Che cos’è un’opera d’arte? Come si presenta? Come si stabilisce se qualcosa è un’opera d’arte o non lo è? Cos’è l’arte?

La disciplina che ha il compito di rispondere a queste domande è l’ Estetica, termine coniato per la prima volta nel ‘700 dal filosofo tedesco Baumgarten il quale definiva questa disciplina “ scienza della conoscenza sensibile” che designava appunto un settore della filosofia volto allo studio delle sensazioni ( dal greco αἴσθησις sensazione) e “teoria delle arti liberali”. Ma in verità il primo che fece una riflessione sull’arte e ne teorizzò i mezzi e i modi di produzione fu il filosofo greco Aristotele che dedicò un intero libro all’analisi dei principi alla base delle rappresentazioni artistiche. Infatti nella “Poetica” il filosofo identifica nell’arte il principio di imitazione del mondo sensibile ( principio duramente condannato da Platone nel X libro della ‘’ Repubblica”), bisogno naturale dell’uomo e comune a tutti i viventi.

Per Aristotele l’arte non è soltanto fonte di piacere ma soprattutto strumento di conoscenza che permette di liberarsi dalle passioni tramite il principio di catarsi. Facendo un salto temporale di più di due millenni, mi sento in dovere di fare un interessante parallelo tra il filosofo greco e  un filosofo statunitense contemporaneo , Noel Carrol. Autore del saggio del 1990  “ Paradox of Fiction’’( Il Paradosso della Finzione) Carroll spiega che il motivo per cui noi ci dilettiamo a guardare drammi, films pulp e horrors in cui sono rappresentate situazioni nelle quali non vorremmo mai trovarci nella vita reale, sta proprio nel principio aristotelico di catarsi, un piacere conoscitivo grazie al quale una volta finita la visione ci sentiamo liberi da ciò che abbiamo visto.  Studioso fondamentale nella storia dell’estetica è Immanuel Kant che alla fine del 1700 nella “ Critica della Facoltà di Giudizio’’ indaga sulle facoltà e sulle possibilità umane di dare un giudizio sulla bellezza. Il bello artistico per Kant è ciò che permette di provare un piacere disinteressato e permette una felice comunione tra l’intelletto e l’immaginazione, portando a ritenere l’oggetto bello universalmente. Kant introduce poi il concetto romantico di genio, prerogativa che permette di creare opere che fungono da modello e quindi in sostanza un talento che dà regola all’arte senza poter essere dimostrato scientificamente.

Ma cos’è propriamente un’opera d’arte?

Secondo Plotino, filosofo neo-platonico del 200 a.c. , l’opera d’arte è l’idea, l’immagine perfetta che l’artista ha in lui e sulla quale fonda il suo lavoro. La bellezza quindi risiederebbe nell’archetipo, non nella forma. Benedetto Croce riprende il concetto di opera d’arte neoplatonico e lo estremizza. Per il filosofo italiano l’arte è pura intuizione e l’opera d’arte è solamente l’immagine interiore dell’artista, non la resa materiale. Ribaltando così i temi tradizioni dell’ Estetica, Croce attua una svalutazione della tecnica artistica, ma riprende il concetto ottocentesco dell’arte come espressione pura del genio e oggetto del gusto.

Secondo Walter Benjamin ( 1892 – 1940) l’opera d’arte è tale se possiede un “ hic et nunc”,  un qui e ora, una collocazione spazio – temporale che le fa assumere il ruolo di testimonianza storica , preservando così i suoi caratteri di unicità, autenticità e autorità. Questa “ aura” dell’opera d’arte ha visto il suo declino con l’avvento dei nuovi mezzi di riproduzione , la fotografia e il cinema. Infatti, spiega Benjamin, questa esigenza della società ( a lui e a noi) contemporanea di un avvicinamento alle opere d’arte ha portato alla scomparsa di quell’aura che le caratterizzava sin da quando avevano una funzione rituale e religiosa e quindi sacra. Paul Valery nel suo trattato La conquête de l’ubiquité ( 1934) affermava che poiché i nuovi mezzi di diffusione potevano trasferire in ogni luogo un sistema di sensazioni, l’opera d’arte aveva acquistato una sorta di ubiquità grazie alla quale in una società futura sarebbe stato possibile trasferire con un semplice gesto (in pratica il nostro computer) questo flusso di sensazioni creando quindi una rete di opere d’arte ”a domicilio”. Valery pensava che queste future tecnologie avrebbero reso più accessibile la fruizione dell’opera nel momento spirituale più favorevole e fecondo ma sappiamo bene che questa previsione “ positiva”  non si è realizzata: basti pensare a quante volte vengono utilizzate opere d’arte per pubblicizzare prodotti commerciali o la speculazione finto-intellettualistica che spesso viene fatta utilizzandole come sfondo del computer o del cellulare, eliminando il presupposto di qualsiasi esperienza estetica necessaria per “vivere” l’opera.

La nozione a noi più vicina di opera d’arte è quella sette-ottocentesca di arte come fonte di conoscenza ma soprattutto di emozione. Lev Tolstoj in “ Che cos’è arte” sostiene che  <l’arte è un’attività umana per cui una persona, servendosi di determinati segni esteriori, trasfonde consapevolmente i sentimenti da lei provati in altre persone, che a loro volta ne restano contagiati e li provano>. L’opera d’arte quindi muove da un sentimento e smuove un sentimento. Ma allora qual è la sua funzione principale ? Essere veicolo di conoscenza o suscitare emozioni? Nell’ Ars Poetica Orazio assegnava alla poesia il compito di insegnare e far conoscere, ma al contempo indicava che il poeta non dovesse solo insegnare ma anche commuovere, tanto che lo stesso poeta doveva mostrare al pubblico le passioni che intendeva trasmettere. Ma è davvero così necessario cercare di separare questi due lati dell’opera d’arte? C’è una linea sottilissima tra questi due aspetti. Le nostre conoscenze nella maggior parte dei casi sono sempre connotate emotivamente e gli stessi nostri sentimenti muovono sempre da una base di conoscenza tanto che spesso siamo spinti alla conoscenza grazie ad una passione che ci guida e ugualmente dalle nostre emozioni impariamo qualcosa, sul mondo o su noi stessi.

“L’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità”.
Pablo Picasso