A chi non è capitato, negli ultimi anni, di intraprendere un’appassionata conversazione su una serie TV nella quale era rimasto eccezionalmente coinvolto? Pochi argomenti, infatti, sembrano oggi in grado di catturare l’interesse e la curiosità condivisa, che di per sé è notevole se si considera che le produzioni televisive non sono mai state al centro dei dibattiti intellettuali. Come per il cinema qualche tempo fa, ora le serie TV rivendicano il diritto di essere prese sul serio come oggetti di insegnamento e ricerca filosofica. L’emergere di questo nuovo genere televisivo, altamente innovativo sia in termini visivi che narrativi, richiede analisi inconsuete delle loro fondamenta teoretiche ed estetiche, nel contesto di un mutato panorama culturale e sociale ampiamente modellato dalla TV via cavo e da Internet.

Alcune di queste serie hanno raggiunto un successo internazionale impressionante e ciò rafforza ulteriormente la sensazione che il loro ruolo nel plasmare la cultura popolare sia paragonabile a quello che un tempo avevano le pellicole cinematografiche. Tuttavia, come accade per ogni prodotto fruito dalla massa, la maggior parte delle offerte televisive che troviamo nelle varie piattaforme o canali a pagamento risultano adoperabili unicamente come passatempo, per i momenti di svago in cui non si hanno più le energie per occuparsi di qualcosa di più serio e costruttivo – per distrarci e non pensare. Di rado ci troviamo dinnanzi ad opere di reale rilevanza artistica, in grado di incidere positivamente sull’immaginario dello spettatore e generare un principio di risveglio, come nel caso di Wayward Pines.

Tratta da un romanzo di Blake Crouch e trasmessa dall’emittente FOX, Wayward Pines è un agghiacciante thriller in cui emergono importanti temi di fantascienza e fantapolitica, nonché di critica sociale. La narrazione ha inizio con un terribile incidente stradale, a seguito del quale l’agente dei servizi segreti Ethan Burke si ridesta in un letto d’ospedale a Wayward Pines, cittadina dell’Idaho, ove si era recato per indagare sulla recente scomparsa di due suoi colleghi. Si ritrova senza documenti, senz’arma, senza soldi, senza telefono cellulare… e senza apparente via d’uscita.

Lotta per contattare il mondo “esterno”, ma non riesce a dar notizie di sé; lascia messaggi in segreteria, ma non viene richiamato; al telefono dell’ufficio risponde una donna ambigua, sconosciuta, che non lo aiuta; quando ruba un’auto per allontanarsi, la strada lo riconduce sempre, in qualche modo, al punto di partenza.

Esplorando una via di fuga attraverso i boschi, scopre che un muro elettrificato circonda la città; ma non è chiaro se la recinzione tenga reclusi i cittadini all’interno ovvero se “protegga” da un pericolo esterno. L’aria spettrale del luogo e le personalità stranamente “allegre” – ma allo stesso tempo minacciose – degli abitanti sembrano celare terribili segreti.

Durante la perlustrazione, Burke rinviene il cadavere di uno dei suoi colleghi, mentre l’altra, Kate Hewson, già sua amante, è ancora viva; inspiegabilmente, però, ella si mostra visibilmente invecchiata rispetto all’ultimo incontro, poche settimane prima, ed è sposata con un uomo di nome Harold. Si apprende che il verso notturno dei grilli proviene in realtà da registrazioni diffuse a mezzo di altoparlanti nascosti tra i cespugli, mentre telecamere ed altri dispositivi di sorveglianza sono installati in tutta la città.

L’atmosfera paradisiaca di Wayward Pines si dimostrerà una delle tante beffe inquietanti della storia. Chi o cosa ha il controllo e per quale scopo? Dopo che ad una donna di nome Beverly, colpevole di aver tentato la fuga, viene tagliata la gola davanti a una folla in tripudio, l’agente Burke si ritira nel bosco, alla ricerca disperata di risposte – consapevole ormai che ogni resistenza o ribellione verrà schiacciata.

Per tutto lo svolgimento del racconto entra in gioco il tema significativo degli effetti sulla natura umana del misterioso e dell’ignoto. Per i protagonisti, nient’altro che la verità sarà necessaria per soddisfare le proprie aspirazioni, ma le risposte, inseguite con tanta insistenza, riveleranno circostanze che mai avrebbero immaginato.

Accade infatti che Burke si imbatta in delle creature umanoidi che tentano di ucciderlo, ma riesce a mettersi in salvo. Scopre un edificio imponente, poco distante dal centro cittadino, e quando irrompe all’interno viene condotto al cospetto del leader, David Pilcher, che spiega che Burke e tutti gli altri sono rimasti in animazione sospesa per oltre duemila anni – unici esseri umani “evoluti” ancora in vita sul pianeta. Pilcher ha assunto la responsabilità di salvare la razza umana e Wayward Pines ne è il risultato; è letteralmente l’ultima città sulla Terra e le creature umanoidi che Burke ha incontrato nei boschi sono tutto ciò che rimane della vecchia umanità degenerata.

Due sono i temi di rilievo, legati a dilemmi del nostro presente: prima di tutto, vi è una auto-proclamata élite la quale, in possesso di mezzi materiali e competenze tecniche, riscontrando il progressivo imbarbarimento della razza umana e convinta che ciò dipenda da una mutazione genetica che nel lungo periodo avrebbe avuto effetti devastanti sulla tenuta della civilizzazione, decide di lasciare i propri consimili al loro destino di perdizione e salvare se stessa.

Con l’aiuto di alcuni volontari, vengono rapiti migliaia di uomini reputati “utili” alla ricostruzione, che non avrebbero accettato spontaneamente di parteciparvi, e “ibernati” assieme ai responsabili del progetto, per circa duemila anni, per rifondare una comunità umana quando le condizioni sarebbero state propizie.

Dunque, Pilcher dirottò i fondi della sua azienda in favore di un piano destinato a dare una seconda possibilità alla schiatta degli homo-sapiens, temendone il rischio di una completa estinzione. Al risveglio, garantita la prima sopravvivenza con ampie scorte di cibo e medicinali, avviò la costruzione di Wayward Pines, circondata da alte recinzioni per tenerla al sicuro dalle “aberrazioni” (abbreviato in abbie – così è chiamata l’umanità a prima vista degenerata in belve).

In secondo luogo, spicca il totale disprezzo dell’élite nei confronti del resto dell’umanità, abbandonata ad una sorte di corruzione e rovina. La distanza tra i due gruppi, incapaci ormai di comprendersi, deriva dall’indifferenza di una parte verso le esigenze e le difficoltà dell’altra – mentre scopriamo che gli abbie serbano capacità appartenenti a tipi umani superiori.

Il carattere “utopistico” e ideologico – e quindi anti-umano – del progetto affiora quando Pilcher racconta che ad un primo gruppo di risvegliati rivelò la verità, ma molti di loro furono colti dalla disperazione e si suicidarono, mentre altri tentarono la fuga andando incontro alla morte. Al tempo della serie, i residenti di Wayward Pines sono parte di un secondo gruppo e solo ai più giovani, che hanno meno difficoltà ad adattarsi, viene spiegato come stanno effettivamente le cose. Il rigido controllo dall’alto è palesato, inoltre, dagli avvisi collocati nei locali pubblici, secondo i quali ai residenti è vietato allontanarsi e parlare della propria vita precedente, oltre ad avere l’obbligo di rispondere sempre al telefono.

In un epilogo denso di ritrovata speranza, una nuova alba mostra la Terra ancora popolata da abbie, ma questi appaiono più simili all’umanità evoluta ed il grido di un neonato somiglia a quello di un infante “non degenerato”: il nuovo accordo tra vecchia e nuova umanità ha contribuito a ricreare un ambiente ospitale per tutti.

L’utopismo distopico è entrato nella fantasia popolare a partire dal XX secolo e poggia su tre pilastri della modernità: la tecnologia, il secolarismo diffuso e una smania di controllo totale. Vengono formulate ipotesi sull’atrocità del futuro, per poi provare a ritrovarne le cause nel presente.

L’interesse per le distopie da parte di una società dimostra che questa è ancora relativamente sana e possiede una qualche capacità di critica. La sua esistenza a lungo termine è minacciata e le distopie sono l’oggetto artistico e retorico che fornisce l’opportunità per delle riflessioni. Il punto è che ora ci troviamo in un momento storico in cui le distopie dilagano e raggiungono un grande livello di popolarità e diffusione (non solo Wayward Pines, ma anche Black Mirror, 3%, The man in the high castle e molte altre); cosa ci comunica questo fenomeno? Che abbiamo questioni difficili da affrontare, ma le nostre capacità di gestirle non sembrano adeguate.