Si dice che il genere cinematografico più difficile da realizzare sia la commedia. Spaventare, creare tensione o far emergere certi affetti nello spettatore è probabilmente più semplice: tanti si commuovono allo stesso modo, ognuno ride a modo suo. Ma se allargassimo lo spettro al far ridere televisivo o teatrale e cabarettistico, in particolar modo a quello più recente, e prendessimo anche in considerazione l’idea di una difficoltà di fruizione oltreché di scrittura, allora la commedia non apparirebbe complessa soltanto per gli autori incaricati di realizzarla, bensì anche – e soprattutto – per lo spettatore che la consuma, e qui la questione si fa intrigante. Se è infatti vero che uno dei pregi di un prodotto audiovisivo risiede anche nell’apparente semplicità con la quale si mostra agli occhi del pubblico, nascondendo così la raffinata realizzazione che si porta sulle spalle, allora per quale motivo vediamo stendere tappeti rossi dinanzi a commedie, sitcom e serie tv sempre più autoreferenziali, escludenti e fitte di riferimenti intertestuali? Il che peraltro sarebbe anche apprezzabile, non fosse per il fatto che questi prodotti siano spesso presi a modello con cui discernere tra comicità alta e bassa, distinguendo di conseguenza tra spettatori di prima fascia e pubblico di infima qualità.

The big bang theory è una delle sitcom più seguite e apprezzate su scala internazionale. I protagonisti secchioni fanno spesso riferimento ai loro studi universitari e ai loro passatempi tipicamente nerd per costruire situazioni divertenti.

The Big Bang Theory è una delle sitcom più seguite e apprezzate su scala internazionale. I protagonisti (secchioni) fanno spesso riferimento ai loro studi universitari e ai loro passatempi tipicamente nerd per costruire situazioni divertenti.

Nella cassetta degli attrezzi di chi si voglia concedere una risata cool non possono quindi mancare massicce dosi di cultura popolare statunitense, titoli di studio medio-alti, competenze in ambiti prettamente nerd (dai videogames ai giochi da tavolo), ottima padronanza dell’inglese (perché nel doppiaggio si perdono i riferimenti) e buona conoscenza degli altri innumerevoli prodotti comedy che piacciono alla gente che piace. Deve infine fare da cornice un’attitudine snob che schifi tutto ciò che è nazional popolare, secondo la logica Nannimorettiana del “te lo meriti Alberto Sordi!” che negli anni pare aver fatto della commedia il terreno perfetto per quella nota Distinzione sociale descritta da Bourdieu, oggi traducibile con un “te lo meriti Brignano!”. Portando quindi tutto all’attualità sembra derivarne uno scenario piuttosto allarmante: o siete aggiornati su ogni tendenza del mondo occidentale – talvolta ricco di ciarpame figlio delle cosiddette generazione x e millennial – e allora siete brillanti e vi divertite con le sitcom ironiche a stelle e strisce e con gli show notturni pieni di tazze, quelli in cui il pubblico si sganascia ad ogni frase, oppure, come sosteneva Francesco Piccolo in un pezzo sul pubblico del Cinepanettone, non siete altro che bifolchi e burini obesi:

Sono venuto altre volte al cinema Adriano, e ho incontrato persone che conoscevo. Oggi, 26 dicembre, no. Oggi è il giorno in cui tutti vanno al cinema […] Ci sono persone di tutti i tipi […] e le donne sopra i cinquanta sembrano avere come segno distintivo la pelliccia […] la caratteristica dei miei vicini è che tre su quattro sono molto grassi.

Qualche tempo dopo lo scrittore tornerà sui suoi passi, tradendo forse involontariamente una forma di elitarismo se possibile ancor più accentuata, oltretutto ignorando il fatto che, senza quel pubblico così variegato, l’industria cinematografica italiana non avrebbe le risorse economiche per far vedere a lui e ai suoi amici quei film d’autore che in genere si gusta al cinema Adriano in compagnia di pochi intimi:

C’è una forma di disprezzo così evidente, una forma di razzismo così evidente in quel che avevo fatto […] Metteva me e i lettori in una posizione di superiorità morale nei confronti di esseri umani diversi da noi, e che quindi ritenevamo potessero subire quella violenza.

Nanni Moretti nel suo “Ecce Bombo”. «Te lo meriti Alberto Sordi» è una formula ormai entrata nel linguaggio comune, spesso la si vede o sente utilizzare per indicare con superiorità un fenomeno popolare ritenuto poco originale o qualunquista.

Ecco che anche la scelta di una commedia da vedere al cinema o in Tv, o di uno spettacolo di un certo comico piuttosto che di un altro, diviene oggetto di classificazione sociale, più o meno secondo il medesimo meccanismo che recentemente ci è stato rammentato dalle reazioni ai risultati elettorali: non si individuano più modi diversi di costruire la risata, si distingue invece la risata buona da quella di cui vergognarsi, così come si dividono i partiti in razionali e populisti, quindi da una parte spettatori di valore contrapposti a obesi con la pelliccia, per citare Piccolo, e dall’altra elettori di prima categoria contro masse ignoranti. È forse qui che nasce quella smisurata reputazione di certi autori statunitensi. In altre parole, questo tipo di approccio alla commedia porta lo spettatore dell’ultimo cinepanettone a sentirsi in colpa per ciò di cui ha riso, mentre ostentare amore incondizionato per il Judd Apatow di turno colloca il soggetto su un livello socio culturale di tutto rispetto. Toccano il vertice di una tale gerarchia coloro che hanno sghignazzato di gusto del monologo di John Oliver e attendono con trepidazione ogni nuovo spettacolo di stand up comedy americana, rigorosamente da gustare in lingua originale.

Eppure, dietro al già evocato scivolone sulla buccia di banana, ci sarebbe del fertile terreno di studio per gli schizzinosi della comicità. Non che si voglia con questo costruire un antagonismo rovesciato rispetto a quello che si vorrebbe condannare, ma all’aver per troppo tempo imposto una gerarchia qualitativa che distingue con sprezzo comicità alta e bassa non si può che ribattere tentando di riscoprire ciò che immeritatamente passa per Serie B, e la comicità meramente fisica ed elementare di un certo cinema muto ci sembra meritare una tale rivalutazione. Nessun dialogo serrato e nessun riferimento all’ultima moda, questa comicità fu però il frutto della convergenza tra pratiche performative e di messa in scena tutt’altro che di bassa lega: molti tra gli attori protagonisti provenivano dal circo, utilizzavano quindi il nuovo mezzo cinematografico per potenziare le loro già notevoli abilità acrobatiche, e i cineasti che le mettevano in scena dimostravano una particolare attenzione per la composizione interna dell’inquadratura, sempre affollata di numerose comparse volontariamente goffe, dinoccolate e destinate la maggior parte delle volte a gigantesche catastrofi. Quando allora noi ridiamo con le pellicole di Jacques Tati, con quelle di Fantozzi, di Totò o con le clip delle teche RAI che riportano in vita il grande varietà, teniamo a mente che quel patrimonio è molto più vicino a una caduta maldestra che alla battuta meta-televisiva di uno stand up comedian.

Con la ripresa della comicità mimica del cinema muto e l'ausilio di imponenti scenografie, Tati riuscì a far ridere e a far pensare senza il ricorso a dialoghi brillanti o riferimenti troppo di nicchia.

Con la ripresa della comicità mimica del cinema muto e l’ausilio di imponenti scenografie, Tati riuscì a far ridere e a far pensare senza il ricorso a dialoghi brillanti o riferimenti troppo di nicchia.

In casa nostra fu André Deed a dar vita con successo al filone di questo genere di comica, circense francese portato in Italia dalla casa di produzione Itala film di Torino e fatto diventare il Cretinetti oggi divenuto proverbiale. Rivedere oggi le sue scene significa osservare il massimo sfruttamento delle possibilità della macchina da presa, apprezzare il semplice ma sempre impressionante meccanismo dell’arresto e della ripresa ed essere stupiti dalla comicità tutta fisica del protagonista. I film di Cretinetti sono poi curati nei minimi dettagli per creare un’atmosfera fiabesca che fa dell’inquadratura una finestra su un mondo di personaggi buffi che comunicano esclusivamente con il linguaggio del corpo, che compiono salti e capitomboli facili a dirsi e a vedersi, molto meno a farsi. L’apparente semplicità con cui lo schermo restituisce le scorribande dell’istrione francese celano quindi una colta ripresa dell’eredità del cinema favolistico di Méliès, che nella fattispecie si traduce in cortometraggi comici e di avventura che ridanno vita al un cinema dei trucchi, dei travestimenti e delle affascinanti soluzioni tecniche, mentre il ricorso agli stilemi slapstick riuscì parallelamente a far adorare la comicità del Cretinetti dai surrealisti e dai dadaisti, sedotti proprio dalla vocazione per l’esagerazione e per l’assurdo che ne caratterizzava le pellicole. Chissà se gli stessi, oggi, sarebbero andati in visibilio per le battute interstellari di The big bang theory e affini.

 Tra gli esempi si può citare “Come Cretinetti paga i debiti”, dove, grazie a un effetto di pixillazione, una grossa valigia si sposta da sola e dove l’impiego della doppia esposizione permette a Deed di passare attraverso i muri.

(“Introduzione al cinema muto italiano” a cura di Silvio Alovisio e Giulia Carluccio)

In “Cretinetti troppo bello” il nostro comico viene dilaniato da una massa indemoniata di donne sedotte dal suo nuovo look. Sul finale si osserva l’ennesimo trucco visivo, con il corpo di Cretinetti che si ricompone.

Dovessimo quindi prestarci allo stupido gioco della contrapposizione tra generi comici diversi, non avremmo dubbi sulla parte da supportare: più Striscia la notizia, meno show con i grattacieli in sottofondo; più Stanlio e Ollio e Totò, meno Bojack Horseman; più Cretinetti, meno fighetti.