Mi faccio forza, penso a Totò e mi dico: a prescindere. A prescindere dalla irrisoria facilità con cui è riuscito a riciclarsi regista; a prescindere dal politico che trova in un battibaleno i soldi per il suo ambizioso esordio nel cinema di finzione; a prescindere dal numero di copie esorbitante, oltre 200, in cui il film è stato distribuito nelle sale; a prescindere dalla sua presenza pervasiva in televisione a promuoverlo; a prescindere dalla distanza tra parole e cose che ha sempre accompagnato la sua attività politica; a prescindere dai danni arrecati a una sinistra in nome di superficiali suggestioni kennediane e paniniane, perniciose quanto quelle blairiane di un D’Alema; a prescindere da una prosopopea sempre pronta a colpire sotto la maschera buonista; a prescindere dalle buche per le strade di Roma che sotto la sua amministrazione pullulavano senza che nessuno, chissà perché, allora ci facesse caso; a prescindere dal fatto che ho sempre fatto fatica perfino a capire come un torinese possa tifare Juventus figuriamoci un romano…

Ecco, a prescindere da queste cose – e tante altre ancora – alla fine il film di Walter Veltroni, C’è tempo, sono andato a vederlo. Basta con questi stupidi pregiudizi, con queste argomentazioni che col famoso specifico filmico nulla hanno a che vedere, mi son detto, basta con l’atteggiamento dissonante di chi quasi si compiace a pensare che il chiudere gli occhi possa essere talvolta la miglior forma di critica.

Che Veltroni avesse qualche difficoltà a far sua la lezione di Howard Hawks, il regista americano che raccomandava innanzitutto di star lontano dai messaggi, lo si era abbondantemente capito. Lui, il cinema lo fa proprio per questo, non per altro, men che meno per i soldi. Non solo, si era anche capito che il suo messaggio è talmente soave da gettare un’ombra di canagliesco perfino su Winnie the Pooh: I buoni sentimenti, ha dichiarato, rappresentano un qualcosa di rivoluzionario, in un momento come questo, in cui prevale la negazione, l’arroganza e la violenza. Chiaro, no? Il messaggio è che bisogna comprendere le differenze, talmente nobile da giustificare perfino la scelta di uno schema narrativo che dire consunto è dire poco: il viaggio di conoscenza reciproca, in questo caso tra due fratelli (per parte di padre) riuniti all’improvviso che più diversi non ce li poteva raccontare.

Uno, il bambinone, è adulto, povero, biondo, grasso, grosso, mangione, maleducato, parla in romanesco ed è tifoso della Roma; l’altro, l’ometto, è un quasi adolescente ricco con camicia bianca e cravatta, esile, scuro di capelli, uno che sente musica classica e ama i film di Truffaut, parla un italiano compunto ed è tifoso della Juventus. Il guaio però è che non sono solo opposti tra loro ma sono diversi perfino da se stessi, perché se il bambinone alterna vaghe riflessioni e cinefili detour a imbarazzanti volgarità, l’omino ci propina perle di asettica saggezza mischiate a scempiaggini da deficiente.  

Il fatto è che i due protagonisti non sono personaggi dotati di una loro identità. Sono piuttosto vettori semantici, ricettacoli di gusti nostalgici che il regista, pardon l’autore, immerge in una dimensione sospesa, in una realtà inesistente, in un colorato bric à brac del modernariato dove si passa da un vecchio boxer Piaggio alla pistola rossa a pallini bianchi di “Dillinger è morto”, da un maggiolone cabriolet con le cassette stereo 8 a un manifesto e tutto il resto del film “I quattrocento colpi” (film tanto amato da meritare un detour parigino a favore di un invecchiato Jean Pierre Léaud), fino al gelato “arcobaleno” della Algida, che un in prodigioso corto circuito gastro-metereologico raccontato in flash back si viene a sapere ha determinato la professione di uno dei due nostri protagonisti: fotografo di arcobaleni per conto del (generoso) CNR, attività svolta per lo scontento di una moglie la quale, stando alle sue “sculture”, si dimostra completamente sprovvista di senso critico.  

Né a tirare su le cose aiutano gli incontri capitati prima e lungo un viaggio organizzato a stazioni che si allunga e si dilata in funzione solo della bussola veltroniana, a sprezzo del ridicolo più che del pericolo: i poliziotti che annunciano al bambino la morte dei genitori; il notaio (donna) che va a scovare personalmente tra le montagne il fotografo per annunciargli l’affido del fratellastro; un giudice (anch’esso donna) poco responsabile alle prese con un primo confronto da fantascienza; i grotteschi carabinieri che tutto fanno meno che dar lustro alla benemerita degni di un film con Bombolo; la cantante munita di figlia (coetanea dell’ometto, ca va sans dire) che consente l’aggiunta di sentimentalismi a banalissima intensità; una ex del bambinone padrona di una bella casa di campagna diventata nel frattempo – chissà perché – lesbica; il bancario che non può che rivelarsi un individuo gretto e sessista, secondo il classico, semplificatorio codice di lettura in bianco e nero. E via così, fino alla Parigi cinefila, rifugio intellettual-progressista per antonomasia, dove tutto si sublima e si riconcilia sotto i puntuali colori dell’arcobaleno.

“La realtà è fuori” era il claim di una vecchia serie tv di successo, X-Files. Lo stesso vale per C’è tempo, film con cui Veltroni si rintana in un mondo privato e autoreferenziale fatto di ricordi, di campagne toscane, case lussuose, paesini piemontesi, di una bellezza vintage da spot pubblicitario. Come un bambino viziato, prende tutti i suoi giocattoli (calcio e cinema prima di tutto) e visto che può permetterselo, dal suo eremo privilegiato ci lancia messaggi di democrazia, umanità, fratellanza. Fuori piove un mondo freddo, direbbe Paolo Conte. Veltroni non ce lo dice nemmeno, ce lo fa solo immaginare.

La realtà, quella realtà cui la commedia all’italiana dei vari Risi e Monicelli non si stancava di attingere con occhi e spirito dissacratorio, è “altro da sé”. Come nel più classico dei casi di schizofrenia, il Veltroni regista naif del Veltroni politico sembra non essere nemmeno lontano parente. Forse pensa sia solo un caso di omonimia, forse nessuno gli ha ancora spiegato che è lo stesso Veltroni ex padre nobile della “Cosa” morettiana ed ex segretario di un PD che di sicuro non ha contribuito a rendere più popolare; che è lo stesso ex vicepresidente del consiglio che al governo con Prodi aveva messo al primo posto delle sue riforme la scuola e la televisione; lo stesso che arrogantemente aveva pensato fosse un gioco da ragazzi far rieleggere come sindaco di Roma Rutelli; lo stesso che ora continua – come Prodi – a offrirsi come buona coscienza di quella stessa sinistra che lui ha contribuito a sderenare, di quella realtà giudicata evidentemente troppo poco cinefila, troppo poco nostalgica, troppo poco juventina per potersela davvero prendere a cuore. C’è da capirlo: in un cinema a prescindere e reality-free deve sentirsi molto più a suo agio. Del resto non disse una volta che era “L’uomo dei sogni” con Kevin Costner il suo film preferito?