Si leggesse la recensione di un album fatta esclusivamente di commenti sulle abilità del chitarrista o sulle le capacità canore del frontman, con molta probabilità ci sentiremmo quantomeno insoddisfatti, rimasti senza le informazioni che speravamo di ottenere da un orecchio più esperto del nostro, capace di inquadrare il prodotto in tutte le sfaccettature che ne compongono l’insieme. Stesso discorso per un dipinto: una guida che si limiti a presentare soltanto l’iconologia, cioè il cosa e non il come, non sarebbe certo di grande utilità. Non sembra altrettanto immediato per i film, o almeno non sempre.

Senza uno sguardo che vada oltre i nostri criteri mimetici, i mosaici di Ravenna ci sembrerebbero del tutto respingenti. Allo stesso modo un film può apparirci pessimo se i nostri giudizi si concentrano quasi esclusivamente sullo svolgimento della trama

Senza uno sguardo che vada oltre i nostri criteri mimetici, i mosaici di Ravenna ci sembrerebbero del tutto respingenti. Allo stesso modo un film può apparirci pessimo se i nostri giudizi si concentrano quasi esclusivamente sullo svolgimento della trama

Vaneggiamo di continuo su sedicenti errori di scrittura, sui problemi di continuità, sulle scelte dei personaggi e sulla brillantezza dei dialoghi come se l’intreccio narrativo fosse il fulcro di ogni pellicola, unico criterio di valutazione di una pratica di intrattenimento ormai identica a un romanzo ma meno faticosa nella fruizione. Ci accontentiamo di commentare trame ora “scontate” – e allora il film non merita – ora “ricche di colpi di scena”, e in questo caso non possiamo perdercelo. In stampatello ci viene poi indicato il punto esatto in cui inizieranno gli Spoiler, ossia le pippe mentali dedicate agli ultras che speculano su ogni dettaglio narrativo, non sia mai che si vada al cinema conoscendo già il taglio di capelli del protagonista. Eppure il lettore dovrebbe voler essere messo in condizione di apprezzare appieno un prodotto così complesso, esattamente come nel caso della musica o dell’arte, per giunta da un professionista pagato (poco) per farlo. Tuttavia si contano sulle dita di una mano i commenti che offrono un simile servizio, e il motivo è che a noi spettatori/lettori va più che bene. Non dovrebbe interessarci, in altre parole, quanto il critico abbia ritenuto noioso il plot, quanto si sia divertito o scocciato: dovremmo invece pretendere di farci consegnare gli strumenti necessari per una corretta decodifica, che il film venga smontato e ricomposto nelle sue parti fino a mostrarci tanto l’intero quanto gli ingranaggi.

Invece, che si tratti di un film, di un fumetto, di un romanzo o di una fiction poco importa, conta solo ciò che si racconta, non come lo si racconta. Che ciò sia dovuto alle scarse competenze del critico di turno pare poco credibile, più semplicemente e come già accennato pare ci venga data la focaccia di Cerbero che ci basta e avanza. Conoscere se l’intreccio sia interessante o meno diventa allora l’unico parametro per farci prendere la strada del cinema o quella del divano, a patto però che non si facciano troppi riferimenti ai nodi della trama. Serve solo una risposta lapidaria a una domanda altrettanto tale: la storia è interessante? O sì o no.

Una trama originale ha la forza di farci chiudere un occhio sugli eventuali problemi della pellicola. Stesso discorso per il colpo di scena finale, che nobilita film mediocri ed esalta quelli già nel complesso riusciti. “I soliti sospetti” ne è un esempio

Una trama originale ha la forza di farci chiudere un occhio sugli eventuali problemi della pellicola. Stesso discorso per il colpo di scena finale, che nobilita film mediocri ed esalta quelli già nel complesso riusciti. “I soliti sospetti” ne è un esempio

È l’egemonia della trama, un giogo che l’immagine subisce dalla parola (detta o scritta) dalla notte dei tempi, ma che nel cinema attutale si accentua con modalità raramente rilevate in passato. Si potrebbe infatti individuare tale subordinazione iconografica già nell’esclusione degli artisti figurativi dallo stato ideale di Platone, colpevoli di manipolare la realtà modificandola e creando illusioni e copie; passando poi in rassegna tutti gli studi basati sull’iconografia Panofskiana, che appiattisce l’immagine sulla parola, il visuale sul verbale. Ebbene, sarebbe ora che la visione si riprendesse ciò che le spetta dalla lettura, riappropriandosi della propria indipendenza e, nel caso del cinema – che è arte del mostrare e del vedere – essa cessi di risultare accessoria al plot, che qui subordina il cinema come la parola ha fatto con l’immagine. Nessuno chiede un ritorno alle avanguardie anti-narrative degli anni Venti né alla pura visibilità di Benedetto Croce – per carità, è materia che si addice ai musei di arte contemporanea, e oltretutto da queste parti si è recentemente scritto con efficacia e competenza del valore popolare di saghe e serie tv puramente narrative, dunque lo snobismo non ci appartiene di certo – ma ogni qualvolta il desiderio di sentire ciò che i personaggi dicono o fanno supera ciò che il cineasta mostra, il cinema perde uno dei tanti pezzi che lo compongono.

Resta la trama, col cerino in mano ma con la fila di spettatori pronti a vedere cosa succederà dopo, proprio come nei peggiori teleromanzi.

La ragione è spiegabile con il fatto che la trama è quell’elemento narrativo che richiede la minore decodifica da parte del pubblico di massa, e quindi è quello che viene più facilmente recepito e largamente apprezzato.

(Roberto Recchioni, fumettista e curatore editoriale. Da un suo soggetto è stato tratto il film Monolith)

Cinema come soap opera radiofoniche, cinema come telenovelas, come feuilleton e oggi come serie tv, che coerentemente con il proprio linguaggio mettono in bocca agli attori dissertazioni filosofiche ad ogni battuta (il confronto tra il Westworld originale e l’omonima serie tv è illuminante), in un botta e risposta sovraccarico di informazioni che svolazzano in una forma talvolta assai povera. Ma se l’idea delle “serie tv belle come i film” dice ancora il falso nella quasi totalità dei casi, sarà invece di questo passo vero il contrario, dal momento che finché un tale meccanismo agisce sul piccolo schermo non vi si trova nulla di irregolare, ma quando il chiodo fisso per la trama supera il confine della sala cinematografica allora forse la misura diventa colma.

Addirittura in un cinepanettone come “Anni ’90” ci si permetteva un virtuoso piano sequenza (nel video dal minuto 0:57). A venticinque anni di distanza una tale destrezza puramente cinematografica è merce sempre più rara, almeno nel cinema popolare.

Se è vero che il cinema ha rappresentato il punto di rottura del pensare attraverso il linguaggio in favore di un pensare per immagini, come sosteneva Béla Basazs, allora nello scenario descritto anche l’ultimo mattone del muro ha ceduto, lasciando una tabula rasa su cui si potrebbe anche  ricostruire qualcosa. È però altrettanto possibile che le bestie siano già scappate e tentare di chiudere il recinto ora serva a poco, prova ne è lo statuto divistico che la figura dello showrunner ha assunto negli ultimi anni, quasi più influente di quella del regista nel cinema. Ma prendere per buono il criterio secondo cui una trama esile sia sinonimo di una pessima produzione rimette ogni cosa al proprio posto: Under the skin (forse il miglior film di fantascienza degli ultimi anni) ne uscirebbe con le ossa rotte. Nel cestino anche tutta la filmografia di Jim Jarmush, Duel di Spielberg, il recente La La La Land, Profondo rosso, il Neorealismo, Godard, parte della New Hollywood, Woody Allen, Bergman, talvolta P.T. Anderson e così via all’infinito, tutto da buttare. Tra i grossi registi in attività a salvarsi dal genocidio resterebbero – almeno ad un primo appello – Nolan, Shyamalan e quella fastidiosa Indiewood che in quanto a dittatura della trama ha fatto più danni della grandine, Spike Jonze e Charlie Kaufman su tutti. Ecco come la tanto venerata storia (“Di che parla quel film?” “è la storia di…”) si è appropriata di un complesso prodotto finale di cui dovrebbe essere parte importante tanto quanto le altre. Chiedete a un cinefilo sopra i cinquant’anni se ai tempi delle sale di seconda visione qualcuno si è mai lamentato degli spolier: c’è la possibilità che non sappia nemmeno di cosa stiate parlando. Non a caso l’assillo delle anticipazioni di trama nasce come fenomeno globale nei primi del Duemila, con il reality show Survivor e in conseguenza delle nuove tecnologie, che a causa del fuso orario statunitense rovinavano la sorpresa ad alcuni spettatori, non certo con i film di Coppola o di Peckinpah.

Survivor ci invita a scommettere su quello che accadrà, ci chiede di fare previsioni. L’imprevedibilità stimola il desiderio di sapere quello che accadrà dopo […] con il suo invitare alla predizione, Survivor somiglia molto di più a una corsa di cavalli che a una fiction.(Pierre Lévy in Cultura Convergente di Henry Jenkins)

Ecco che la sovrapproduzione di serialità, unita ad una giustificata sete di narrazione che diventa malsana solo se applicata a tutto il cinema, potrebbe paradossalmente salvarne il linguaggio. Si è infatti evocata una tabula rasa da cui poter ripartire, e in tal caso sarebbe proprio la fascinazione che subiamo dalle storie dilatate a indirizzarci completamente verso la tv anziché verso la sala, costringendo i produttori cinematografici non più a competere sullo stesso terreno della narrazione televisiva, bensì a recuperare il proprio codice più visivo che narrativo, o almeno tanto visivo quanto narrativo. Louis Marin invitava a smettere di approcciarsi all’immagine come ad una copia che ci facesse domandare soltanto quanto essa ci dicesse del proprio referente, proponendo piuttosto un’indagine sull’essere dell’immagine, che è ciò che potenzialmente un certo tipo di cinema potrebbe tornare a fare vista la propria natura e soprattutto la spietata concorrenza televisiva. Ma se sentir parlare meno di spoiler e più di inquadrature, meno di colpi di scena e più di montaggio pare uno scenario tanto improbabile quanto borioso e totalmente avverso alla natura popolare del cinema, l’unico augurio possibile è quello che la febbre delle anticipazioni come emblema del primato della trama rientri nei ranghi senza monopolizzare anche tutto ciò che sta dentro la sala. Mentre oggi la buona fattura tecnica di certe serie rende i nostri criteri di giudizio pressoché identici tra piccolo e grande schermo, nel caso auspicato saremmo coscienti di fruire di testi di natura differente. L’abbozzeremmo con le analisi dettagliate di ogni risvolto narrativo.

I cosiddetti “Shyamalan twist” hanno sancito i successi e le sfortune del regista. Il colpo di scena finale resta il suo marchio di fabbrica

I cosiddetti “Shyamalan twist” hanno sancito i successi e le sfortune del regista. Il colpo di scena finale resta il suo marchio di fabbrica

Si dirà che anche il grande schermo ormai tenda da anni alla serialità e all’estetica video-ludica. Si sa però che l’originale è sempre preferibile alla copia, e allora in uno scenario ideale della serialità se ne occuperebbe la tv, della visione unica il cinema e del gioco i videogame. Non è questione di ipotizzare un mondo fuori dal tempo – le saghe cinematografiche sono sempre esistite, sempre esiteranno e alcune ci piacciono e anche molto –  e nemmeno l’irrealistica proposta di un’alfabetizzazione all’immagine da somministrare nelle scuole, ma l’esausto auspicio che la natura di un medium non venga sopraffatta in modo irrimediabile da un linguaggio almeno in parte estraneo, sempre più pensato per le cosiddette produzioni hig concept (soggetti d’impatto riassumibili in una frase. In Italia i film di Genovese ne sono un esempio. I produttori ne vanno matti e il pubblico anche) più adatte alla pubblicità che al cinema. Occorre, insomma, che resista in parallelo al piacere per gli intrecci anche il narrare per immagini e non per chiacchiericcio, lo stupire con la composizione interna dell’inquadratura e non solo con i colpi di scena. Non a caso una sceneggiatura è solo lo studio preparatorio per l’opera finale, ché altrimenti spenderemmo otto euro per leggere uno storyboard come un fumetto, seduti sulla comoda poltrona di casa e non su quella pezzata della multisala.