di Artin Bassiri Tabrizi

                                     

 

“[…]il patrimonio d’intelligenza dell’intelligente non è tanto costituito dal suo sapere positivo, quanto, al contrario, da una certa paradossale sensibilità, da una vigile attenzione che gli permette quasi arcanamente di intuire ciò che ignora, proprio in quanto ignoto.” Ortega Y Gasset, Goya

                   

 

Al secondo centenario dalla nascita, il filosofo Ortega Y Gasset scrive una presentazione delle incisioni di Goya ; presentazione curiosa, in quanto non si ascrive affatto nella serie di scritti compiuti da specialisti in materia. Ed è proprio per questo che lo scritto di Ortega ci interessa particolarmente, poiché “non è forse utile e magari proficuo che a scrivere intorno alle questioni siano anche coloro che non se ne intendono, che non appartengono al novero degli addetti ai lavori […]”[1]?

Questo, sia ben chiaro, non è solamente un saggio su Goya ; è anche un saggio sui limiti della storia – e dello storico – dell’arte. Molto spesso infatti, lo storico dell’arte si trova ad usare il concetto di “storia” senza averlo chiarificato a se stesso, allo stesso tempo non possiede una chiara visione di cosa possa significare l’essere artisti ; ciò ci porta a contestare, infine, il concetto di “specialista”. È forse troppo ideale una visione nella quale si accetti l’irredimibile alone che contorna ogni definizione, ogni scienza?

Il punto d’inizio del discorso di Ortega è, infatti, di grande urgenza e attualità : il filosofo sa che il sapere umano è costituzionalmente composto d’ignoranza, elemento imprescindibile, giacché la realtà umana è una realtà limitata. Il filosofo è, sin dai tempi di Socrate, lo specialista dell’ignoranza .

In primo luogo, se si vuole dar rilievo ai pittori spagnoli che tutti noi conosciamo (Velàzquez, Goya, Picasso…), bisognerebbe non raccontare la storia dell’evoluzione pittorica in Spagna -giacché, come fa notare Ortega, non si può parlare di un’evoluzione in un paese dove il livello pittorico è sempre stato basso e degradato – ma piuttosto cercare di focalizzarsi su questo problema : “che cosa ha reso possibile che in un popolo con scarsa predisposizione alla pittura […] siano potuti fiorire alcuni pittori prodigiosi?”[2]

3 Goya il venditore di vasellamePer quanto riguarda Goya, gli storici devono mirare alla questione che Ortega ritiene ineludibile : come può l’uomo che dipinge Il venditore di vasellame ( a sinistra) essere lo stesso artista che dipinge le pitture nere? Evidentemente, ogni pennellata è frutto di una ben precisa intenzione : comprendere quelle pennellate è riuscire a porle in collegamento con l’intenzione che le ha prodotte[3].

Le pagine che seguono sono, oltre che meravigliose, di un acume straordinario:

 

“Il caso delle “pitture nere” rappresenta un limite nell’intera storia della pittura. […] Ciò che rivela è questo : ogni quadro è più o meno ambiguo, come tutto ciò che ha il carattere di <espressione>. Si dice ambiguo un segno che ci comunica significati differenti nel medesimo tempo. Perciò non basta vedere il segno, contemplare il quadro. È necessario interpretarlo, ossia liquidare come impossibili tutti i significati apparenti eccetto uno, che sarà quello autentico, quello voluto dal pittore. È dunque necessario decidere quale fosse la sua intenzione, ma poiché l’intenzione di un pittore non è altro che un atto della sua vita, si viene inevitabilmente rimandati al contesto vitale dell’uomo che egli fu. Non si sfugge. La minima pennellata di un quadro, se vogliamo comprenderla nella sua verità, ci fa rimbalzare dalla tela, dalla parete, dalla tavola o dal cartone al complesso dinamico di un’intera esistenza. Solo dopo essercene impadroniti potremo tornare a guardare il quadro con qualche probabilità di capire quello che ha voluto <esprimere>.”[4] 

 

82sabbagoya

 Nell’esistenza dell’uomo Goya, non dobbiamo immaginarci grandi avvenimenti, non si può immaginare la sua vita come avventurosa o eroica : egli ha tutto il carattere dei suoi conterranei, cioè scontroso e impulsivo. E ciò è sicuramente visibile nella sua opera, nel suo tratto, mai del tutto sicuro e univoco – anche per la mancanza di un vero e proprio apprendistato. Ma il punto di svolta che Ortega individua è il momento in cui Goya si scontra con un’altra realtà, completamente diversa da quella che aveva vissuto fino ad allora: il mondo aristocratico.

Questo scontro con una forma di vita più elevata, all’età di quarant’anni, è un vero e proprio terremoto per la sua persona. Fino ad allora, Goya era sempre vissuto alla giornata, come la maggior parte degli spagnoli dell’epoca ; è dal 1790 che il mondo sociale attorno a lui cambia : egli incontra individui che concepiscono l’esistenza come un controllo costante di sé, come un imbrigliamento della spontaneità.

Ed è questo fatto che, per Ortega, come un macigno si scontra con la persona di Goya : egli rimarrà sempre scisso tra la persona popolana, quella della gioventù, e “una confusa presenza di norme sublimi, un poco eteree, che lo distolgono dalla spontaneità innata e lo impegnano intimamente a vivere un’altra vita”[5]. E, tuttavia, sarà grazie a questo nuovo ambiente sociale che l’estro goyano si ergerà in tutta la sua forza e magniloquenza, consentendogli di creare le sue composizioni più originali.

 Courtyard_with_Lunatics_by_Goya_1794La grandezza di Goya è quella di essersi interessato a tutti i generi pittorici, divino, umano, fantastico, diabolico ; ed è probabilmente per questo che non consente di inglobarlo in una trattazione storica coesa. Dopotutto, cos’è il genio se non l’impenetrabile? Ciò che l’ordine non può cum-prendere?

 

 

 

 

 

 [1]Ortega Y Gasset, Goya, ed. SE , 2000 pag. 15

[2]Ibidem, pag. 20

[3]Ibidem, pag.25

[4]Ibidem, pag. 26-27

[5]Ibidem, pag. 53