Non chiederò mai scusa“, il Dick Cheney di Christian Bale ci guarda negli occhi, “non chiederò mai scusa per aver fatto quel che andava fatto.”

Vice di Adam McKay corre per 50 anni della vita del vicepresidente di W. Bush e attraversa mezzo secolo di storia americana. Meglio: del potere a stelle e strisce. Il nuovo genere, a metà strada tra il documentario e la commedia, già sperimentato con La grande scommessa, questa volta è più serio, ormai a un passo dal biopic vero e proprio: il fenomenale regista di perle comiche come Anchorman, Ricky Bobby si prende quasi sul serio – ed è questo l’unico limite della pellicola.

Dick Cheney è stato deputato, capo di gabinetto del presidente Gerald Ford, segretario della difesa di G. H.W. Bush e vicepresidente di George W. Bush

Forse la verità è che stavolta non c’è niente da ridere, sembra quasi volerci dire Adam: ma certi passaggi sembrano onestamente semplicistici. Certo, l’amministrazione Bush come origine di ogni male; certo, gli interessi petroliferi alla base degli interventi in medio Oriente. McKay fa qualcosa di inedito per lui: diventa un po’ banale. Si inserisce nel gregge dei film post-bellici e di denuncia, risultando un po’ già visto pur regalandoci alcune immagini significative (come il dialogo nel quale Cheney, Rumsfeld & co. spiegano a George W. Bush che per definizione gli USA non torturano e quindi qualsiasi cosa facciano ai presunti terroristi la possono fare, perché non può essere definita tortura).

Il campo di prigionia di Guantanamo, aperto sotto l’amministrazione Bush II, è stato in seguito definito “un buco nero legale”

La marcia in più è l’occhio shakespeariano sul potere: osservato e tratteggiato, ma purtroppo non dipinto.

Il giovane Cheney è subito affascinato dal potere, gli diventa duro a lavorare come stagista nei corridoi del Congresso, quando incontra Nixon chiama commosso la moglie, si innamora dell’idea che il potere del presidente USA possa essere illimitato – questa è la denuncia che McKay avrebbe potuto rendere più caustica: quali sono i veri limiti del potere? Già diversi storici politici hanno teorizzato il presidente nordamericano come l’ultimo vero sovrano assoluto del pianeta, ma forse non a tutti è chiaro quanto totale possa essere l’esecutivo degli Stati Uniti. Questo film è un occasione per intuirlo? Quasi.

Colin Powell, segretario di Stato nel primo mandato di Bush II, nel suo famoso discorso alle Nazioni Unite nel quale presentò le “prove” delle armi di distruzione di Saddam che portarono all’invasione dell’Iraq

Ci viene spiegato subito qual è il primo trucco del potere: la distrazione. In una nazione – ma potremmo dire, in un mondo occidentale – nel quale gli stipendi scendono e gli orari di lavoro aumentano, quando i cittadini timbrano l’uscita vanno a stordirsi, ubriacarsi, ballare. Non passano di certo la serata a studiare i vincoli costituzionali dell’esecutivo presidenziale. Il potere si nasconde in piena vista, è complicato, intraducibile, in un parola: burocratico.

Questo è Cheney: un uomo eccezionale e banale, un burocrate silenzioso e attento che cala le carte solo quando ha un buon punto. Un pescatore che come tale sa bene quale esca usare per il pesce che vuole prendere. Coadiuvato da una moglie scaltrissima – che la sceneggiatura ci descrive più brava di lui e sua vera “regista” – esegue un’ascesa inarrestabile riuscendo a dire poche parole, scegliendo gli uomini adatti, trovandosi e restando nel posto giusto. Come l’intuizione di accettare la vicepresidenza: la moglie gli dice che è “un ruolo che non conta nulla”, il cui compito è solo aspettare che il presidente muoia.

Ma Dick riflette e accetta, intuendo che a W. interessava solo vestire, non gestire, il potere.

In Vice (Adam McKay, 2018), il presidente George W. Bush è interpretato da Sam Rockwell

Il potere infatti è un enigma che si nutre di mistero e si ricarica con simbolici sacrifici rituali. Tali furono nell’antichità le rivoluzioni con re decapitati, tali sono oggi le elezioni a un ritmo sempre maggiore di consumo. La massa si libera della necessità di scegliere delegando, quindi divorando il potente; se ne ciba e lo abbatte, in una simbolica di morte che ha come pasto non l’esercizio, ma lo spettacolo del potere. “Avanti un altro”, ecco perché consumismo e democrazia vanno così d’accordo. L’antidoto è il mistero, sparire senza morire, governare senza apparire. Chi veste il potere è esaltato, poi bruciato; assume su di sé il peso simbolico del dover scegliere, ovvero del peccato. La massa delega e quindi ha il pretesto di non essere mai colpevole.

Questo il senso dell’arringa finale di Cheney, dritta in camera, verso lo spettatore. Accusato delle peggiori nefandezze? Ma è per quello che è stato messo lì! Per compierle, per uccidere in maniera orribile i mostri del terrorismo. Chissenefrega se nel farlo devono morire decine di migliaia di persone a decine di migliaia di chilometri da casa. L’America è salva.

Christian Bale è ingrassato di più di 20 chili per interpretare il ruolo del vicepresidente Cheney

In conclusione, il film è sicuramente godibile e una menzione d’onore va a Christian Bale, che nella corsa agli Oscar passa davanti a Ryan-ficus beniamino-Gosling e si mette al pari con i protagonisti delle pellicole più politically correct. Una curiosità. Nel biopic di Oliver Stone “W.” Bale rifiutò la parte di un George W. Bush che in questo “Vice” sembra sgravato di tante responsabilità: al cospetto del macchinoso Cheney, l’ex presidente viene infatti descritto più come un superficiale che come una cattiva persona.

Penseremmo male a credere che la (quasi) riabilitazione di Bush jr. dipenda dal suo ruolo apertamente anti Trump degli ultimi tempi? Forse saremmo troppo maliziosi, ma indovinate un po’ con chi si era schierato Cheney alle ultime primarie repubblicane