Le parole ci dicono sempre molto, a patto che le trattiamo con il dovuto rispetto. Come gusci da aprire in cerca del tesoro nascosto. Senz’altro, molti concorderanno che quest’epoca, in modo specifico nella parte di mondo definito occidentale, è anche l’epoca del “divertimento”. Ma fermarsi all’aspetto edonistico con relativo giudizio morale, non aiuta a cogliere l’elemento in profondità. Divertimento proviene dal latino divertere, cioè volgere in opposta direzione. Dal medesimo verbo è formata anche la parola convertire che indica il volgere a, trasformare. Significati pressoché contrari, ma un aspetto accomuna questi due termini: l’idea di movimento. Nel Vangelo di Luca, del figliuol prodigo ci viene detto che “rientrò in se stesso”, una traiettoria che dall’esterno conduce all’interno. E così, ancora, intima la sentenza scritta sul frontone del tempio di Delfi: “conosci te stesso e conoscerai l’universo e gli dèi”. Sottolineiamo infine che tanto in greco che in ebraico, peccato significa propriamente “mancare il bersaglio”. Vale a dire che è la scelta della direzione a determinare il risultato. In ogni caso, la staticità è segno di morte, perché la vita è movimento e mutazione, verso un ordine superiore. Ciò che sin qui, per ovvi motivi di spazio, abbiamo appena tratteggiato, aiuta molto, a nostro avviso, a chiarire il discorso su una delle espressioni più caratteristiche e coinvolgenti dell’attuale mondo tecnologico: la realtà virtuale.

fg gf

Molti milioni di spettatori hanno già visto, e altri lo vedranno, l’ultimo film diretto da Steven Spielberg: Ready Player One. Poiché il presente testo non si pone l’obiettivo di recensire il film, ma di scrutare più a fondo, anche attraverso di esso, il mondo che ci circonda, possiamo sin da subito dichiarare che, anche rimanendo nel suo genere, si tratta di un’opera mediocre. I giudizi espressi dai più sono di tutt’altro tipo, ma non ce ne curiamo. Tratto dall’omonimo romanzo di Ernest Cline, la storia è una sorta di distopia, ambientata nel 2045, in cui la maggior parte dell’umanità, ridotta alla miseria, ha abbandonato ogni speranza di riscatto umano e sociale; non lotta più, si limita a sopravvivere rifugiandosi in un immenso mondo virtuale chiamato Oasis. Ogni esperienza, ogni relazione si sviluppano all’interno di questo universo. Avventure, lotte, divertimenti; in Oasis ci sono infiniti mondi da esplorare e dove proiettare la propria illusione di vita. Tutto su Oasis è così incredibilmente reale e allo stesso tempo fantastico, che non si sente più il bisogno di appropriarsi della vera esistenza. Non ci si conosce nel vicolo sotto casa, ma solo nell’universo virtuale che appaga così tutti i desideri e allevia le frustrazioni di un’umanità rassegnata. Vite impilate dentro caravan sporchi e malconci. Un’indigenza che si combina alla crisi delle risorse energetiche. Davanti agli occhi, il mondo non sembra più offrire soluzioni e speranza.

Le scene più significative del film sono quelle in cui folle di persone accalcano le strade, gesticolando come degli automi impazziti: in realtà stanno giocando su Oasis, indossando dei visori e dei guanti speciali. Non hanno nessuna paura di apparire ridicoli, del resto, tutti sono in quel mondo virtuale, è lì che la gente passa gran parte delle giornate. Nel mondo reale, resta solo il tempo per dormire e mangiare. Il film non offre una lettura cinica e spietata del mondo videoludico, ma anzi, cerca, una pacifica convivenza tra il divertimento nell’immaginario virtuale e la vita reale. Tutto secondo il più tipico spirito contemporaneo!

fdb

Il mondo percorre la sua direzione, inutile cambiarla od opporsi, basta semplicemente regolarla dai suoi eccessi.

Non c’è nessun posto dove andare…nessuno, a parte Oasis. Un intero universo virtuale. La gente viene su Oasis per tutto quello che si può fare, ma ci rimane per tutto quello che si può essere! È l’unico posto dove sento di avere un senso.

Così ci racconta Wade, il giovane protagonista, all’inizio del film. Un universo dove ognuno non solo sceglie cosa fare, ma soprattutto chi essere. Un’identità che si può cambiare in qualsiasi momento, non appena se ne avverte il desiderio. Identità come un vestito che ci infiliamo e sfiliamo senza dargli troppa importanza. Identità che andrebbe in effetti chiamata col suo vero nome: maschera. Su Oasis non si è, ma si finge di essere. Nessuno sa realmente chi c’è dietro un altro avatar, magica confusione dei generi e delle età, ma a nessuno pare importare davvero. Questa è la libertà che offre Oasis, la finta libertà per un’umanità ridotta a massa. E l’effetto, dopo oltre due ore di film, è lo stesso provato dai milioni di personaggi che spontaneamente si chiudono in questa trappola seducente: stordimento, spossatezza. Queste scene così vivide penetrano nei meandri della psiche, succhiando i residui di immaginazione che ancora vi abitano. Con potenza ancora maggiore che nel generico cinema di intrattenimento, gli universi virtuali avvolgono e schiacciano i giocatori con immagini impermeabili e finite in se stesse. Lo sguardo non si apre alla trasfigurazione del reale, ma viene schiavizzato dalla dittatura della sovrabbondanza. Tutto è eccesso, solo quantità.

L’asse che collega l’uomo al mondo è come un imbuto. Si apre all’esterno, estendendosi fiducioso in ogni direzione, e si restringe, fino a divenire una piccolissima fessura là dove tocca il segreto dell’anima. Ci muoviamo lungo questo imbuto, oggi sempre più spesso gettandoci verso l’esterno, bramosi di afferrare quante più esperienze possibili. Un’unica direzione la quale, senza che nemmeno lo sospettiamo, ci espropria da noi stessi. Il mondo virtuale, con la sua forza magnetica, rappresenta la più perfetta realizzazione di questa dinamica, tecnologico compendio dello spirito di questo tempo. Come una novella sirena che ammalia con il suo canto di immagini mescolate ai suoni, ci rapisce dalla nostra interiorità. Il vero mondo è là fuori, sembra sussurrare. E l’umanità sconfitta di Ready Player One si lascia subito trascinare.

gfn

Ma in realtà, il movimento ha da essere duplice e continuo. Si rientra in se stessi per affacciarsi sul mondo, con uno sguardo e una forza rinnovati. E poi ancora dal mondo così trasfigurato, accogliamo le intuizioni e le esperienze per allargare e accrescere il nostro nucleo interiore.

Una pratica che non muova dalla teoria, un agire che non muova dalla contemplazione, è un assurdo, perché non v’è azione che non abbia il suo principio e il suo fine nell’atto pur muovendo dalla potenza, nel Verbo che è parola di Dio e dà vita e voce all’uomo,

ebbe a scrivere Attilio Mordini con estrema lucidità. Questo, più che mai, è il mondo dell’azione, perciò della provvisorietà, delle sensazioni, della manifestazione esterna che muta con velocità e ci ordina di restare al suo passo. All’apertura esterna dell’imbuto il regno della quantità orbita vorticoso, la velocità è massima. Se invece raggiungiamo l’estremo opposto, tocchiamo il punto fermo eppur ruotante su se stesso. Il moto immobile da cui tutto origina. Rientrare nel proprio Sé per divenire reali padroni del mondo, anziché continuare nella perenne alienazione del divertimento. Non è una scelta da cui possiamo esulare se vogliamo divenire Uomini. In quel punto poggiato nelle profondità interiori è custodito il vero volto di ogni uomo, il suo Nome segreto, in altre parole, la sua Elezione o identità cristica. E solo sposando la propria identità si incomincia il viaggio, finalmente liberi.

jhkhj

Nell’universo virtuale raccontato da Spielberg, come in qualunque altro, del resto, gli individui si rivestono di una maschera, una figura che nasconde la loro identità. Nel proiettarsi così furioso verso l’esterno, essi nemmeno sanno più che il proprio vero volto è celato persino a loro stessi. Chinati verso terra, appesantiti da un’angoscia che non trova sollievo, il volto non riceve più la luce che lo salva. L’ombra regna su di lui. Mai come prima nella storia, l’umanità presente non scopre la sua identità, perché in fondo ha creduto di averla già trovata. Un’umanità, quindi, che non può far altro che consegnarsi, schiava, ai poteri e alle suggestioni del male, che come dobbiamo ben ricordare, si travestono da luccicanti salvatori.

Più l’uomo vive in questa dimensione di eterno movimento, più essa acquista una sua realtà. Egli così, paradosso dei paradossi, genera il suo mondo fuori da sé, a immagine e somiglianza della propria illusione che ormai lo abita. L’universo virtuale è forse allora la demoniaca concretizzazione di questa illusione psichica collettiva. Mostro, per l’appunto virtuale, perché illusione è il suo nome; mondo fluido e sconfinato dei sensi di un’umanità che non agogna più alla vera “liberazione” perché crede di essere già libera. Sarà la sua stessa creatura, il suo demone ludico, quanto oscuro, a travolgerla e schiacciarla?