Il soprannome di «Arcitaliano», tanto caro allo scrittore Curzio Malaparte, potrebbe tranquillamente racchiudere e descrivere la vita e la carriera di Alberto Sordi in occasione del centenario dalla sua nascita. Nessuno ha saputo rappresentare meglio del celebre attore romano i due volti dell’italiano medio: l’eroe e il vigliacco, l’ingenuo e il cinico calcolatore, la vittima e il persecutore. Accanto al Sordi pubblico acclamato e amato dalla platea, risulta opportuno evidenziare l’esistenza di un Sordi privato: un uomo che decise di convivere con le proprie debolezze e con quel faccione comico ritenuto poco adatto per interpretare il cinema italiano dell’epoca, segnato dalla drammaticità del Neorealismo di Vittorio De Sica.

Fu il maestro Federico Fellini a lanciare tra il grande pubblico cinematografico quel volto marcato di un semplice ragazzo che svolgeva il mestiere di usciere d’albergo a Milano mentre studiava all’Accademia di Filodrammatici, da cui fu espulso a causa del suo spiccato accento romano. Nel 1952 il film Lo sceicco bianco, diretto proprio da Fellini, segnò l’inizio del sodalizio tra il regista riminese e Alberto Sordi. Nonostante le perplessità del pubblico e della critica, il duo fu riproposto in occasione dei Vitelloni (1953). 

In realtà Alberto Sordi fu consacrato al grande pubblico soltanto nel 1954 grazie al film Un americano a Roma del regista Steno. Nel privato invece Sordi non amava i legami sentimentali in quanto lo avrebbero distratto dal suo vero grande amore: il cinema. Come raccontato da Luca Manfredi, figlio del grande Nino Manfredi e regista del film biografico Permette? Alberto Sordi attualmente nelle sale cinematografiche, il celibato dell’attore romano fu spesso oggetto di dibattito:

«Ricordo che Alberto disse a mio padre che aveva proprio una bella famiglia e lui gli chiese quando aveva intenzione di sposarsi e farsene una. La risposta di Sordi – che ascoltai personalmente – «Che mi metto un’estranea dentro casa?» – rimase storica e lui l’ha ripetuto tante altre volte».  

La relazione che Sordi visse con Andreina Pagnani, diva del teatro di posa e doppiatrice, fu forse l’unica storia d’amore che il grande scapolo ebbe nel corso della sua vita. I due si conobbero nel 1942 all’interno delle sale di sincronizzazione dove Alberto doppiava Oliver Hardy, il mitico Ollio. Quindici anni meno di lei, Sordi fu introdotto nell’ambiente del teatro e dello spettacolo proprio grazie alle conoscenze della Pagnani. La loro storia durò nove anni e fu Andreina a interromperla dopo che l’attrice Wanda Osiris le svelò che Sordi l’aveva tradita con una delle sue ballerine. 

Alberto Sordi sfiorò il matrimonio una sola volta: con l’attrice austriaca Uta Franz. Si conobbero nel 1954 sul set di Una parigina a Roma. La passione travolgente lasciò presto spazio ad una ipotetica data per nozze mai avvenute. L’attore romano inviò il suo amico Bettanini, nei panni del bravo di Don Rodrigo, a riferire alla famiglia delle futura sposa l’annullamento della proposta coniugale:

Quest’anno non possiamo sposarci perché siamo molto occupati.

Un altro presunto flirt, mai confermato, fu quello che Alberto Sordi ebbe con la principessa di Persia Soraya, incontrata nel 1965 sul set dei Tre volti. La foto di Soraya con dedica era l’unica immagine femminile incorniciata che Sordi teneva sulla scrivania del suo studio.  

Andreina Pagnani

La leggenda cinematografica narra persino di un’altra grande storia d’amore con l’amica e collega Silvana Mangano. Sul set della Grande Guerra, film diretto da Mario Monicelli nel 1959, tra il coraggio e la codardia dei due soldati interpretati da Vittorio Gassman e Alberto Sordi sbocciò una simpatia particolare tra l’attore romano e Silvana Mangano. Nel 1992 lo stesso Alberto Sordi rivelò a Laura Laurenzi in un’intervista a Repubblica

Silvana Mangano non è l’unica donna che io abbia amato ma è vero che nessuna mi ha attratto quanto lei. Era molto bella, con una grande personalità, una bontà e una generosità rare. Ma era anche una donna molto complessa.

A differenza dell’italiano medio e del piccolo borghese raffigurati all’interno dei suoi film, Sordi ha interpretato l’amante, il marito e il padre ma sul set della propria vita non ha mai avuto né mogli né figli. Il celibato di Sordi fu una scelta di coerenza, libertinaggio e indipendenza. Molti critici hanno in realtà intravisto dietro questa scelta solitaria l’emergere di un complesso edipico. Come racconta Luca Manfredi:

Fu anche osteggiato dalla madre Maria che era una donna che lo amava moltissimo ed era il vero capo della famiglia. Suo padre Pietro, che lavorava al Teatro Costanzi e suonava il bombardino, era un uomo mite che in qualche modo lo assecondava. Quando morì sua madre, si chiuse ventiquattro ore nella stanza dove c’era il feretro senza fare entrare nessuno, mandando via persino gli uomini delle imprese funebri per poi farli tornare il giorno dopo. 

Sordi scelse quindi di non impegnarsi con nessuno e di circondarsi dell’affetto dei suoi famigliari, coccolato dalla passione per il cinema. Il fratello ingegnere divenne il suo segretario mentre le sorelle Aurelia e Savina lo accudirono per tutta la vita e difesero la sua contestata eredità in seguito alla scomparsa dello stesso Alberto.

Alberto Sordi nel 1962

Alberto Sordi non conobbe mai le gelosie e i rimedi amorosi. Soltanto nel film Amore mio aiutami (1969) Sordi interpretò il dramma di un marito tradito e di un matrimonio finito dinanzi alle infedeltà della moglie Monica Vitti. In un’intervista rilasciata nel 1989 al programma Il Fatto di Enzo Biagi, il celebre giornalista domandò all’attore romano cosa avessero rappresentato le donne per lui: 

Alle donne devo tutto. Devo la vita, perché io sono stato molto corteggiato. Giovanissimo entrai in una grande compagnia di rivista. Ho bruciato le tappe della sessualità. Sono sempre stato circondato da donne. Forse non mi sono sposato perché non ho mai avuto la necessità di avere una compagna.

Fu proprio una donna, la giornalista Oriana Fallaci, a ritrarre le pieghe di quest’uomo seduttore e un po’ sparagnino all’interno del libro-intervista L’Italia della Dolce Vita (1968): 

Del resto, quel padre di famiglia per cui Arthur Miller si mette in viaggio, sa benissimo che l’uomo più popolare del cinema italiano non è lui. È uno scapolo di trentotto anni, dalla faccia grassoccia, gli occhi rotondi, le labbra un po’ dispettose: inarrivabile nel far ridere il prossimo. Non ha nulla in comune con i due più diretti rivali fuorché il fatto d’essere un divo che poteva nascere solo in Italia. Inoltre non è arrivato al successo per caso. Era fatale che ci arrivasse perché è un attore d’istinto. 

Ad Oriana Fallaci l’Albertone nazionale rivelò la propria angoscia riguardante il problema di prender moglie:

Vede, Madame, tutti me vogliono morto, voglio dire coniugato. Ma anzitutto io mi son sempre governato da solo, ho le abitudini: come giocare a carte con gli amici fidati che, son sicuro, non barano. Poi ho le sorelle che mi stirano le camicie, cucinano bene e sostituiscono perfettamente la moglie cha magari non sa stirare e pretende la cuoca. Poi queste donne d’oggi così ardimentose, mi terrorizzano. Dopo un po’ mi dico: Oddio che vole, ‘sta donna? Oddio che fa’? Oddio ‘ndo mi trascina? La porto a fare una passeggiata e mi trascina su un precipizio e se resto indietro mi urla: Codardo! Io non sono codardo, sono indolente. Ma l’indolenza non è viltà. Mica la rifiuterei una mogliettina. Tutte le volte che incontro una donna la guardo dicendo a me stesso: Guardala bene, Alberto. Che sia questa qui? 

In fin dei conti, Alberto Sordi rimase sempre se stesso perché nella vita e nei film era la sintesi dei personaggi che interpretava. Parafrasando una celebre frase del Marchese del Grillo:

Io so’ io e voi non siete un cazzo.