Non un film che narra di Mani pulite o Tangentopoli. Non è un film che traccia la nascita di uno dei soli più cocenti della storia della politica italiana. Non è un film garantista o giustizialista nei confronti dell’uomo politico. Hammamet di Gianni Amelio scava nelle frustrazioni metafisiche degli ultimi sei mesi di vita di Benedetto Craxi, per tutti, Bettino, storico leader del Partito Socialista dalla personalità granitica, Presidente del Consiglio dei Ministri e del Consiglio Europeo negli anni Ottanta, contraddistinto da un tramonto solitario in Tunisia di una carriera brillante e logorante, per chi gli stava accanto. Lo stesso regista ci tiene a chiarire l’intenzione obliqua dell’opera:

Non è un film contro Mani Pulite. Volevo raccontare la vicenda di un uomo solo, la sofferenza morale e fisica dopo la presa di coscienza di essere stato abbandonato da tutti.

Sceneggiato da Amelio e Alberto Taraglio, prodotto da Pepito Produzioni e Rai Cinema, con le musiche del premio oscar Nicola Piovani, la pellicola vede l’ottima interpretazione da primattore di Francesco Favino, che si ritrova somaticamente conforme ai connotati craxiani grazie al trucco del team di Andrea Leanza – rimembra un ritorno palpabile del personaggio come il Churchill de L’ora più buia truccato da Manson e Tsuji – e vi aggiunge una perfetta riproduzione gestuale, paralinguistica e caratteriale, fondamentale per ridare vita a un carisma beffardo. Favino spiega l’incontro-scontro col copione e la memoria della maschera pubblica:

Sono entrato un po’ in punta di piedi all’inizio, cercando di comprendere la vastità del materiale. Sapevo di entrare nella memoria di tanti e perciò ho cercato di intuire qualcosa che andasse al di là della maschera.

Lo scenario del film è la villa della famiglia Craxi ad Hammamet, soleggiata da barlumi d’affetto tra l’ex leader politico e il nipote, vegliati dall’occhio materno di una figlia orgogliosa del passato sofferto del padre. Il politichese si trasfigura in gergo familiare, le grandi manovre di gabinetto si trasformano in passeggiate dalla cucina alla piscina: un leone chiuso in gabbia. Dopo un’esistenza ai vertici del potere nazionale, si ritrova a diventare marito, fantasma casalingo, lavorando pesantemente alle sue memorie col fardello di non poter tornare a gustare i fumi della sua Milano, per non incorrere nell’ennesimo linciaggio mediatico. Un uomo malato di diabete, che si sorprende di non trovare paparazzi e giornalisti quando in ospedale l’equipe medica gli consiglia di tagliare la gamba sinistra per l’avanzamento della cancrena. Un padre che soffre nell’osservare il percorso politico altalenante del secondo genito, ancorato in Italia a perseguire la sua eredità. Ma il dolore malcelato più ricorrente è covato per il vecchio tesoriere del suo partito, Vincenzo, ex operaio, ex amico, morto tragicamente all’alba di Tangentopoli, che lo mette umanamente alle spalle al muro con una lettera recapitatagli dal suo unico figlio, Fausto, ospitato in villa come espiazione delle plausibili colpe.

Nei battenti di un percorso privato fatto di dilaganti piaceri per la cucina, appare la vena romantica dell’uomo, offerta all’amante dei tempi d’oro, interpretata da Claudia Gerini, della quale vorrebbe vedere l’immagine in punto di morte, confessione sferrata alla figlia. L’apprezzamento patriottico per Garibaldi, la schiena dritta nel duello dialettico in giardino con un avversario della Democrazia Cristiana (che ricorda tristemente i fasti delle arringhe in Parlamento di una leadership deflagrata in pezzi malinconici), rappresentano un impasto tra il rifiuto dell’ultimo stadio e l’amarcord delle liete imprese.

Il Craxi insultato amaramente sul lungomare del suo esilio da turisti italiani, che respira languidamente osservando il nipote in spiaggia emulare coi soldatini la crisi diplomatica della Base Signorella, in Sicilia, nella quale il transatlantico Achille Lauro venne dirottato da quattro terroristi palestinesi durante l’ottobre del 1985, risolvendosi con l’intervento deciso dell’allora capo del governo italico – con l’ausilio di aeronautica e carabinieri –, che tagliò fuori la strategia del presidente statunitense Ronald Regan, già pronto a fare irrompere i Delta Force presenti sul luogo.

Hammamet spoglia completamente l’inaccessibile statista, relegandolo a individuo semplice, non attanagliato dalla complessità di sbarcare il lunario, date le condizioni economiche privilegiate, ma dall’incontrovertibile parabola in declino di un potente scaricato dalla struttura del potere, parcheggiato in una sequenza temporale insipida che ha già determinato la fine. Craxi ha vissuto esclusivamente per la politica. In cuor suo, nel passato da giovane furfante che distruggeva i vetri della sacrestia con la fionda, passando poi a fare il chierichetto in periodo di guerra, sapeva già cosa fare da grande. 

Parlando di Giulio Cesare Andreotti sostenne: «È una volpe, ma prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria». Lo stesso discorso è valso per lui e nel film tale morale è ricorrente. La narrazione di Amelio non è bella, non è brutta, non ripercorre la storia delle ultime tangenti più altisonanti del nostro Paese – per quello basta un buon libro universitario di storia contemporanea o un buon documentario di Rai Storia –, non si abbandona all’effetto. Cerca di far conoscere il Craxi che non abbiamo conosciuto, evidenziando le sue morbose fragilità, riassumibili nella scena portante del film: il politico condannato messo alla gogna in uno spettacolo di varietà, con la presenza tra il pubblico del compianto padre; ma come contraltare alla sequenza una passeggiata di Signorella a piedi nudi sul Duomo di Milano, il luogo che non ha mai abbandonato, nemmeno nel paradiso detentivo di Hammamet. L’uomo si ricongiunge alle paure primordiali, ricercando sul baratro le passioni di sempre.