Partiamo da una frase di un artista pop, ma talmente pop, da stagliarsi negli onori della storia come il peggiore di sempre: Andy Warhol: «Nel futuro tutti saranno famosi per almeno quindici minuti». A fabbricare la spasmodica ossessione del nostro tempo furono i manipolatori di un medium freddissimo, la TV, che già dalle proprie caratteristiche coercitive avrebbe dovuto insospettire l’umanità, visto che come dice il maestro della comunicazione mondiale, Marshall McLuhan, «Il medium è il messaggio».

Soubrette, cortometraggio prodotto da Cattive Produzioni, nato da pochi giorni nella Roma Film Academy, con seme di scrittura di Alessandra Pieroni, gravidanza registica di Marco Mingolla e parto attoriale di un cast fresco e penetrante, sul quale spicca Lidia Vitale nel ruolo della protagonista, Barbara, fa riflettere sulla problematica di sempre: il successo. Ispirato a una tragedia vera, di una ragazza che sognava di fare la televisione esponendo tutte le grazie richieste e cercando di eludere le centinaia di botole disseminate su un cammino già segnato, non si pone come sermone moralista o masturbazione radical chic: si sofferma sulle sensazioni nevrotiche di chi sale all’apice della torre d’avorio e viene spinto giù dalla mano invisibile.

Guardando i poco più di tredici minuti, spaccato puntale della ricerca della celebrità all’italiana – portata a massima esaltazione dalla TV commerciale –, si può saltare a piè pari sull’era d’avviamento dell’interazione trash tra pubblico e mercanzia televisiva: Non è la Rai, per esempio. Silvio Berlusconi, un cavaliere del lavoro che ha avallato la nascita del Drive in, delle “ragazze coccodè”, delle “letterine”, delle “letteronze”, delle “pupe” e delle “veline”, riflette sui risultati delle dinamiche televisive capitalistiche:

Uno studio corrente dice che la media del pubblico italiano rappresenta l’evoluzione mentale di un ragazzo che fa la seconda media e che non sta nemmeno seduto nei primi banchi.

L’Italia è il Paese della contraddizione e lo sarà sempre. Possiamo dire con orgoglio di argilla che ci siamo adeguati rapidamente al modello di comunicazione americana, propugnatore di noccioline purganti, capaci di creare assuefazione (parafrasando Orson Welles): «Il pubblico vuole sesso o tragedie […]. Il pubblico morirà di pena, ti adoreranno!». Diktat tratti da Soubrette, asse portante di una scena dove la manager televisiva spiega alla “dolce meteora” – tagliata fuori dallo show business  a causa di uno scivolone dialettico in diretta – come può svettare negli indici di gradimento del pubblico di un ridicolo reality show per vip.

“Il successo a tutti i costi”, undicesimo comandamento di un progresso sottosviluppato. Processo innescato negli anni Ottanta e che oggi si serve dei social network per affermare la propria potenza, con “influencer” che sostituiscono gli intellettuali in corsi seminariali di molti atenei mondiali. Ha cambiato la propria forma la filosofia fondante della religione del nostro tempo: si insinua nelle pieghe cerebrali sotto le mentite spoglie di un prodotto ibrido, elastico, truce fiala che corrode il sangue dell’utente.
Il consumismo ha impugnato definitivamente lo spettacolo con tutti i suoi figuranti: gli agognati celebri sono soltanto numeri, da succhiare fino al midollo e gettare nel cassonetto dell’indifferenziata quando ormai non hanno più nessun appeal sull’ascoltatore consumante. Il consumatore praticante ha anche lui un valore di mercato: lo si individua attraverso il codice a barre stampato sul sedere. Il Black Friday è il nuovo ormone dell’individuo e non si afferma soltanto sugli scaffali: spesso l’industria culturale propone prodotti di antiquariato super scontati e messi alla gogna per far sì che il pubblico goda e consumi.

Edonismo spirituale, che porta i figuranti a morire dentro subito, all’esterno lentamente, nel silenzio. Lo stordimento donato da un oppio fatuo attenua il dolore, ma non dà indietro una vita di essenzialità ed edificanti azioni. Vip a tutti i costi: divorati sadicamente dall’audience. Soubrette lo racconta bene, con garbo e cura di soffermarsi sugli occhi spenti di ogni singolo ingranaggio di un meccanismo portato a spaventoso rendimento da benzina impersonale. Quando sentite che l’ex velina, ragazza coccodè, letterina, letteronza, pupa, si è gettata sotto un treno nella periferia dello Stivale – ghetto d’Europa – , spegnete il plasma, togliete la connessione dati al cellulare.

Quella donna avrà capito quanto sia importante vivere almeno quindici minuti di esistenza e non di celebrità. Ha smesso di essere “celebrale”, ha esistito. Toccherebbe agli intellettuali far riflettere i milioni di codici a barre – distribuiti meccanicamente sul territorio nazionale – sull’assurdità del pop come mantra univoco. Intellettuali che preferirebbero indossare i panni stracciati del realismo, piuttosto che il cachemire fetido del personaggio. Ennio Flaiano si rivolge a loro, li guarda dritti negli occhi, da più di un trentennio spenti:

Credo che la televisione abbia abbassato il livello culturale degli intellettuali.