Star Wars, per come lo abbiamo conosciuto, ha cessato di esistere il 30 ottobre del 2012, e nessun intenditore ha dubbi in tal senso. Fatto il danno e incassati  4,05 miliardi di dollari, Lucas ci ha resi orfani dell’originalità e dell’esclusività del suo e del nostro più amato prodotto fantascientifico. Senza dilungarci troppo sull’ovvio inizio di una nuova stagione, fra visibili incongruenze ed incertezze, oggi dedicheremo spazio alla nuova pellicola della Lucasfilm diretta dal britannico Gareth Edwards. Premettiamo subito che da un tratto in poi, l’articolo sarà completamente dedicato alle anticipazioni – Spoiler per gli anglofili – dopo apposito ed esplicito segnale, ovviamente. Partendo da ciò che si può scrivere, alla portata di tutti coloro che non hanno ancora visto nulla, Rogue One impatta con un ritmo piuttosto lento: la sceneggiatura, firmata dal pessimo Chris Weitz (La famiglia del professore matto, About a Boy – Un ragazzo) e il qui deludente Tony Gilroy (L‘avvocato del diavolo, Armageddon, The Bourne Identity) risulta malaticcia, fiacca, priva di riguardevole fantasia; la maggior parte degli scritturati ha, in questa pellicola, pessime doti recitative e trasuda poca emotività. La colonna sonora firmata da Michael Giacchino – già noto per Cloverfield, Super 8, Jurassic World e numerosissimi altri film, fra cui molti d’animazione – ci viene servita tiepida, banale, impercettibile, sideralmente lontana dall’immane grandezza e genialità del mostro sacro John Williams. Dopo l’abbandono da parte del maestro Alexandre Desplat (Fantastic Mr. Fox, Il discorso del re, Carnage, Argo, Grand Budapest Hotel) Giacchino si è ritrovato a comporre ventuno tracce in quattro settimane e mezzo, riuscendo comunque a cavare un ragnetto dal buco. La fotografia di Greig Fraser (Cogan – Killing Them Softly) aiuta e non poco, ma tuttavia non può salvare una pellicola di due ore e tredici minuti sul filo del rasoio, indirizzata molto all’ammiccamento dei fanboy della vecchia guardia e allo spietatissimo marketing.

Bob Iger – presidente e amministratore delegato della Walt Disney Company – e Kathleen Kennedy – co-direttrice generale della Lucasfilm – stanno allegramente iniziando a mungere la mucca, eredi di quella miniera d’oro scoperta dallo stesso Lucas sfruttando a fondo il filone dell’oggettistica derivata dalle pellicole stellari. Se una volta tale modus operandi era ancora accettabile, oggi, con l’abbattimento del vecchio canone e la nascita dell’Universo Espanso (UE) risulta invece pacchiano, fastidioso e altamente irrispettoso accanirsi così avidamente su una saga preziosa e molto amata, giusto per lucrarci more and more. Quello che chiamano episodio VII è stato così tragicamente servito. Ma Rogue One è un film di Star Wars? Ni, e quando smette di essere Guerre Stellari diventa Guardiani della Galassia. Ma è meglio de Il Risveglio della Forza? Potete dirlo forte! Vale la pena però andare a vederlo?

Dipende da voi. Il consiglio spassionato di chi vi scrive è il seguente: trovate il tempo di guardarlo due volte al cinema, sia in italiano che in lingua originale – la qualità della recitazione migliorerà vertiginosamente – magari il secondo mercoledì del mese con ingresso a due euro, tanto per risparmiare! Dobbiamo infatti riconoscere un notevole impegno nella trasposizione fedelissima di molti componenti del “Lore” classico di Star Wars. Rivediamo così Yavin IV, gli Star Destroyer, la colossale Morte Nera e i due schieramenti classici, riproposti sufficientemente bene, ma carichi di materiali che non possono poi ricollegarsi con Una Nuova Speranza. L’Impero predomina per qualità interpretativa e complessità strutturale, mentre l’Alleanza Ribelle viene riproposta in modo caotico e talvolta più scadente. Razze mai viste prima – le fortune future del marketing – pianeti neanche mai nominati nell’UE – forzature figlie de Il Risveglio della Forza – e nuovi mezzi tecnologici scopiazzati e ripescati dal forziere Lucasarts stonano con una pellicola che, raffazzonata quanto si vuole, riporta il nostalgico a quelle emozioni che da tempo attendeva. Ma l’ombra di Mickey Mouse incombe: Rogue One vorrebbe essere Star Wars, ma non è capace di esserlo in toto, pur incastrandosi coerentemente in una storia minimamente accettabile ma sostanzialmente distante e poco profonda. Risulta quindi una pellicola godibile solo a mozzichi e bocconi per il fanboy, apparendo come un discreto film d’azione e fantascienza per l’appassionato di cinema.

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Siamo giunti alle attese anticipazioni: partiremo dagli scritturati, senza spifferare nulla, ma dandogliene di sacra ragione, per poi passare alle analisi della pellicola nel dettaglio. Si premette inoltre che la seguente sezione ha una valenza del tutto ironica e soggettiva, lasciate che un vecchio irriducibile si sfoghi congruamente ma con criterio!

Jyn Erso: interpretata da Felicity Jones, sembra uscita fuori da un silos di urina felina. Apatica, senza alcuna espressività, un ciocco di legno piazzato giusto per accontentare certuni ambientini (Come è avvenuto per la più talentuosa Daisy Ridley) ma parzialmente utile ai fini della trama. Se l’attrice è veramente pessima, il personaggio interpretato purtroppo non riesce a staccarsi e ad ammaliare come in realtà potrebbe. Aberrante attrice, personaggio non sfruttato.

Capitano Cassian Andor: interpretato da Diego Luna, un giovane eroinomane appena uscito dalla riabilitazione. Pur essendo l’attore messicano generalmente talentuoso, in questa pellicola risulta fastidiosamente piatto, poco incisivo, grigiastro, pur riuscendo saltuariamente a ben interpretare un personaggio senza dubbio complesso e che meritava molto di più.

Direttore Orson Krennic: interpretato da Ben Mendelsohn, qui si inizia a ragionare. Mendelsohn è un professionista, un attore capace, completamente in grado di immedesimarsi nel ruolo glaciale che gli è stato dato, offrendoci una interpretazione già più realistica e genuina, inquadrato in un contesto generale difficile da trattare.

Chirrut Îmwe: interpretato da Donnie Yen, un ottimo artista marziale vittima della sceneggiatura. Se fosse stato muto, oltre che cieco, il ruolo interpretato sarebbe stato di gran lunga più godibile e lodevole. Ottime intenzioni, scarso risultato.

Galen Erso: interpretato da Mads Mikkelsen, un gran professionista alle prese con una parte mal sviluppata. Mikkelsen, attore serafico e distaccato, riesce a portare a casa un buon risultato offrendoci una interpretazione combattuta, spigolosa, ben fatta, perfetta per l’attore e per gli evidenti fini della pellicola. Ci si può largamente accontentare.

K-2SO: interpretato da Alan Tudyk, forse la migliore interpretazione di tutto il film, pur recitando tramite il dispositivo della cattura del movimento. Lievemente carente nelle battute, ma con grandissimo materiale interpretativo, Tudysk vaga fra il comico e il serioso, donandoci delle soddisfacenti emozioni in una posizione di netto svantaggio.

Bodhi Rock: interpretato da Riz Ahmed, una minoranza inutile e poco divertente. L’Attore e il personaggio risultano stucchevoli ed irritanti, non riuscendo né a far ridere né a far seriamente riflettere. Un triste suppellettile.

Baze Malbus: interpretato da Jiang Wen, un burbero dal cuore d’oro, necessario giusto per le scene d’azione e interessante nel rapporto con Donnie Yen, ma non molto sfruttabile.

Saw Gerrera: interpretato da Forest Whitaker, ovvero, un gigante del cinema preso a schiaffi. Quel mostro sacro faceva meglio a rifiutare una parte che, ripresa dalla serie animata in 3D “The Clone Wars” risulta trasposta grossolanamente. Pessimi dialoghi, povera la presenza scenica, troppo scialbo il personaggio.

Questa la lista degli scritturati principali, tuttavia vi sono altre presenze di rilievo da sottolineare. Genevieve O’Reilly, Jimmy Smits e Anthony Daniels tornano a vestire i rispettivi ruoli di Mon Mothma, Bail Organa e C-3PO, Ian McElhinney invece interpreta il generale Jan Dodonna. L’immenso James Earl Jones ridona la voce a Darth Vader, mentre Guy Henry e Ingvild Deila divengono controfigure per i personaggi di Tarkin e di Leia, riportati magistralmente in attività tramite tecnologia digitale, partendo dalle ben marcate fattezze del pantagruelico Peter Cushing e di una Carrie Fisher di fine anni Settanta.

Il Maestro Peter Cushing torna in vita nei panni del Gran Moff (Governatore) Wilhuff Tarkin grazie alla tecnica del CGI. Avreste mai detto che quello nell'immagine è un manichino di plastica? Grazie ad un simile avanzamento tecnologico sarà possibile far tornare a recitare numerosi attori deceduti, addio dunque a surrogati e comparsate

Il Maestro Peter Cushing torna in vita nei panni del Gran Moff (Governatore) Wilhuff Tarkin grazie alla tecnica del CGI. Avreste mai detto che quello nell’immagine è un manichino di plastica? Grazie ad un simile avanzamento tecnologico sarà possibile far tornare a recitare numerosi attori deceduti, addio dunque a surrogati e comparsate

Torna anche Warwick Davis, nei panni di Weeteef Cyubee, un ribelle estremista affiliato a Saw Garrera. Nota dolente per la nostra visione nazionale risulta il doppiaggio, uno dei più brutti e squallidi mai sentiti, tragica comprova della sempre più evidente decadenza dell’ennesima eccellenza nazionale. Forest Whitaker e James Earl Jones vengono trattati particolarmente male, ai restanti attori vengono date voci fra l’anonimo e il riscaldato per l’ennesima volta, un gran peccato. Inutile dire che il rivedere sul grande schermo alcuni dei nostri personaggi preferiti suscita una grandissima emozione: fra il Governatore Trakin, eccellentemente ripresentato e Darth Vader, riproposto in un’ottica necessariamente rivolta all’Episodio IV, capitolo che si ricollega temporalmente pochissimo dopo gli eventi di Rogue One. La pellicola ripercorre, ispirandosi liberamente e senza alcuna casualità, degli eventi avvenuti in un ben noto videogioco dell’UE. In Star Wars: Dark Forces, compare Kyle Katarn, fruitore della forza e spia ribelle, accompagnato da una certa Jan Ors, agente segreto dell’alleanza. I due si ritroveranno dapprima a rubare i piani della morte nera e in seconda battuta a sabotare il progetto “Dark Trooper” del Generale Rom Mohc.

Copertina del videogioco "Star Wars: Dark Forces" uscito per la prima volta il 28 febbraio del 1995 per PC

Copertina del videogioco “Star Wars: Dark Forces” uscito per la prima volta il 28 febbraio del 1995 per PC

Tutto torna: Cassian Andor è Kyle Katarn e Jyn Erso è Jan Ors, i Dark Trooper del videogioco invece altro non sono che i Death Trooper di Orson Krennic. Lo stesso padre di Jyn, Galen, ha lo stesso nome di un altro ben noto personaggio videoludico di Star Wars, ovvero Galen Marek detto “Starkiller”, apprendista segreto di Darth Vader in The Force Unleashed il cui alias è stato poi riutilizzato nello stesso Risveglio della Forza appioppandolo all’improbabile pianeta/Morte Nera. La prima apparizione di Lord Vader avviene su un pianeta vulcanico, all’interno di un palazzo di chiara fattura Sith; secondo il dirigente di Lucasfilm Pablo Hidalgo, il pianeta risulterebbe essere Mustafar, luogo del celebre duello fra il sedotto Skywalker e il Maestro Kenobi. Già nell’UE notiamo qualcosa di simile. Per un certo videogioco – Star Wars Jedi Knight: Jedi Academy – era stato utilizzato l’inospitale pianeta Vjun come sede del Castello Bast, la fortezza personale di Darth Vader. La Disney prende, ritaglia ciò che più gli serve e butta nel cestino il resto, targandolo come “Legend”.

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La regia a onore del vero, si dimostra particolarmente accorta dosando con equilibrio moltissimi easter egg – contentini per i fanboy- fra questi si notano le apparizioni di Cornelius Evazan e di Ponda Baba, i due attaccabrighe già presenti nella cantina di Mos Eisley dell’episodio IV. Su Yavin IV, un altoparlante richiama a rapporto il Generale Syndulla, riferendosi con tutta probabilità all’Hera Syndulla della serie animata in 3D Star Wars Rebels attualmente in produzione. Una rapidissima apparizione, come già era stato parzialmente accennato, la fanno anche R2-D2 e C-3PO, ma la ciliegina sulla torta arriva a fine film. Il Devastator, lo Star Destroyer di Darth Vader giunge per bloccare la fuga della flotta ribelle e qui, per la prima volta in tutta la storia della saga, vediamo il prediletto dei Signori dei Sith massacrare numerosi soldati ribelli, fra colpi di blaster, strangolamenti con la forza e potenti colpi di spada laser. 133 minuti di pellicola in cui tutti gli scritturati muoiono – rispettando una doverosa coerenza – trovano il loro senso nei 3 minuti conclusivi, e si tratta di un’ottima e ben riuscita fine dell’inizio. In molti potrebbero criticare, verso la fine del film, toni smielati e melensi, fra occhiate malinconiche, strette di mano in attesa della morte e altri piccoli dettagli amari, tuttavia è proprio in questo frangente che la regia si dimostra spiccatamente matura, proponendoci una storia predestinata, assolutamente imperfetta, ma funzionale ai fini della trilogia originale.

Rogue One in conclusione è un film che ci lascia con un sapore fra l’amaro e il dolce, una pellicola che non entusiasma, ma non può, per alcuni suoi aspetti, deludere i fan più sfegatati.

Ritorniamo così a sensazioni passate: tra i volti di Wilhuff Tarkin, Bail Organa, Jan Dodonna, Darth Vader e Leia Organa Skywalker, le divise dei ribelli e degli imperiali, le bianche armature degli stormtrooper e le battaglie orbitali, pianeti come Yavin IV e le comparsate di Coruscant e Mustafar. Prendete Episodio III ed Episodio IV, schiaffateci in mezzo i tre minuti finali di Rogue One e sono certo, che potrete ritenervi soddisfatti ugualmente! In alternativa dissentite apertamente e che la Forza sia con Voi!