È chiaro che Guillermo del Toro sia molto più che un semplice regista appassionato di Lovecraft e di mostri: il cineasta messicano è prima di tutto, infatti, un vero narratore di fiabe moderne, un uomo che ha trovato nella settima arte il medium espressivo perfetto per raccontare le sue storie uniche. Altrettanto vero è che del Toro non sia un creatore di film per tutti, e ciò si vede dal fatto che il suo stile particolare gli sia valso uno strano rapporto di amore/odio con Hollywood: nonostante abbia un nutrito seguito di appassionati, infatti, i suoi racconti degli ultimi anni si erano forse un po’ allontanati dai meravigliosi estetismi narrativi de La Spina del Diavolo o de Il Labirinto del Fauno per perdersi in sovrastrutture un po’ barocche e rime estetiche di difficile decifrabilità (come nel caso del poco riuscito Crimson Peak).

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Con la sua ultima fatica però, The Shape of Water (in Italia La Forma dell’Acqua), possiamo dirlo subito: del Toro non solo è riuscito a creare quello che probabilmente è il suo film migliore, ma lo fa con una storia d’amore, terreno nel quale non si era praticamente mai addentrato. L’ultima pellicola del regista è infatti anche la sua consacrazione definitiva, un film attraverso il quale traspare chiaramente non solo tutta la sua voglia di riscatto e il suo amore incondizionato per il cinema, ma anche una consapevolezza nuova, più precisa e sicura nel raccontare le sue storie. C’è da dire dopotutto che, probabilmente, dopo il Leone d’Oro a Venezia, quest’ultimo lavoro sarà un prodotto che riserverà a del Toro grandi soddisfazioni anche durante la cerimonia di premiazione dei prossimi Academy Awards (il film è stato candidato all’Oscar in ben tredici categorie).

The Shape of Water non è, però, solo una storia romantica: ci troviamo ancora una volta davanti ad una meravigliosa favola, un racconto puro da guardare (e da ascoltare, non per niente il film si apre con una voce narrante) con gli stessi occhi pieni di meraviglia di quando eravamo bambini e i nostri nonni ci leggevano un libro, mentre eravamo ormai accoccolati nel caldo delle coperte pronti a scivolare nel mondo dei sogni… Dopotutto questo film è un po’ anche questo: un sogno, e come tale si rimarrà a fluttuarci dentro per lungo tempo anche dopo la visione, ammaliati dalla fotografia acquosa tutta verde e azzurra di Dan Lausten e cullati dalle meravigliose musiche dalle sonorità alla Glenn Miller, opera del genio di Alexandre Desplat.

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In The Shape of Water il regista messicano ci riporta nel passato, nello specifico nella Baltimora degli anni ’60, per raccontarci una storia che – anche a detta del collega e connazionale Alejandro Gonzáles Iñarritu (Birdman, The Revenant) – solo uno con la sua fantasia avrebbe potuto immaginare e sviluppare: protagonista della pellicola è Elisa Esposito (interpretata da una meravigliosa Sally Hawkins), una donna muta che fa le pulizie in una base militare dove si svolgono numerosi esperimenti (molti dei quali segretissimi), che hanno lo scopo di porsi sempre un passo avanti alla Russia nella corsa al progresso di quegli anni. Elisa è muta sì, ma non sorda: trascorre invece le sue giornate ascoltando attentamente le chiacchiere dell’amica e collega di lavoro dalla bocca larga Zelda (Octavia Spencer), una donna afroamericana con un marito scontroso, o guardando musical alla televisione con il suo amabile vicino di casa Giles (Richard Jenkins), disegnatore di locandine pubblicitarie.

Elisa, però, è anche una contraltare silenzioso degli echi di un periodo dove l’eccitazione per il progresso si univa a una certa inquietudine per il domani: se il mondo attorno a lei punta al cambiamento come unica costante, tutto invece scorre sempre uguale nella sua vita, giorno dopo giorno. Lo stravolgimento arriverà solo quando verrà introdotta nella struttura una misteriosa creatura (ancora una volta interpretata da Doug Jones, già “il fauno” nel film dl 2006 e l’Abe Sapien di Hellboy): un essere anfibio con un aspetto umanoide ricoperto di scaglie, che verrà subito rinchiuso in una grande vasca al riparo da occhi indiscreti ma con il quale Elisa, in qualche modo, riuscirà ad instaurare un rapporto di comunicazione e, forse, anche qualcosa di più.

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La scenografia della Baltimora immaginata dal del Toro funge un po’ da specchio per lo stato d’animo dei personaggi che la abitano: l’oscurità regna sovrana, e il cielo della città sembra presagire una pioggia che prima o poi finirà con il cadere sulla vita di tutti i protagonisti. Alla fine, ognuno di loro cova dentro di sé un intimo dolore, soffrendo per una possibile vita perduta: l’amica Zelda trattiene a stento una grande voglia di riscatto, che ha paura a manifestare apertamente in quanto donna nera in un’epoca in cui queste due categorie avevano difficoltà a trovare uno spazio, Giles accumula nel frigo torte che lo disgustano ma che compra nel locale dove lavora il barista di cui è segretamente innamorato ma a cui non si può dichiarare, lo scienziato interpretato da Michael Stuhlbarg è vittima di un sistema che lo usa e lo sfrutta ma da cui si trova impossibilitato a scappare.

E se la protagonista Elisa è muta, senza un passato ed emarginata da una società che la considera diversa, dopotutto anche lo strano essere, strappato da un fiume in Amazzonia dove veniva considerato un dio per diventare una cavia da laboratorio, non si ritrova anch’esso ad essere impossibilitato a comunicare in un mondo che non lo accetta, esattamente come lei? I protagonisti del film sono proprio loro, quindi: i deboli, i reietti, i diversi, gli esclusi, i mostri. Il forte sottotesto politico presente in The Shape of Water riesce ad essere così riuscito, però, proprio perché non cade mai nel banale o nel retorico, nonostante sia chiaro e presente per tutta la durata della pellicola.

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Nei film di del Toro, infatti, sappiamo ormai bene come la favola onirica non sia mai fine a se stessa, ma come si integri sempre ad un altrettanto lucido dipinto del contesto storico dell’epoca, spesso duro e impietoso: qui si passa dalla corsa per il progresso alla guerra fredda senza esclusione di colpi tra Stati Uniti e KGB, si raccontano le nuove possibilità artistiche della pubblicità tra poster vintage e Cadillac fiammanti, si percepiscono le dure segregazioni razziali nei confronti delle minoranze di colore, la repressione dell’omosessualità e la sottomissione della figura femminile, tutte angherie perpetrate da parte dei cittadini di un Paese che faceva da sempre della libertà e della giustizia il suo vanto.

Questo dipinto della società di quegli anni, durante i quali il mito americano cadeva sotto i colpi della globalizzazione, nella pellicola viene tratteggiato meravigliosamente soprattutto dalla figura dell’antagonista, il capo della sicurezza Strickland, interpretato da un magistrale Michael Shannon che troviamo in un ruolo che per certi versi ricorda molto da vicino quello da lui ricoperto nella serie televisiva Boardwalk Empire. L’uomo è un ritratto perfetto dell’american middleman: due figli, una moglie bionda e bellissima, un lavoro che gli dà una certa autorità e prestigio. Insomma, una vita che molti invidierebbero, ma che lui non riesce ad apprezzare perché troppo impegnato ad auto-convincersi e a ribadire come la sua esistenza risieda categoricamente dalla parte del giusto, quando in realtà viene reso marcio dall’interno proprio a causa della sua profonda insoddisfazione. Dopotutto, anche il personaggio di Strickland non è altro che è un perdente, forse più di tutti gli altri: una figura incapace di ottenere il successo e che per questo sfoga tutta la sua frustrazione su una creatura in catene, così diversa rispetto a lui, ma il cui sfruttamento viene visto come l’unica, vera possibilità di gloria personale.

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The Shape of Water, abbiamo accennato, è però anche un enorme e bellissima dichiarazione d’amore di Guillermo del Toro nei confronti della settima arte, quella più romantica, visionaria, sentimentale: in questa pellicola non c’è infatti solo un chiaro rimando all’estetica de Il Mostro della Laguna Nera del 1954 di Jack Arnold ma c’è anche una storia che ricorda molto il romanticismo de La Bella e la Bestia, ci sono delle musiche che strizzano l’occhio Il Favoloso Mondo di Amélie, c’è un po’ di E.T. e di King Kong. Ad un certo punto del film ci sarà anche un cinema che proietta in sala vecchi film come The Story of Ruth: i rimandi più numerosi sono dedicati infatti soprattutto ai vecchi musical, alle pellicole in bianco e nero che fanno battere i piedi a tempo di musica ad ogni balletto di Shirley Temple. Anche la protagonista del film, Elisa, trova infatti più colori in una pellicola in bianco e nero che nella sua vita vera, paradossalmente molto più grigia di quel mondo di celluloide sul quale tanto fantastica: lei sogna di fuggire dalla realtà di cui è impotente prigioniera piroettando sulle note di You’ll Never Know di Renée Fleming, danzando sulle punte e cantando con una voce cristallina che non potrà avere mai.

In questa pellicola si celebra la vera la settima arte, quella che ti fa sfuggire alle brutture della vita reale per cercare un po’ di magia, per ritrovare se stessi o, forse, per perdersi un po’: dopotutto siamo in quel periodo degli anni ’60 durante il quale il cinema continuava ad esistere come un mezzo di intrattenimento in declino, sopravvivendo nonostante le pressanti minacce di crollo sotto i colpi della televisione, ormai in via di diffusione capillare in tutte le case statunitensi (un po’ come la creatura del film, un tempo venerata e considerata un dio, poi maltrattata e brutalizzata dai suoi miseri oppressori).

You’ll Never Know – Alexander Desplat e Renée Fleming

The Shape of Water ci fa ritrovare quella naturale attrazione e malinconia per le sale buie, vuote e polverose (la protagonista vive in un appartamento ubicato proprio sopra una vecchia ma bellissima sala di proiezione): luoghi dimenticati da molti che tuttavia vengono riscoperti come magnetico rifugio, a volte inaspettato, da chi ne ha davvero bisogno, premiando chi ha tempo di fermarsi a guardare il pulviscolo che si illumina nel fascio di luce del proiettore.

Chi vuole fare film solo per la voglia di raccontare delle storie (e per amore) al giorno d’oggi c’è ancora, e Guillermo del Toro ne è un chiaro esempio: si è soliti rimpiangere con nostalgia i sogni passati e gli echi di un cinema che non esiste più, quando invece bisognerebbe avere il coraggio di lasciarsi prendere la mano per lasciarsi guidare incondizionatamente, come farebbe un bambino. Farsi raccontare una storia solo per l’incanto, perdendosi e fluttuando nell’acqua con un amore inatteso, impossibile e bellissimo, lontano da tutto. Immergersi e lasciarsi andare ancora una volta, ancora per un po’, ancora più a fondo.

La forma dell’acqua – The Shape of Water