Accompagna i tuoi personaggi, seguili da vicino con delicatezza e rispetto. Non giudicare, ma affonda insieme ad essi nelle loro sofferenze e cadute, esulta nei loro attimi di fugace contentezza, cosicché la loro umanità emerga spontanea e decisa. Bisogna raccontare quello che siamo, bisogna mostrare questa umanità, così com’è, senza filtri, così come ciascuno di noi la sperimenta ogni giorno. Attraverso le strade di questo mondo caotico, un’umanità fatta a pezzi, brandelli di coscienza che a stento si reggono in piedi, eppure non cedono, perché la vita, anche quando non possiamo dire di conoscerla, ci chiama e attrae con la sua forza misteriosa. Sentiamo questa voce mentre guardiamo il film The Wrestler di Darren Aronofsky. Una voce che bisbiglia e graffia in quelle quasi due ore, fino a divenire quasi urlo potente e disperato prima che i titoli di coda riempiano il nero che spegne i riflettori sulla vita del protagonista.

Realizzato nel 2008, questo film rappresenta la definitiva consacrazione del regista statunitense che aveva stupito, in precedenza, con Requiem for a Dream. Lo acclamano i critici, per il pubblico diviene negli anni quasi simbolo di un certo modo di fare cinema cosiddetto indipendente. E poi la resurrezione di una vecchia star del firmamento hollywoodiano, Mickey Rourke, vincitore di un Golden Globe. La sua fortuna incomincia al Lido dove vince addirittura il Leone d’Oro. Da qui, la strada si fa in discesa, premio dopo premio, per il film e poi per il regista americano. Ma non vogliamo qui attendere ad una recensione tardiva, e quindi di scarso interesse e dubbio valore. Ci preme, semmai, poggiare i piedi su quest’opera, a suo modo paradigmatica, per poi spiccare un salto verso altre prospettive e visioni.

The Wrestler ci dice molto, anche a distanza di un decennio, molto sul modo di intendere il cinema e forse l’arte in generale in questi tempi. Ci dice molto, quindi, su di noi, su quello che siamo, su quello che desideriamo e cerchiamo. Da qui innanzitutto vogliamo partire. Un uomo, Randy, da oltre vent’anni sale sul ring: il wrestling è la sua vita, la sua unica ragione di vita. I grandi palazzetti sono un ricordo lontano, la fama sono fotografie su vecchie riviste appese al muro, ma egli, fiaccato nel corpo e nell’animo, non rinuncia all’unica cosa che gli dà ancora un po’ di gioia e lo fa sentire vivo, desiderato. Non ha molto altro, una specie di roulotte come casa, un lavoro precario i fine settimana e lo svago di un night club. Una famiglia, forse una volta, ma di cui comparirà solo la figlia, lontana e sfibrata dall’odio verso un padre che non l’ha mai veramente voluta. E poi c’è Cassidy – o Pam nella vita reale – spogliarellista di notte e madre di un bambino di sette anni. Forse fra i due nasce qualcosa, ma non c’è spazio nell’animo, non abbastanza. La solitudine si mangia tutto.

L’amore che nel film spinge per ottenere il suo posto, ma fallisce, perché le buone intenzioni da sole non bastano, chiede allo spettatore di far la sua parte. Chiede di coprire le storture della storia e le debolezze del protagonista. Perché questa umanità seppur confusa e debole è bella. Noi siamo in fondo tutto questo e non c’è nulla di giusto o sbagliato. Così, ci si commuove con facilità davanti alla forza che nasconde un dolore troppo grande da superare indenni, davanti alla solitudine di chi vorrebbe conquistare l’amore, ma non sa più come farlo. Una vita accartocciata fra le periferie, che si ricicla con le luci del ring e le urla scomposte di una folla anonima. Ferite e cicatrici che sporcano l’animo e che il regista mostra prima di tutto nella carne logorata di Randy, nel suo cuore che non ce la fa più. Da vicino, come se ci trovassimo accanto, quasi addosso a lui. Respiriamo con lui, patiamo con lui, piangiamo con lui. Non si può non voler bene ai disperati protagonisti di questo dramma. Sembra davvero inseguirci con questa verità il film The Wrestler. Una verità che ci si appiccica alla pelle, scivolando sotto i vestiti. E quel sangue, quel sudore triste, quelle lacrime che faticano a scendere per troppa paura, divengono le nostre. Ma siamo sicuri che non ci si possa spingere più in là, che nell’arte non si abbia il diritto di raddrizzare quello che sembra irrimediabilmente sviato?

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Questa forma, così profana e insieme visceralmente forte, accomuna alcune opere che nel tempo hanno aiutato a maturare un gusto, una sensibilità negli spettatori. A distanza di nove anni, pensiamo ad un altro film come il pluripremiato Manchester by the Sea. Il dolore affonda e avvolge tutto e si resta schiacciati da un peso che nessuno è in grado più di sollevare. Se l’uomo di oggi pare vivere in un grande sonno, intrappolato da una vita feroce quanto falsamente luccicante, dura e livida come l’asfalto e i palazzi delle città, proprio per questo, l’arte dovrebbe correre in suo soccorso come un balsamo che lo libera da tale prigione, sollevandolo in più spirabil aere. E invece essa si contenta – ma di questo è del tutto inconsapevole – di estendere e prolungare quello che i suoi occhi già vedono; nulla più. Cosa c’è oltre il dolore, la morte, gli amori falliti o mai nati? Nulla se non le cicatrici che si attaccano all’animo e che non sappiamo come cancellare, perché la memoria si fa solo rimorso e non perdono, redenzione.

Non prenderemmo spunto da questo film se non pensassimo che nella sua crudezza graffiante, nel suo linguaggio sboccato e quotidiano, nelle sue immagini sgranate e sporche non ci sia invece qualcosa di estremamente potente. Poesia, sì c’è anche poesia in questo incedere barcollante e disperato del protagonista verso la sua triste e gloriosa fine allo stesso tempo. Ma di poesia solo umana qui si tratta, troppo umana. A cosa serve allora l’arte se essa utilizza gli stessi attrezzi arrugginiti e pesanti di questa vita? Quale il suo scopo? Dove la sua nobiltà se essa si confonde con le miserie di una vita falsa e perduta?

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Le ferite e i lividi che la vita ci impone nostro malgrado vanno curati e assorbiti con medicamenti speciali che ci ricordano come ciò che noi siamo veramente non si trova nelle nostre ossa e muscoli, e nemmeno nei meandri della psiche, ma in quella zona nascosta e luminosa che è l’anima. L’arte ci dovrebbe aiutare a trovare il passaggio per avvicinarci a lei e osservandola anche solo di soppiatto, fra sbalzi di luce, guardare e capire noi stessi. Noi siamo molto più di quello che vediamo, molto più di quello che gli altri vorrebbero che guardassimo. Se anche l’arte si piega al materialismo, se la spiritualità autentica diviene solleticamento psichico condito con esuberanti accenti pseudo-religiosi, allora dove può l’uomo trovare riparo in questa tempesta e un’indicazione verso il passaggio che lo porta sull’altra riva?

Trafelati e felici ci siamo tutti gettati sull’onda delle magnifiche sorti e progressive, ma ci siamo dimenticati l’uomo, il vero uomo, che circondato da un corpo di carne avvolge un’anima e uno spirito. E l’arte proprio a quest’uomo deve rivolgersi, solo a questo. Costruire la personalità e renderla più leggera per spiccare il volo. Invece ci muove il cuore, ci fa sobbalzare lo stomaco o strozza il respiro, ci scioglie i pensieri, ma non arriva mai alle soglie dell’anima. Si resta tristi, nel profondo, anche se non ce ne avvediamo. Non si può scappare da questa vita vorrebbero dirti certi film, è solo questa e la devi semplicemente attraversare fino in fondo. Non c’è la luce che vorresti, ma molte ombre fra guizzi bianchi e giallastri che però non possono allontanare le tenebre. Si resta quasi impotenti davanti alla vita, ma anche davanti a questa umanità che non vuole più un riscatto celeste, anzi perfino lo rigetta e allontana. Il cielo allora carico di nubi è solo un’immagine evaporata allo specchio dell’asfalto sudicio e duro dove accalchiamo i nostri piedi e affondiamo le nostre speranze e paure. È solo un po’ di bene, ma non è arte. Un bicchiere che rinfresca la gola di un assetato, ma poi la sete ritorna perché di ben altro ha bisogno.

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Perché non guardiamo più oltre le nubi che schiacciano la nostra vista? Perché non sappiamo più inginocchiarci. Ecco, l’arte dovrebbe farci piegare le ginocchia e regalarci il dono delle lacrime. Catarsi benedetta e tragica! Sì, mostrateci le gambe zoppicanti, i cuori confusi, le bocche impastate d’odio e vendetta, le mani scorticate sui muri. Mostrateci la pioggia che  imprigiona, il sole che brucia la carne e le forze, il vento che fa sprofondare in mare o che ulula nelle notti di solitudine. Mostrateci la povertà che si attacca ai volti come carta vetrata, la meschinità e la sopraffazione dei tanti che non accettano di essere ultimi. Mostrateci il vuoto di chi osserva tutto dalle vette di questo mondo, le passioni scomposte che divorano le viscere e le cose! Ma portateci la brezza leggera che eleva l’anima e la conduce nelle terre da dove essa proviene. Lasciate che l’aria gentile ci sfiori i capelli e il viso e ci ricordi che oltre tutto l’orrore e le bassezze, la morte non può trionfare, ma è solo un inganno. Dateci la poesia, quella vera – armoniosa bocca di Dio – che non ha paura di scendere agli inferi, ma solo perché il suo unico fine è sollevarci ai Cieli tersi e splendidi.