Antartide, 1982. Paesaggio innevato ed eco di tamburi. È il primo dei 109 minuti tra i più ansiogeni e claustrofobici della storia del cinema che ci attendono. The Thing, horror Sci-fi girato da John Carpenter è il primo della Trilogia dell’Apocalisse la quale ha come tema la distruzione del mondo delle certezze su cui si fonda la società. Infatti in questa pellicola assistiamo ad un frantumarsi dell’ordine e delle norme che il mondo si è dato così come ogni socialità.

L’antartide come contesto completamente isolato e freddo rispecchia la visione pessimista del mondo del grande cineasta. La base di ricerca americana composta da 12 uomini dove si svolge principalmente la storia rappresenta invece la nostra società, all’interno della quale ognuno ha dei ruoli ben definiti e si è disposti a cooperare per dei comuni scopi. Improvvisamente i 12 saranno trasportati nello stato di natura in un tutti contro tutti: da Aristotele ad Hobbes nel giro di qualche fotogramma.

Quando si parla di un regista come Carpenter nulla è messo lì a caso. Non è un caso che il primo antagonista sia il migliore amico dell’uomo, un cane. Non è un caso che nei primi minuti del film, in un gesto apparentemente insensato, il protagonista, un eccellente Kurt Russell distrugga un computer (confronto uomo-macchina) versando del whisky nei circuiti a seguito di una sconfitta a scacchi.

Non è un caso che un film destinato a diventare grande “post-mortem” abbia la firma sonora di un certo Ennio Morricone ed un giovanissimo Rob Bottin che a soli 23 anni finirà per realizzare degli effetti speciali destinati a passare alla storia e che lo porteranno addirittura ad ammalarsi durante le riprese, il tutto senza l’aiuto della cga ma attraverso la creazione artigianale delle terrificanti creature, simili ai dipinti di Francis Bacon.

The Thing (1982)

Three Studies for the Portrait of Henrietta Moraes, Francis Bacon (1963)

Per usare le parole del filosofo francese Gilles Deleuze in riferimento alle tele del pittore irlandese, e perché no, agli effetti speciali del film:

Il corpo si manifesta quando viene meno il sostegno delle ossa, carne ed ossa esistono l’una per l’altra ciascuna però per conto suo.

Una pellicola sicuramente lontana anni luce dal sangue e dalla pornografia a buon mercato gettata in faccia agli spettatori con l’attuale paccottiglia splatter fine a se stessa. Ma “La Cosa” non è solo un film horror: è lo specchio della società postmoderna, dell’atomizzazione, della spersonalizzazione e della solitudine in cui rimane solo la lotta per la sopravvivenza anche a discapito dell’altro, soprattutto se l’altro potrebbe farti fuori in qualsiasi momento. Si è davanti ad uno di quei film che vanno sviscerati proprio come “la cosa” sviscera i corpi umani per poi ricomporsi e rendersi apparentemente accettabile nell’aspetto fisico quanto nei comportamenti. Nelle trasformazioni a cui si assiste si può ammirare tutta quella bellezza, quella estetica del brutto che percepiamo come già detto, nelle opere di bacon quanto nei racconti di Lovecraft.

Esplicito riferimento al letterato suicida verrà inserito da Carpenter nell’ultimo capitolo della Trilogia “Il seme della follia“. Così come ad un certo punto il protagonista in una delle frasi più celebri del film dice “qui c’è qualcuno che non è quello che sembra” allo stesso tempo La Cosa è esso stesso un film che non è quello che sembra.

Numerose sono le chiavi di lettura che sono già state date attraverso diverse recensioni alla pellicola: antropologica, psicologica, sociologica; perfino Enrico Ghezzi durante una sua conversazione con Carmelo Bene sul calcio, racchiusa nel libro “Discorso su due piedi” consigliò alla macchina attoriale salentina che tanto disprezzava il cinema, la visione del film.

La Cosa finisce proprio come l’Amleto, la stessa circolarità. Alla fine il protagonista non sa, soprattutto noi non sappiamo se è diventato un mutante. Gli viene quasi da ridere non sapendo cos’è e che cosa sarà. È come se si fermasse sul bordo del tempo. Da quel momento potrebbe ricominciare tutto. È terribile.

Non c’è spazio dunque per il consolatorio extraterrestre alla Spielberg che malauguratamente uscì lo stesso anno. L’alieno non cerca mai un compromesso o di integrarsi con l’uomo. Viene fuori da parte dell’uomo quell’ostilità per ciò che non si conosce, per il diverso, una sorta di xenofobia istintiva, che in tal caso sarà del tutto giustificata.

Alla fine viene da chiedersi: chi è che combatte chi? L’uomo contro l’alieno o l’uomo contro se stesso? Non a caso non tutti i personaggi vengono uccisi dall’alieno, si assiste ad un omicidio e un suicidio. La Cosa è una metafora del capitalismo in quanto assimila, ingloba, imita e non fa altro che perpetuare se stesso. I legami umani si recidono, il gruppo si sgretola e all’interno della base-società ognuno perde il suo ruolo.

Nessun amore, forse nessuna umanità. La Cosa è il principio stesso della trasformazione. È il cinema come puro deserto. Il cinema di Carpenter si compatta in una macchina infernale.
Enrico Ghezzi, L’entità della cosa (Il doppio del cinema)