Oggi, il termine capitalismo è applicato un po’ a tutto, secondo l’esigenza. Non sono pochi i libri e ogni sorta di pubblicazioni in cui compare questo termine, e in cui ci si prefigge di analizzarne un aspetto essenziale, eppure sono pochissimi quei testi che veramente cercano di inquadrarlo realmente in una dimensione unitaria. Non si fa che parlare di capitalismo, senza che tuttavia si riesca capirne qualcosa, e questo perché è diventato uno dei tanti concetti-contenitore in cui, quanto più è vago e indeterminato, tanto più ci si può mettere dentro ciò che si vuole a seconda delle esigenze. Ciò conduce, soprattutto i più giovani, a una deresponsabilizzazione individuale e collettiva, ossia il non dover confrontarsi con i problemi reali che un approfondimento delle proprie consapevolezze, e della terminologia attraverso cui le elaboriamo, comporterebbe.

Un’analisi che porterebbe senza mezzi termini a una radicale virata dell’esistenza. Ma questo cambiamento nessuno lo vuole. A nessuno interessa. È molto più comodo dare la colpa al capitalismo, magari esternando la propria indignazione su Facebook, tra un acquisto e l’altro su Amazon, che comperare solo ciò di cui abbiamo realmente bisogno. È molto più comodo scendere in piazza a sbraitare per i cambiamenti climatici dando la colpa al capitalismo, che non tenere accesi i condizionatori d’estate e sopportare il caldo. E si potrebbe continuare. Tuttavia, questo modo di agire, non solo deresponsabilizza l’individuo, ma crea una società mentalmente desensibilizzata alle problematiche della realtà collettiva, laddove il campo d’azione del singolo, circoscritto al soddisfacimento dei propri impulsi, è innalzato a momento regolativo della propria vita. Questo stato di cose non è casuale, ma è il prodotto inedito e consequenziale di una assolutizzazione del modo attraverso cui la società umana oggi si riproduce. L’annullamento del conflitto e di ogni reale opposizione intellettuale viene prima di tutto perpetrato in una società come la nostra, non solo manipolando le informazioni, ma promuovendo categorie di interpretazione antiquate e inesatte che, basandosi sulla tranquilla quotidianità storica in cui si sono formate, non permettono un corretto inquadramento della questione, ma sono alle base dei più grotteschi e folli fraintendimenti.  

Ad ogni modo, per comprendere il nodo centrale della questione, occorre, prima di tutto fare alcune considerazioni: dire che, come ha fatto notare saggiamente Gianfranco La Grassa, non parliamo mai di capitalismo, ma sempre di più capitalismi presenti e sviluppatisi nel mondo, che concorrono tra loro, con effetti geopolitici determinanti e differenti tra loro. In seconda battuta, è necessario dire, o ribadire con forza, che il nuovo secolo si è lasciato alle spalle, da tempo, il vecchio modo di produzione capitalistico borghese, basato sulla compresenza dialettica del proletariato e della borghesia. Laddove la classe borghese non va intesa né in termini sociologistici, né confusa e sovrapposta con il capitalismo, quale invece organo di riproduzione anonimo impersonale, ma considerata quale categoria filosofica portatrice ad un tempo di un momento apologetico del capitalismo e di una sua critica radicale e fattuale. 

Proprio sulla base di queste considerazioni, possiamo affermare, sulla scorta di grandi pensatori come Costanzo Preve, Massimo Bontempelli e lo stesso La Grassa, che, oggi, ogni aspetto dell’esistenza complessiva dell’uomo è inglobato in una logica di riproduzione capitalistica assoluta, ciò vuol dire che tanto il borghese come il proletario, (categorie che usiamo per comodità ma che sono ampiamente superate non avendo che un valore storico) sono immesse in un processo di economicizzazione totale della realtà sociale, nel senso che il capitalismo ha saturato ogni aspetto del mondo e dell’esperienza umana. Tanto che l’uomo oggi non riesce a non pensare e a concepire la sua presenza nel mondo in altri termini all’infuori di questo. Il capitalismo assoluto è tale in quanto, negando ogni presupposto filosofico, religioso e politico della riproduzione della totalità sociale, autofondandosi su se stesso, non ha più freni che lo possano limitare nella sua evoluzione, e ciò gli permette di permeare in profondità ogni aspetto della vita individuale e collettiva della società, e quindi colonizzare radicalmente ogni orizzonte di progettualità futura. Conseguenza di ciò, è il fatto di non essere più in grado di concepire alcun tipo di emancipazione concreta, ma solamente una forma di ricerca di stabilità economica individuale, ricerca che ha come presupposti il nichilismo e il relativismo. Quando parliamo di capitalismo assoluto, ciò su cui va posto l’accento è l’aggettivo illimitato: ossia esso per sua propria natura non tiene conto né dei vincoli ecologici del pianeta da un lato, né dei vincoli antropologici della riproduzione dell’uomo dall’altro. 

Costanzo Preve

Per comprendere quali siano gli effetti del capitalismo assoluto, di certo non possiamo fare affidamento sugli intellettuali di turno, che non fanno che negare l’evidenza, e sguazzare nel marcio spirituale della propria coscienza. In tal senso, citando il fotoreporter Giorgio Bianchi, mancando i giornalisti tocca far tutto ai documentaristi. A tal proposito, un esempio che ci mostra più di mille vane parole gli esiti del capitalismo selvaggio e annientatore è il lavoro documentaristico El camino de Santiago, del regista argentino Tristán Bauer, distribuito in Italia da AntropicA. 

Il documentario ripercorre, dalla sanguinosa quanto infame “Campagna del Deserto” del 1870, con cui si ebbe il tragico assorbimento delle terre della Patagonia nella Repubblica Argentina con l’espulsione sistematica e violenta della popolazione indigena, che sfocerà in un vero e proprio genocidio, fino alla recente acquisizione negli anni Novanta da parte della famiglia Benetton di oltre 900.000 ettari di quelle terre, a seguito di un lungo e sanguinoso periodo di sfruttamento selvaggio delle sue risorse e degli stessi indigeni, costretti, nella maggior parte dei casi, a riciclarsi in manodopera a basso costo per evitare una vita di miseria e vagabondaggio. 

Questi territori dissanguati barbaramente per più di un secolo, secondo un modello economico di rapina, sono stati funzionali all’accrescimento del mercato di esportazione argentino da un lato, e dall’altro allo sviluppo delle superpotenze economiche, come U.S.A e Inghilterra, che perpetrarono indisturbati i loro traffici ai danni delle popolazioni autoctone. E allo stesso tempo, ricacciando brutalmente quelle stesse poche popolazioni indigene superstiti e confinandole in piccolissime zone marginali, o, nella maggior parte dei casi, assorbendoli nelle loro imprese.  

Nel 1991, sotto il governo Memen, il magnate italiano Luciano Benetton attraverso la holding internazionale del gruppo Benetton, Edizione, compra per 50 milioni di dollari, poco più di 900.000 ettari di terre che si trovano prevalentemente nelle province di Santa Cruz, Chubut, Río Negro, Neuquén e Buenos Aires, e dove vi dedica prevalentemente la produzione di lana. 

I Benetton non hanno ostacolato l’avanzata predatoria ai danni di questi popoli, proponendo una alternativa, tutt’altro: non hanno fatto che proseguire nelle politiche sfruttatrici e dissanguatrici dei suoi predecessori. Senza contare, al colmo del ridicolo, e in spregio a quelle stesse popolazioni, l’inaugurazione, proprio in quelle terre, di un museo dedicato alle popolazioni autoctone, con reperti archeologici antichissimi, molto probabilmente saccheggiati negli stessi territori della comunità dei mapuche

I mapuche, che significa uomo della terra, sono tra i popoli massacrati, e ai quali furono sottratte le terre. Vivevano in una estesa porzione del nordovest della Patagonia. Non erano né cileni né argentini, perché entrambi gli stati sono costruzioni storiche posteriori alla vita e allo sviluppo di questi popoli. 

Oggi questo popolo, in virtù di un diritto ancestrale reclama a gran voce il diritto a quelle terre che gli furono sottratte. Non è difficile immaginare la campagna mediatica di demonizzazione di queste popolazioni, scatenata dal governo, che è arrivata a definirli orwellianamente veri e propri terroristi. E non è neppure difficile immaginare le violente azioni repressive, perpetrate dalla Gendarmeria. Queste repressioni hanno trovato il loro pieno compimento nell’agosto del 2017 quando, durante una manifestazione contro i Benetton, un giovane attivista e difensore dei diritti mapuche, Santiago Maldonado scompare senza lasciare traccia. Su questo episodio si impernia la narrazione del documentario. Sulla sparizione di questo ragazzo il governo argentino, con la diretta responsabilità della ministra della Sicurezza, Patricia Bullrich e del capo di gabinetto, Pablo Noceti, non dà spiegazioni sufficienti, e sembra non voler avviare indagini serie. Il corpo senza vita del ragazzo sarà ritrovato, in circostanze non ancora chiare, ad ottobre dello stesso anno, lungo le rive del fiume Chubut, a circa 70 metri dal luogo in cui i gendarmi avevano attaccato, proprietà dei Benetton. Questo, sebbene il più emblematico, è solo uno dei tanti casi di brutalità necessaria e manifesta illegalità che la nuova generazione di questo popolo subisce quotidianamente. 

Una sequenza del documentario in cui, Parsifal Reparato, che ha contribuito alla regia del documentario, intervista a Fabrica, Luciano Benetton in merito alla questione di Santiago Maldonado.

La storia sembra ripetersi nuovamente. E sembra sempre accanirsi contro quelle popolazioni che più di ogni altre rifiutano i nuovi nessi di forza imposti dalle leggi del mercato e la prepotenza di classi sfruttatrici. A valle di quanto detto è possibile fare due riflessioni di carattere filosofico. 

In primo, si mostra chiaramente come il capitalismo assoluto debba demonizzare, tramite ogni mezzo, qualsiasi forma di comunità che, proponendo un’alternativa di riproduzione sociale, e quindi anteponendo alla verità indiscussa dei principi finanziari, la propria tradizione, la propria etica comunitaria e i propri valori, si oppone alla sua logica di sviluppo. Secondo, si mostra in modo quanto mai lampante una verità di cui il capitalismo assoluto è vettore, il fatto cioè, che oggi i popoli possono, anzi, devono essere sacrificati alle presunte leggi neoliberali dell’economia. 

Eppure, c’è una lezione da imparare da tutto questo. Il fatto cioè, che l’uomo, per sua stessa natura è, in potenza, portatore di un carattere emancipativo rispetto al mondo in cui vive. La lotta dei mapuche, non è solo la lotta di un popolo per i propri diritti, ma anche la prova di una capacità insita in ognuno di noi di porre una alternativa, di superare, diremmo in linguaggio fichtiano, il cosiddetto non-io, che la stessa totalità sociale pone davanti a stesso.  


Si fa presente che la distribuzione del film si basa sul passaparola e circuiti dal basso, per cui chi volesse organizzare proiezioni in luoghi, città, università, scuole, centri sociali, sale cinema, basterà contattare AntropicA.