A pochi è stato concesso l’onore di veder trasformato il proprio nome o cognome in un aggettivo che ne descriva in qualche modo lo stile della propria opera altrimenti difficilmente delimitabile nel linguaggio quotidiano. Dantesco, kafkiano, lynchiano, insomma dei mondi interi che si sviluppano da una singola parola, lasciando un’idea chiara a chi legge l’aggettivo posto vicino ad un nome di un altro artista o nella descrizione di una situazione. Felliniano è l’unica parola in grado di presentare in maniera sbrigativa e globalizzante l’opera di Federico Fellini, forse il più grande tra i registi cinematografici italiani, o addirittura nel mondo. 

[…]con riferimento alle particolari atmosfere, situazioni, personaggi dei suoi film, caratterizzati da un forte autobiografismo, dalla rievocazione della vita di provincia con toni grotteschi e caricaturali, da visioni oniriche di grande suggestione[…]
(dal dizionario Treccani)

L’artista fuori dai canoni e soprattutto fuori della Storia, colui che non s’interessa dell’immanente, che ritrae il mondo attraverso una visione sognante, illusoria, caricaturale, suggestiva. Questo dice l’aggettivo, questo dice la critica del tempo. Il neorealismo, movimento artistico di portata rivoluzionaria, l’aveva praticamente abbandonato subito dopo I Vitelloni, forse proprio perché consapevole che la realtà non può essere raccontata con la realtà stessa. 

Una scena tratta dal film La Dolce Vita (1960)

Fellini viene giustamente spesso celebrato per La Dolce Vita, Otto e ½ e La Strada, certamente tre dei film che ne hanno determinato la fama internazionale e la “diversità” autoriale rispetto ai suoi contemporanei. Certamente questi sono i lavori che più di tutti hanno fatto sì che il regista “divenisse un aggettivo” ed era proprio questa versione del genio che piaceva agli americani: Fellini non faceva film politici, non faceva il rivoluzionario da pellicola, ma, con le sue storie in celluloide lasciava sognare, immaginare, raccontava favole esotiche fatte di donne esuberanti e uomini svogliati, tutti alla ricerca costante di una vitalità, tutti in costante movimento. Mentre Bertolucci e Bellocchio venivano acclamati per la poetica di ribellione, Rosi e Petri raccontavano misteri e ingiustizie aiutati da un sempre eccezionale Gian Maria Volontè e Pasolini infilava le mani nelle viscere fangose delle miserie nostrane, Fellini sembrava divertirsi con costose scenografie e storie d’altri tempi o d’altri mondi. Sembrava, appunto.

Non capisco perché un film dal contenuto politico debba essere considerato a priori un bel film. E io, che non saprei mai fare un film politico in questo senso?

Quello che diventerà il più importante regista d’Italia, era cresciuto disegnando fumetti e caricature, trasformando la propria realtà e riportandola in maniera totalmente rimodellata sul foglio di carta e forse proprio questa sua attitudine (assolutamente da sfogliare Il Libro dei Sogni, edito da Rizzoli) gli permise di indagare l’umanità molto più a fondo dei suoi “colleghi”, attraverso l’uso totale della macchina cinematografica. Fellini era un antropologo in grado di penetrare l’identità sociale e culturale dell’Italia tutta servendosi dell’unica forma d’arte che riunisce in sé tutte le altre e che costruisce il reale attraverso l’irrealtà più spudorata. 

Tra i film che mettono in risalto questa sua capacità, riconosciuta solo negli ultimi anni dalla critica (interessanti gli studi di Gianni Celati in Fellini on the Italian Male del 2009 e di Andrea Minuz sfociati in Viaggio al termine dell’Italia. Fellini politico del 2012), certamente si possono annoverare, in ordine cronologico, Amarcord (1973), Prova d’Orchestra (1979) ed infine E la nave va (1983). In questi tre lungometraggi, diversi tra loro per trama e per produzione, il regista romagnolo presenta un ritratto impietoso e al contempo potente del carattere degli italiani.

Locandina del film Amarcord (1973)

Vincitore tra gli altri di un Oscar, due David di Donatello, quattro Nastri d’argento e nominato in svariati altri concorsi come finalista (tra questi, il Golden Globe come Best Motion Picture – Foreign Language vinta quell’anno da Scene da un matrimonio di Ingmar Bergman), Amarcord è certamente una delle vette più alte toccate dal cinema definito felliniano: due ore in cui si dipanano vicende e personaggi complementari all’adolescente Titta che cresce tra scherzi infantili, esplosioni ormonali e disavventure familiari.

I primi quaranta minuti del film, in cui si viene trasportati in una Rimini reinventata dai racconti di diversi paesani, sono puro divertimento in cui ogni spettatore vi si riconosce e prende quasi parte ai vari riti più o meno cerimoniali dell’energetica vita di provincia. Proprio però quando Fellini sembra ricadere nella “trappola felliniana” fatta di grottesco e onirico, appare sullo schermo il faccione severo di Benito Mussolini, accompagnato, nel vero senso della parola, da fascisti in divisa che appaiono dapprima estranei a quella realtà, ma che si rivelano essere proprio quei personaggi a cui lo spettatore si era affezionato nei minuti precedenti. È un taglio pesante, un macigno che pone davvero chi guarda davanti all’origine e allo sviluppo del fascismo in Italia.

Al contrario di pellicole come Il Conformista(1970) , Novecento (1976), entrambe di Bertolucci, e Salò, o le 120 giornate di Sodoma (1975) di Pasolini che mostrano il fascista come un folle assetato di sangue, corrotto nei modi e nei costumi, dal passato spesso traumatico che sfocia nella deriva patologica di una politica violenta, autoritaria e profondamente disgustosa, Fellini elimina la suddivisione in “buoni” e “cattivi”, ricreando attraverso l’artificio filmico quello che era il suo pensiero sull’Italia di quel tempo che, con le dovute differenze, può essere facilmente accostata a quella contemporanea. 

Tutti, o quasi, quei personaggi buffi, simpatici e genuini con i quali abbiamo familiarizzato, sono entusiasticamente fascisti: inizialmente, con la parata che si contrappone alla più allegra e spontanea festa iniziale, il tutto assume un tono farsesco, ma che si sviluppa ben presto nella cruda realtà dell’umiliazione per chi non accetta i dettami della dittatura.

Una scena tratta dal film Amarcord (1973)

Nella scena dell’interrogatorio ad Aurelio Biondi, il padre di Titta, colpevole di non aver partecipato attivamente alla parata celebrativa e accusato di aver posizionato un grammofono sul campanile della piazza centrale da dove è risuonato a tutto volume l’inno dell’Internazionale socialista, si fa viva tutta l’idea sociale e politica degli anni del fascismo e successivi che Fellini ha degli italiani.

I gerarchi, vestiti di tutto punto con le divise nere, dopo aver interrogato un uomo (che esce di scena accompagnato dalle parole di un uomo in uniforme: “Sei libero, puoi andare a casa. Hai visto i fascisti tanto cattivi? Non ti s’è fatto nulla, non ti s’è torto neanche un capello! Ci mancava poco e ti si pagava anche un caffè!”), fanno “accomodare” Aurelio davanti la scrivania di colui che condurrà l’interrogatorio.

La stanza è la rappresentazione più riuscita dell’Italia fascista: l’atmosfera sembra rilassata, pare di essere in un bar dove si fuma e si beve e dove sono presenti italiani provenienti da ogni parte del Paese (si sentono gli accenti napoletano, romagnolo, toscano), eppure la tensione si fa sentire e cresce all’apparire di figure inquietanti alle quali sembra aver fatto riferimento qualche anno più tardi David Lynch per le scene di Blue Velvet (1986).

“Togliti il cappello!” Intima ad Aurelio uno dei gerarchi, seduto dietro una scrivania, sigaretta e bacchetta in mano, proprio come il professore di Storia di Titta. Inizia così un dialogo che ricorda proprio un’interrogazione tra un maestro e l’allievo ignorante che va educato ad ogni costo.

  • (Gerarca seduto) Senti un po’: vuoi fare un bel brindisi alla vittoria del Fascismo?
  • (Aurelio) Sa, io veramente a quest’ora…
  • (Gerarca, si alza innervosito) A quest’ora! A quest’ora! Maledetti imbecilli! Ma perché dovete approfittare così della nostra pazienza […] Ma cosa ci vuole per farvi capire che il fascismo vuole proteggervi e restituirvi dignità! Ma andate all’inferno, ignoranti!

 

A quel punto s’affaccia nell’inquadratura una di quelle figure inquietanti viste di sfuggita all’inizio della scena, in sedia a rotelle.

– (Gerarca in sedia a rotelle) Devi brindare alla vittoria dei fascisti, amico mio.

– (Guardia) Bevi!

– (Aurelio) Ma questo è olio di ricino!

– (Guardia) Bevi!

– (Aurelio) E no! Non lo bevo, no! Cosa ho fatto per berlo?

L’atmosfera si appesantisce e da “pedagogica” si fa “paternalistica”, quando un camerata romagnolo proprio come Aurelio costringe quest’ultimo a ingoiare un intero bicchiere di olio di ricino, dicendogli: “Stai buonino! Apri la bocca! Apri la boccuccia da bravo, mi vuoi fare arrabbiare? Bevi che ti fa bene, bevi!” Mentre il gerarca in sedia a rotelle blatera, come un padre amareggiato che non comprende questa resistenza senza senso: “È questo che ci addolora: questa ostinazione a non voler capire…ma perché?”

Ecco allora la grande causa, la motivazione dietro la quale si nasconde il dominio ventennale fascista di un’Italia che aveva ed ha tuttora una grande debolezza archetipica: l’eterna adolescenza

[…] Con questo non voglio minimizzare le cause economiche e sociali del fascismo. Voglio dire che quello che mi interessa è la maniera, psicologica, emotiva, di essere fascisti: una sorta di blocco, di arresto alla fase dell’adolescenza.
Tale arresto, tale repressione del naturale sviluppo di un individuo, credo che per forza debba scatenare dei grovigli compensatori. È forse per questo che quando la crescita si risolve in un’evoluzione tradita e delusa, il fascismo, per taluni aspetti, può perfino sembrare un’alternativa alla delusione, una specie di velleitaria e sgangherata riscossa.
Fascismo e adolescenza continuano ad essere in una certa misura stagioni storiche permanenti della nostra vita. L’adolescenza, della nostra vita individuale; il fascismo, di quella nazionale: questo restare, insomma, eternamente bambini, scaricare le responsabilità sugli altri, vivere con la confortante sensazione che c’è qualcuno che pensa per te, e, una volta è la mamma, una volta il papà, un’altra volta è il sindaco, o il duce, e poi il vescovo, e la Madonna e la televisione.

Così spiega Fellini la sua visione del carattere degli italiani, tante volte da lui stesso rappresentato: un adolescente sempre pronto a scherzare, svogliato e al contempo brillante, che per pigrizia evita di approfondire i problemi reali, che fantastica sul sesso e tutte le sue forme, che anarchicamente disobbedisce ai genitori e agli insegnanti per poi ritrovarsi inquadrato in una vita fatta di identità forzate e uniformi fini a sé stesse. Ci aveva visto lungo, Federico, forse più di Flaiano e Malaparte: l’Italia di oggi è forse radicalmente cambiata? È per questo che, al contrario di altri popoli, non riusciamo a fare completamente i conti col nostro passato? È forse per questo che veniamo spesso derisi o sottovalutati ai tavoli internazionali? 

Al ritorno dall’interrogatorio, Aurelio, umiliato, è costretto, aiutato da una moglie disperata e rassegnata, a farsi il bagno per ripulirsi dalle proprie escrezioni che ne avevano sporcato tutto l’abito, e lì, ancora una volta, Fellini rincara la dose, facendo entrare di colpo Titta che urla, ridacchiando: “Ma che puzza, babbo!”

Le eterne premesse del fascismo mi pare di ravvisarle appunto nell’essere provinciali, nella mancanza di conoscenza dei problemi concretamente reali, nel rifiuto di approfondire, per pigrizia, per pregiudizio, per comodità, per presunzione, il proprio rapporto individuale con la vita. Vantarsi di essere ignoranti, cercare di affermare sé stessi o il proprio gruppo non con la forza che viene dall’effettiva capacità, dall’esperienza, dal confronto della cultura, ma con la millanteria, le affermazioni fini a sé stesse, lo spiegamento di qualità mimate invece che vere. Anche l’esibizione del sesso è fascismo. Il sesso dovrebbe essere un’emozione; e invece rischia di diventare una parata, una cosa buffonesca e inutile, una brutta cosa che le donne subiscono passive e attonite. Non si può combattere il fascismo senza identificarlo con la nostra parte stupida, meschina, velleitaria; una parte che non ha partito politico, della quale dovremmo vergognarci, e che a respingerla non basta dire: io milito in un partito antifascista. Perché quella parte sta dentro ciascuno di noi, e ad essa già una volta il fascismo ha dato voce, autorità, credito.

Una scena tratta dal film E la nave va (1983)

Da questa riflessione si sviluppa Prova d’Orchestra, vero e proprio attacco cinematografico alla dittatura della televisione che da mezzo potenzialmente democratico si è fatto medium autoritario, dove ogni slancio creativo, intellettuale ed emozionale si svigorisce a favore di un piattume e di un rumore di fondo che non permette all’uomo di essere tale. “Oggi sono tutti uguali, non c’è più differenza” dice il direttore d’orchestra, che ha ormai perso ogni pulsione erotico/musicale. Tacciato superficialmente di elitarismo dalla critica di quegli anni, Fellini cerca invece di mostrare la crisi della democrazia, svuotata ormai di ogni senso e forza popolare a favore di pochi che controllano l’andamento della società.

Nel 1983, dopo appena quattro anni, esce E la nave va, evoluzione quasi naturale dell’indagine sociale che stavolta si allarga a tutta la civiltà occidentale. Sul transatlantico Gloria N., partito da Napoli nel 1914 per spargere in mare le ceneri della cantante d’opera Edmea Tetua, il giornalista Orlando racconta gli avvenimenti a bordo, dove l’alta società europea mostra tutta la sua decadenza, quasi profetizzando la cronaca più recente (gente che non riesce a comunicare, pseudo intellettuali che si crogiolano nella consapevolezza dell’arrivo imminente di una catastrofe, lo scontro tra respingimento e accoglienza di profughi scappati da Sarajevo “tra i quali si nascondono professionisti dell’assassinio”) fino all’affondamento provocato da una corazzata austriaca. 

Da quest’ultimo film in poi, la produzione felliniana si fa sempre più amara e meno “sognante”, quasi scoraggiata dall’evoluzione di un’Italia sempre meno propensa alla partecipazione politica attiva e sempre più assuefatta all’intrattenimento costante, al consumismo sfrenato e “alla mancata lezione di civiltà e consapevolezza che non ha fatto parte della nostra cultura, lasciandoci in uno stato di perenne adolescenza con la convinzione che ci sarà sempre qualcuno più bravo ad occuparsi della politica e tutto il resto”.

Allora restiamo tutti spettatori, a contemplare il naufragio di una civiltà, spassandocela inermi e boriosi proprio come i passeggeri della Gloria N.