1845, circolo polare artico. Due ammiraglie della marina inglese, la Erebus e la Terror, sono in viaggio verso il cosiddetto passaggio a nord-ovest, una rotta navale che collega l’Oceano Atlantico a quello Pacifico, in grado di favorire gli scambi tra l’Europa e l’Oriente. La spedizione, celebrata in madrepatria, inizia trionfalmente, ma ben presto degenera in un disastro. Dopo tre anni di stenti, nessuno sopravvive. Gli uomini diventano bestie, ma l’uomo viene sconfitto dalla Natura selvaggia. Più o meno, questa è la trama della serie trasmessa sul canale AMC (Mad Men, Breaking Bad, The Walking Dead) e distribuita da Amazon Prime Video. Prodotta da Ridley Scott, è l’adattamento del romanzo omonimo di Dan Simmons, tradotto La scomparsa dell’Erebus in italiano. Una traduzione che, di certo, non rende bene il senso dell’opera: da una parte la Terror è una delle due navi protagoniste, dall’altra il Terrore è il sentimento predominante, almeno nelle dieci puntate della versione televisiva. Tuttavia, questa esasperazione della paura, non ha nulla di forzato, anzi. Essa deriva da una miscela ben assortita tra realtà storica e finzione horror-fantastica, nonché dalla messa a nudo della natura umana, così impura e ossessiva da meritare sorti al limite dell’immaginabile.

Di fatto, l’opera tenta di ricostruire storicamente la vicenda, arricchendola di elementi altri laddove le fonti non risultano chiare. La verità storica è che le due ammiraglie rimasero incagliate nel ghiaccio, costringendo gli equipaggi (130 uomini circa in totale) ad intraprendere una disperata sortita tra le distese ghiacciate della cosiddetta terra di Re Guglielmo, nel tentativo di salvare la pelle. La vicenda, dai tratti esplicitamente hobbesiani (Simmons cita diversi passi del Leviatano), permette numerose riflessioni. Il loro fulcro è rappresentano dallo scontro, che mette l’essere umano contro tutto: i suoi simili, la wilderness, la civiltà, sé stesso.

Il trailer della serie

Il potere

Così, in primo luogo, stabilisco come inclinazione generale del genere umano un perpetuo incessante desiderio di potere dopo potere, che cessa soltanto con la morte. Da queste parole tratte dal Leviatano si capisce il perché della malvagità che sta alla base della natura umana. L’assoluto desiderio di prevalere sugli altri, di portare avanti la propria visione, imponendo il proprio paradigma, porta l’essere umano a compiere azioni deprecabili da un punto di vista morale. Una morale che, però, non esiste al di fuori della società civile, e quindi non è in grado di vincolare il soggetto in ogni situazione. Quando le leggi civili vengono meno, come nei ghiacci artici, la forza torna a farla da padrone, riportando gli uomini indietro nel tempo, oscurando secoli di progressi sociali.

La priorità è quella di sopravvivere, a discapito di tutto il resto. Il potere, ovvero la legittimazione ad agire come si crede e ad essere seguiti dagli altri, diviene l’elemento chiave da possedere. Nel corso degli episodi della serie, questa centralità si palesa chiaramente, in due differenti modi. Alla morte di Sir John Franklin, il comando passa a Francis Crozier (Jared Harris). Su di lui gravano i destini di tutto il suo equipaggio. Sostenuto dal comandante James Fitzjames (Tobias Menzies), elabora un piano coraggioso, rispettando la vita e la dignità dei suoi uomini, ma viene ostacolato da Cornelius Hickey, un impostore fin dalla partenza della spedizione. Hickey riesce a minare la mente di alcuni individui, volgendoli contro Crozier e il resto dell’equipaggio. L’ammutinamento, favorito da circostanze esterne, segna la fine della ricerca di un piano condiviso e affievolisce la speranza di salvezza per tutti. Hickey persiste nel suo piano, portando i suoi uomini e lui stesso ad una morte terrificante.

La natura selvaggia

Gli ufficiali della Terror. In primo piano, Francis Crozier

Gli ufficiali della Terror. In primo piano, Francis Crozier

Il setting della narrazione è esteticamente meraviglioso. Distese chilometriche di ghiaccio, pura natura selvaggia, la wilderness tanto apprezzata da Henry David Thoreau. Eppure, essa si dimostra tutt’altro che benigna. Oltre alle temperature proibitive e i disagi del caso, una spaventosa creatura perseguita la sopravvivenza dell’equipaggio. Tuunbaq, così lo chiamano i nativi. È questo l’elemento di finzione più caratteristico, tra il fantasy e l’horror. Viene presentato nel quarto episodio con un interrogativo: «non è un uomo, non è un orso, cos’è?». È proprio quest’ambiguità a terrificare gli uomini, in quanto, citando ancora Hobbes, il terrore è:

La paura senza la comprensione di perché o di che cosa si ha paura.

L’immensa bestia aggredisce senza pietà, ma è allo stesso tempo aggredita: i sopravvissuti stanno, infatti, invadendo la sua casa, scombussolando l’equilibrio di quelle terre. La sua, più che un’offensiva, è da considerarsi una difesa estrema del territorio. La sua morte ricalca questa estremizzazione.

Tra barbarie e civiltà

hopi

Ci sono due modi per guardare questo rapporto. Da un lato, le richieste, da parte della popolazione civile, di organizzare spedizioni tese alla ricerca dei sopravvissuti, le quali, partite presumibilmente troppo tardi, non portano a nessun salvataggio. È la parabola della società civile che abbandona i suoi esploratori, trattati come carne da macello in territori lontani dagli agi e dalle regole della civilizzazione. Dall’altro, il rapporto tra l’equipaggio delle due ammiraglie e i nativi. L’uccisione gratuita di alcuni eschimesi da parte di Hickey per attuare il suo piano, solleva un inquietante interrogativo nella mente dello spettatore: chi sono i veri barbari, noi o loro? Il personaggio di raccordo è Lady Silence (Nive Nielsen), una giovane misteriosamente legata al Tuunbaq. Perso il padre (ucciso accidentalmente da un colpo di arma da fuoco), decide comunque di aiutare gli inglesi nella loro marcia della speranza. Nel nono episodio il suo capo tribù le si rivolge così:

Ce ne sono troppi. Come c’erano troppi caribù l’anno delle Stelle Cadenti. E troppi orsi l’anno prima. È per colpa di quegli uomini se l’isola non ci dà più niente. Tutto ciò che ha zampe è fuggito. Siamo alla fame, tranne il poco che ci dà il mare. L’isola ora ci regala solo vento. Chiameremo un altro sciamano. Lui troverà il Tuunbaq e cercherà di sanare ciò che è sbagliato. Per riequilibrare di nuovo le cose. Tu lo aiuterai. Tuunbaq è ancora tuo. È la tua vita, adesso. La tua vita. Non puoi andartene.

 Queste parole ricalcano le preoccupazioni proprie del Tuunbaq, ma la loro attuazione porta alla morte della bestia. Lady Silence abbandona il villaggio, mentre a rimanere è Crozier, unico sopravvissuto della spedizione, che rifiuta di tornare nella civiltà, nonostante l’approdo dei soccorsi nella comunità di nativi.

Contro il sé

Lady Silence

Lady Silence

Nonostante gli scontri con i propri simili, con la natura selvaggia e i nativi, il conflitto più profondo per coloro che vogliono sopravvivere è con loro stessi. Le malattie fisiche (come lo scorbuto) e i tormenti psicologici accompagnano gran parte degli episodi. Il personaggio più rappresentativo in questo senso è Henry Collins, uno dei primi ad andare visibilmente fuori di testa. Già al settimo episodio, gli si sente confidare: «Il mio naso e il mio stomaco non distinguevano il terrore dalla cena, ma io sì, io sì!». Queste parole anticipano un fenomeno che ben presto si diffonderà tra molti suoi simili: il cannibalismo. Atto estremo di sopravvivenza individuale, negazione della propria specie, è il punto di arrivo della degenerazione in corso nel cuore e nelle mente di chi sente la morte a portata di mano. Tra gli altri, a farne le spese, c’è il dottor Henry Goodsir, una delle figure più positive di tutta la serie, mangiato da Hickey e i suoi seguaci.

The Terror è un prodotto pienamente riuscito, dalla narrazione lenta al punto giusto, mai banale, esteticamente accattivante. Concludendosi in questa prima stagione, risparmia fortunatamente un seguito, non rischiando di fare storcere il naso a posteriori. È una serie per palati fini, alla ricerca di un autentico purissimo terrore.