Fin dove si è disposti a spingersi pur di vedere realizzati i propri sogni e le proprie ambizioni? Paolo Genovese, dopo il successo strepitoso di Perfetti Sconosciuti (20 milioni di euro al box office, vincitore del miglior film ai David di Donatello), torna a scandagliare i particolarismi più reconditi dell’animo umano in un altro film corale, presentato a chiusura della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Questa volta la scelta del regista romano è però quella di abbandonare il territorio della commedia di costume per inoltrarsi invece in un ambito più metafisico e fantastico del previsto, con un risultato abbastanza inusuale per l’odierna filmografia italiana. Genovese – lo sa bene anche lui – poteva concedersi un film così particolare e a tratti disturbante solo dopo il grande successo ottenuto: la decisione è stata quindi quella di stupire un po’ tutti, e forse in primis anche se stesso, adattando (coadiuvato alla scrittura da Isabella Aguilar) il materiale di una serie americana andata in onda su FX e ora recuperabile anche su Netflix, The Booth at The End (altamente consigliata) di Christopher Kubasik, plasmandola in 105 minuti di film.

Vinicio Marchioni e Valerio Mastrandrea

Vinicio Marchioni e Valerio Mastrandrea

I nuovi (im)perfetti sconosciuti:

Un uomo (Valerio Mastandrea) siede nel tavolo in fondo di un bar (nel prodotto originale era un diner), il The Place del titolo, in una Roma che forse Roma non è. Sta sempre lì, sia di giorno che di notte, ricevendo le cadenzate visite di un gruppo di imperfetti sconosciuti, pronto ad ascoltare e, forse, esaudire i loro bisogni e i loro desideri: qualcuno vuole guarire un figlio in fin di vita o un marito malato di Alzheimer, qualcun altro vuole ritrovare la vista, altri la fede, altri ancora semplicemente vorrebbero una notte di fuoco con una donna irraggiungibile. La risposta è sempre la stessa, “si può fare”: c’è un prezzo da pagare però, e la realizzazione dei desideri di questi individui corrisponde infatti ad un patto, ad una qualche azione che essi devono necessariamente compiere. E attenzione, stiamo parlando di prove da portare a termine tutto fuorché eroiche, argomenti parecchio tosti e coraggiosi per essere trattati in una pellicola commerciale come questa (e in generale raramente affrontati nel cinema italiano in una maniera così schietta e diretta): si va dall’uccidere un bambino al picchiare a sangue uno sconosciuto, dal piazzare una bomba al compiere una rapina, dal distruggere un matrimonio allo stuprare una ragazza. Tutti, puntualmente, mettono in dubbio l’Uomo e forse, ancor prima, loro stessi: si arrabbiano e si ribellano ma poi, dolenti questuanti bisognosi di miracoli, ritornano sempre nello stesso luogo per raccontare come procedano i loro compiti.

A vestire i panni di questa sfilata d’incompleti relitti umani troviamo nomi di alto calibro: un sempre ottimo Marco Giallini (alla quarta collaborazione con il regista romano), Vinicio Marchioni che a tratti mette addirittura in mostra la sua naturale balbuzie, Vittoria Puccini forte e fragile allo stesso tempo, Anna Rohrwacher in un ruolo molto adatto a lei, Silvio Muccino altrettanto, un inedito e folle Rocco Papaleo, l’ingenua e dolce Silvia D’Amico, Giulia Lazzarini determinata e inquietante, Alessandro Borghi ancora una volta incredibile anche quando la sua espressività è volutamente castrata (qui interpreta un cieco). A scrutare questo teatro umano da dietro le quinte, affascinata soprattutto dalla presenza enigmatica dell’uomo, è la cameriera del locale interpretata da una Sabrina Ferilli che dimostra ancora una volta come sia capace di regalare grandi interpretazioni, da un impatto quasi animalesco, se a dirigerla è un cineasta capace. 

3 - Foto sabrina Ferilli

Sabrina Ferilli

Il teatro umano di Genovese:

Se in Perfetti Sconosciuti era messa in dubbio la conoscenza di chi ci sta più vicino, in questa nuova pellicola quello che si mette in discussione è l’interiorità e moralità di ognuno. Se infatti nelle ambientazioni lo scorso film di Paolo Genovese – nonostante si svolgesse interamente in un appartamento – trovava una via di fuga sporadica che desse aria allo spettatore nel cambio di una stanza o nell’uscita su una terrazza, in The Place l’intenzione è assolutamente opposta. Si punta alla claustrofobia, alla staticità, tanto che non si esce mai da quell’anonimo bar: nonostante i luoghi dove si svolgono le azioni ci siano nascosti e si rimanga inchiodati ad un tavolino, si schiva però il rischio di cadere nella noia e nella monotonia grazie ad una scrittura minuziosa e a dei dialoghi perfetti. Dal lato tecnico ci troviamo di fronte ad un cinema ambizioso fatto di movimenti di macchina minimi, di campi-controcampi, di ombre che mutano sui primi piani, di cambi di luce che pennellano le sedie del bar di colori diversi tra mattine, tramonti e notti: The Place, per come mette in scena le sue tematiche, riesce quindi nel tentativo di scuotere e stupire il pubblico, ricreando quell’efficace teatro cinematografico tanto caro a Genovese.

4 - Foto Paolo Genovese

Paolo Genovese

Un Valerio Mastandrea “deus-ex-machina” in stato di grazia:

C’è da dire però che, di base, la storia era stata originariamente concepita per essere strutturata in una formula di serialità televisiva, e si vede: è molto difficile condensare un racconto così fitto e pieno di personaggi come questo in meno di due ore di pellicola, e la narrazione cinematografica, infatti, non risulta sempre efficace al massimo. La tensione emotiva di alcune storie (così come il finale) è meno potente di altre, colpa del minutaggio inevitabilmente limitato che ha costretto a chiudere alcuni archi narrativi in una maniera un po’ frettolosa che lascia un velato senso di incompiutezza. Non mancano tuttavia alcune variazioni apportate alla serie televisiva che risultano invece efficaci, e dobbiamo ammettere che sono tutte da trovare in quel Valerio Mastandrea che qui è assoluto mattatore. Se in the Booth at The End, infatti, il caratterista newyorkese Xander Berkeley risultava dominante e intimidatorio, Mastandrea “svuota” il faustiano personaggio rendendolo paradossalmente il più fragile tra tutti quei poveri derelitti che attraversano il bar.

Diavolo tentatore all’incrocio di due strade, proprio come nelle migliori leggende blues, il mefistofelico Mastandrea opta per un’interpretazione stanca, atona, laconica e misurata. La telecamera si sofferma sulla sua barba incolta, sui suoi occhi cerchiati e sui gesti lenti e minuziosi sempre uguali, ma allo stesso tempo magnetici e ipnotici, offrendoci un ritratto di un personaggio fondamentalmente vulnerabile tanto quanto gli uomini e le donne che mette alla prova. Si dice che il diavolo sta nei dettagli: beh, sono proprio i particolari a rendere unica la prova attoriale di Valerio Mastandrea così come sono i pensieri umani, quelle piccole sfumature che determinano le variazioni infinitesimali di un’azione, l’unica cosa che realmente interessa all’Uomo seduto al tavolo. Non importa realmente se questi penitenti di un girone infernale si stiano muovendo sul giusto percorso, se stiano compiendo le giuste scelte per pagare il loro contrappasso: quello che l’uomo appunta freneticamente sul proprio quadernone non è tanto il “fine”, quanto il “come”. Gli uomini che questo essere apparentemente onnipotente tiene fra le mani sono pedine delle quali egli percepisce stancamente la fragilità: si percepisce chiaramente come egli senta addosso il peso di ogni scelta compiuta dei protagonisti, apparendoci inspiegabilmente impotente nel suo infinito potere.

5 - Foto Valerio Mastandrea

Valerio Mastandrea

Diavolo o Dio, abisso o specchio?

Ci si chiede spesso, durante tutto il film, chi sia davvero quell’Uomo barbuto che stabilisce le regole del gioco, e lo fanno anche i protagonisti, che gli pongono (e si pongono) le stesse domande: è il diavolo? È Dio? È buono? È cattivo? Forse, in realtà, è semplicemente uno specchio dell’animo umano. Quello che viene sottolineato più volte in The Place è come tutti i personaggi che cadono nella rete di tentazioni dell’Uomo siano sempre comunque in pieno possesso del loro libero arbitrio, tanto che egli stesso tende spesso a specificare che dal patto si può recidere in qualunque momento: nessuno è realmente vincolato ma al contempo si sente obbligato da se stesso, dai propri desideri e bramosie. In realtà tutti, anche noi, siamo in possesso di un’anima oscura che verrebbe inevitabilmente fuori in determinate situazioni: quello che siamo spinti a chiederci è in quali condizioni questo avverrebbe, e quanto ci spingeremmo in là se posti di fronte a determinate scelte.

Quello che la pellicola vuole dimostrare, in conclusione, è quanto il diavolo, Dio, il bene e il male, alla fine non siano tanto fattori esterni quanto intrinsecamente insiti nell’animo umano: si cerca spesso tanto una speranza quanto un dito da puntare all’infuori, nei simboli, quando invece il potere delle conseguenze delle proprie azioni sta solo ed unicamente nelle scelte dell’uomo. Sperando che anche le nostre, di decisioni, non siano in realtà già scritte nel librone nero tutto scribacchiato a mano da qualche sconosciuto.


The Place – Trailer ufficiale