Qualcuno di loro ha fatto carriera in quel sistema universitario tanto vituperato, altri si sono affermati come imprenditori e di altri ancora si possono leggere i corsivi sulle colonne dei giornaloni autorevoli. Intendiamoci, non tutti gli ex sessantottini si sono riscoperti pompieri anziché incendiari, né hanno fatto carriere di spessore in quelle istituzioni a lungo screditate in gioventù. Di certo esiste però una vulgata piuttosto comune, e un motivo ci sarà, che vuole l’ex contestatore di fine anni sessanta oggi ben comodo in posti rilevanti grazie a pavidi annacquamenti delle proprie idee. Diversa potrebbe dirsi invece la sorte di chi, qualche anno dopo, si sporcherà le mani con azioni ben più gravi, tra stragi, sequestri e attentati. Un parere che in questo caso può risultarci illuminante è quello di Massimo Fini, piuttosto tranchant sui fenomeni in questione:

Una truffa. Una truffa perpetrata dai figli della borghesia che volevano abbattere la borghesia. Una generazione di falsi rivoluzionari che avevano già il cuore e il portafogli a destra. E che destra! L’opportunismo, le relazioni: furono quelle le loro doti migliori. Per non dire di quelli che si illustrarono nel giornalismo […] Indossavano l’eskimo, ma puntavano già alla direzione del Corriere della Sera […] La generazione dei terroristi è stata più seria, se non altro. Almeno quelli pagavano di persona

Gli anni della contestazione rappresentano un fenomeno autonomo e piuttosto sfaccettato, allo stesso tempo però sono di frequente considerati come stato embrionale dei cosiddetti “anni di piombo”, quelli della generazione di terroristi, per dirla con Fini. Giorgio Pellegrini è il protagonista di Arrivederci amore, ciao ma il suo profilo corrisponde solo in parte al quadretto che il giornalista e scrittore sopracitato dipinge dei mattatori di quegli anni. Giorgio è sì cinico ed opportunista, arrivista e vuoto, ma pur facendo parte di quella generazione non pare proprio intenzionato a voler “pagare di persona”, rigettando quindi anche la coerenza che Fini gli riconoscerebbe. Costretto a rifugiarsi in Sudamerica in attesa dell’occasione giusta per rientrare in patria e rifarsi una vita, Giorgio si dimostrerà capace di tutto pur di ottenere ciò che vuole, a dimostrazione di come anche il terrorista tipo, proprio come il contestatore sessantottino, avesse velleità di affermazione sociale. È con queste premesse che Michele Soavi torna al cinema nel 2006 dopo anni di fiction televisive.

Ferruccio Anedda (Michele Placido) in una scena del film

Ferruccio Anedda (Michele Placido) in una scena del film

 Il curriculum del regista milanese è tanto particolare da meritare una piccola digressione. Guardare in ordine cronologico la lista dei suoi lavori fa infatti lo stesso effetto di quando si ricorda la carriera di quei calciatori di grande talento ma mai completamente sbocciati, finiti poi per accontentarsi di piazze minori.

Soavi collabora con Dario Argento, fa l’aiuto regista per Terry Gilliam e tra la fine degli anni Ottanta e i primi dei Novanta realizza ben quattro lungometraggi di pregio, tanto da essere spesso citato da un certo Quentin Tarantino come uno dei registi che più lo hanno influenzato

Dopodiché sembra dimenticarsi del cinema, si nasconde nell’angolo delle fiction e dei film per la TV e pare che quel posticino sicuro lo soddisfi. Arrivederci amore, ciao è il suo silenzioso secondo matrimonio con il grande schermo, un noir lontano dall’essere capolavoro ma indubbiamente interessante, con il non secondario pregio di offrire un’alternativa di genere nel panorama Italiano. Sta proprio in questo la forza del film di Soavi, ossia nella capacità di rendere accessibile al grande pubblico una pellicola che per certi aspetti conserva i tratti distintivi tipici dei suoi esordi tra l’horror e il fantasy. Il regista dimostra di non essere affatto arrugginito, lo si intuisce sia da una serie di sequenze spettacolari – spesso in soggettiva – sia dalla capacità di rendere suggestive e a tratti fumettistiche le ambientazioni.

Arrivederci amore, ciao è la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Massimo Carlotto, ed è forse a questo che dobbiamo l’atmosfera fortemente pittoresca che contraddistingue tutta la pellicola, facendosi però arma a doppio taglio. Si potrebbe infatti azzardare l’ipotesi che in fase di adattamento sia colato troppo grasso dal romanzo e il film si sia dovuto accontentare delle ossa, oppure che la costruzione fortemente schematica sia stata una scelta di trasposizione conscia e necessaria. In ogni caso la sensazione è che il passaggio dal testo letterario a quello audiovisivo abbia prodotto un cortocircuito che ha poi indirizzato il film verso dinamiche troppo riassuntive. Ciò si traduce in una fascinosa descrizione estetica dei luoghi, specialmente degli interni, ma contemporaneamente significa relegare i personaggi di contorno a semplici maschere di carattere. Il vice questore della Digos Ferruccio Anedda ne è la prova: personaggio potenzialmente stimolante ma interpretato da un Michele Placido costretto ad una recitazione sopra le righe. Ne risulta una mancata ambiguità che dovrebbe distinguere tutto il marciume umano che circonda il protagonista, unico invece a cui viene concessa una caratterizzazione degna di nota. Merita invece un plauso la voce fuori campo che una volta tanto non è utilizzata come strumento al servizio della narrazione da chi non sa raccontare per immagini. Qui è infatti una presenza non invasiva, una sorta di coro da tragedia greca che commenta di tanto in tanto senza eccedere in onniscienza.

 Il protagonista nello squallido night club in cui lavora

Il protagonista nello squallido night club in cui lavora

L’universo narrativo di  Arrivederci amore, ciao è quasi esclusivamente notturno, fatto di luoghi irreali, fumosi e degradati. Chi ronza intorno allo sporco protagonista lo è altrettanto, con l’unica differenza che Giorgio possiede una fame di arrivismo che non tutti possono vantare. Questo  porta l’ex terrorista a schiacciare con facilità i piccoli insetti di cui si circonda per convenienza, gli unici birilli a non voler cadere sono proprio quelli che lo eguagliano in spietatezza e individualismo, ovvero il vice questore e la femme fatale interpretata da Isabella Ferrari. Una delle pecche più rilevanti sta proprio qui: Giorgio appare imbattibile, un antieroe tanto potente da rendere semplici pedine personaggi che avrebbero meritato più attenzione. Considerata l’insana mania degli ultimi anni per le serie televisive viene da pensare ad Arrivederci amore, ciao come un ottimo episodio pilota che inaugura una decina di puntate. Quando si ha a che fare con narrazioni che ricoprono archi temporali piuttosto ampi e si tirano dietro numerosi personaggi occorre infatti riconoscere come la serialità offra maggiori appigli. È altrettanto necessario rintracciare nel film la persistenza di tecniche produttive anni ottanta e novanta che a distanza di anni pesano e lo avvicinano pericolosamente al linguaggio televisivo che Soavi ha masticato per anni. Non fosse quindi per un invecchiamento piuttosto sfortunato il film del regista milanese non avrebbe niente da invidiare a prodotti ben più noti d’oltreoceano.

                                                 Isabella Ferrari interpreta l'affascinante Flora

Isabella Ferrari interpreta l’affascinante Flora

Ci sono film che si trascinano con fatica fino al terzo atto, quando poi regalano finali talmente forti da risemantizzare tutto il girato precedente. Sono quei finali che poi restano nella mente a lungo dopo la visione e nella memoria si fanno rappresentanti dell’intera pellicola. Arrivederci amore, ciao non fa fatica, sia chiaro, ma il finale è senza dubbio la sua parte migliore. Nulla di sconvolgente, nulla che ribalti la narrazione, anzi, anche abbastanza prevedibile, ma talmente simbolico e ben confezionato da riaffermare in pochi minuti ciò che il film asserisce per tutto il tempo. Ecco allora che un prodotto gradevole ma non eccezionale può diventare cult, specialmente quando, come in questo caso, utilizza la finzione cinematografica quasi come dichiarazione del proprio pensiero. La storia di Giorgio Pellegrini è infatti emblematica di una intera generazione, il film di Soavi mette in immagini il romanzo di Carlotto e lo fa restituendo le atmosfere di un mondo composto da quei non-valori che Fini descriveva. Il protagonista è la sublimazione del cinismo, della mancanza totale di ideologia e di una folle indole al disordine in quanto tale. L’arrivismo che lo contraddistingue lo porta a molestare la propria morale pur di ottenere la riabilitazione. L’ideale unico da perseguire è il vangelo del denaro, una droga a cui Giorgio non può rinunciare. Arrivano quindi anche le soddisfazioni professionali e l’inserimento in quella società che il giovane protagonista aveva tentato di distruggere anni prima. Il matrimonio con una fervente cattolica e la direzione di un elegante ristorante nel ricco nord-est lo consacrano definitivamente in quella categoria di incendiari imbolsiti descritti in precedenza. “Giurami che non sei più comunista”, chiede preoccupata l’ingenua mogliettina. “Te lo giuro. Ero molto giovane e volevo cambiare il mondo“. Giorgio forse comunista non lo è mai stato, né ha mai voluto cambiare il mondo, sempre fedele alla linea dei traguardi personali più che alla linea e basta.