi a seminare esche qui e là: il factotum Brad Pitt che per aggiustare l’antenna di casa Di Caprio sale sul tetto e vede la bionda attrice intenta a trafficare in camera; la crisi professionale di Di Caprio che proprio quando è sul punto di crollare si riprende quasi miracolosamente sul set, dopo un dialogo con una bambina attrice partito ovviamente in un modo e finito in un altro; lo stuntman Brad Pitt che dopo una visita nella tana della setta Manson se ne va appena in tempo evitando ciò che per lo spettatore era già diventato inevitabile; così come quando un imbufalito per il rumore Di Caprio esce fuori di casa sua aggredendo a male parole (“hippie del cazzo”, “Dennis Hopper” e cose così) i quattro futuri assassini in macchina per sopralluogo armati di pistola, per non parlare dei veri manifesti di film con registi scambiati… 

Tutto così. Non solo senza spargimenti di sangue (tranne quello dello scellerato che aveva osato bucare una gomma alla macchina di Brad Pitt, pardon di Di Caprio), ma addirittura con intermezzi dove il talento per la scrittura di Tarantino può dare il suo meglio: il dialogo con l’attrice bambina di cui sopra, ma ancor più lo scontro a bordo set tra il maestro di arti marziali simil Bruce Lee e uno scettico Brad Pitt dai modi assai più sbrigativi.

Tutto così, fino alla mezz’ora finale, quando i quattro balordi giovani omicidi – che ve lo dico a fare – entrano nella casa sbagliata, con Di Caprio che se ne sta con la musica in cuffia in piscina. E lì allora Tarantino sembra scusarsi di essere stato troppo poco violento nelle due ore precedenti, esagerando a modo suo, senza rendersi conto che a cadere nella trappola tesa allo spettatore (“le cose non sono quelle che vi aspettate”) è stato alla fine lui stesso, distratto si direbbe dalla passione per gli spezzoni le serie tv e i film di serie C o D (o anche magari di serie A, come “La grande fuga”) di cui “C’era una volta Hollywood” è letteralmente infarcito, spesso gratuiti e inutilmente compiaciuti anche se mai come la performance di finto Steve Mc Quinn che  come Charles Manson compare una volta sola in tutto il film, ma è troppo anche quella…  

Da quel gran paraculo che è, con il gioco delle false piste, delle divergenze parallele tra finzione e realtà, Tarantino si direbbe però sia riuscito a raggirare anche la stessa critica: non per puro caso come Polanski che quella fatidica sera in casa non c‘era, ma coscientemente; specie quella più cinefila, che invece di andare dietro alla pista del film si è lasciata sviare dal gioco di citazioni sciorinato a bella posta dallo stesso regista nelle varie interviste promozionali. Citazioni, inserti e spezzoni il cui risultato, però, in più di due ore e mezzo di film, fanno molto più chincaglieria che gioielli. E vien quasi voglia di concludere che il regista della violenza gratuita per antonomasia, del parossismo cinematografico per eccellenza dei nostri giorni, stavolta abbia quasi avuto paura nel prendere di petto la spaventosa brutalità della cronaca, di cadere nel gorgo elicoidale di quell’ “Helter Skelter” di beatlesiana memoria cui il criminale hippie Manson pazzamente inneggiava, ritrovato poi scritto col sangue sulle pareti della casa teatro della più terribile delle stragi hollywoodiane.