Parasite (Gisaengchung, 2019) è la pellicola del regista Bong Joon-ho che si è aggiudicata la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes, con una votazione unanime. È infatti senza alcun dubbio il film più interessante della Selezione 2019, la quale ha, in realtà, un po’ deluso le aspettative.

Quella di Bong Joon-ho è la prima Palma d’Oro assegnata ad un regista sudcoreano ed è un riconoscimento, dovuto, ad una delle correnti cinematografiche nazionali più influenti e interessanti degli ultimi venti anni.

Il regista Bong Joon-ho durante la premiazione a Cannes con la sua Palma d’oro, accanto a lui alcuni membri del Cast e della Giuria dell’edizione 2019

La storia è quella dei Kim, una famiglia coreana della lower working class, costretta dalla propria precaria situazione economica a vivere in uno scantinato e a doversi inventare lavori tra i più disparati.

Composta dai due genitori, intorno ai 50 anni, e due figli (un ragazzo e una ragazza) ormai alla fine della loro adolescenza, la famiglia è animata comunque da uno spirito di positività ed allegria, nonostante la consapevolezza dei limiti delle proprie prospettive ed opportunità derivanti dalla condizione e dallo stato sociale cui appartengono.

La famiglia Kim, da sinistra il figlio Ki-woo, il padre Ki-taek, la madre Choong-sook e infine la figlia Ki-jung

Il figlio, Ki-woo, accetta l’offerta da un amico che gli propone di sostituirlo nel dare ripetizioni alla figlia di una ricca famiglia: i ParkL’amico, infatti, deve partire per gli Stati Uniti per un corso di Exchange Universitario.

Ki-woo al contrario, nonostante sia molto sveglio e arguto, all’Università non può andarci, malgrado abbia, quasi come un obbiettivo pressoché irraggiungibile, l’ambizione di poterla un giorno frequentare. Per la middle class, invece, la cosa risulta quasi una prassi, un passaggio scontato.

I coniugi Park

Sfruttando l’ingenuità dei Park, che si fidano ciecamente di lui, Ki-woo riesce a dare un lavoro all’intera famiglia, camuffando le identità dei suoi parenti, ai quali trova via via un impiego all’interno della grande dimora in cui i Park vivono. Inizia prima con la sorella minore, Ki-jung, anche lei molto sveglia, forse ancor più del fratello, la quale diventa l’insegnante d’arte del piccolo Da-song, figlio esagitato e affetto da epilessia che, secondo la madre, ha un nascosto estro artistico. Il padre di Ki-woo, Ki-taek, diventa l’autista di famiglia e la madre, a seguito di un piano molto elaborato, ne diviene la colf.

Fin qui sembra andare tutto per il meglio; la famiglia Kim guadagna bene, probabilmente molto più di quanto abbia mai guadagnato prima, e riesce a stare insieme, oltre ad essere molto apprezzata dai Park, che non hanno lamentele particolari e sono totalmente sereni e soddisfatti. Sembra una vera e propria favola: riscatto e scalata sociale… una specie di favola contemporanea. 

I due fratelli Ki-woo e Ki-jung, interpretati da Choi Woo-shik e Park So-dam

Ma Bong Joon-ho è maestro assoluto dell’arte del mutamento. I suoi film iniziano con un’estetica e un’atmosfera, che poi sistematicamente vengono stravolte. Tra i  suoi capolavori del passato ricordiamo in particolare due grandissimi thriller, tra i più avvincenti di sempre, Memories of Murder e Mother, dove, in entrambi, la narrazione parte con un ritmo decisamente diverso da come poi successivamente vengono svolte e narrate le vicende.

In Parasite il regista analizza, quasi con leggerezza, le diversità di classe, il privilegio, l’arte del cavarsela, le occasioni e la scaltrezza, in quello che appare essere un inizio satirico, quasi goliardico, comunque tagliente e sempre brillante. Distraendo lo spettatore, Bong Joon-ho lo fa adagiare per l’intera prima parte del film tra risate, sorrisini e sketch buffi, quasi una commedia, per poi, come un vero fulmine a ciel sereno, stravolgere tutto. Da quel momento il film inizia a terrorizzare letteralmente lo spettatore, trasformandosi in un vero e proprio thriller palpitante.

Poster di Memories of Murders, film del 2003

Bong Joon-ho ci racconta la cruda realtà che tutti conosciamo e che troppo spesso viene data per scontata, quella della disuguaglianza sociale, ideando un thriller familiare molto sofisticato e arguto, che non solo sa intrattenere per oltre due ore, ma fa davvero riflettere su quali siano le dinamiche e i meccanismi che dirigono i nostri destini, come delle vere e proprie mani invisibili, all’interno di una società che sembra disposta ad accettare tutti, ma che alla fine guarda sempre di più a chi sta già meglio. 

Non è un caso che il poster del film ritragga alcuni dei componenti delle due famiglie con gli occhi coperti da una banda nera; quasi a voler dire o che ai Kim non è concesso essere riconosciuti nel nuovo contesto sociale a cui, per avventura, si sono avvicinati, oppure, al contrario, che ad essi sta sfuggendo qualche dettaglio fondamentale, che pure è davanti a loro ma che non possono vedere.

La prima parte è una scalata verso l’alto, il resto non può che farci pensare al fatto che sia tutta un’illusione, una favola moderna che inevitabilmente si frantuma in mille pezzi.

Questa lettura giustifica ancora di più la scelta di stile e di tono che Bong Joon-ho ha inteso adottare nella prima parte del film, che vengono totalmente scardinati, girati e rigirati, tinti di dark in tutta la seconda parte. Bong Joon-ho non si preoccupa di perdersi in digressioni inutili o riflessioni superflue, ma centellina il tempo che ha deciso di avere a disposizione riempiendo ogni minuto e usandolo alla perfezione.

Uno dei Poster del film rilasciato prima della Premiere a Cannes

Finalmente un’opera autoriale coniugata con l’intrattenimento; una unione non impossibile a trovarsi, ma certamente molto rara. C’è però da dire che lo stile di Bong Joon-ho è sempre stato caratterizzato da un forte dinamismo, che lo rende ben più eccitante di altri autori e che, sempre all’interno del cinema sudcoreano, lo accomuna ad esempio al collega Park Chan Wook (Old Boy, Sympathy for Lady Vengeace, Handmaiden) e che invece lo pone molto distante da altri connazionali, più intimisti, spirituali ed esistenzialisti, come Kim Ki-duk (Ferro 3, La Samaritana, Pietà) Hong Sang-soo, Lee Chang Dong (Oasis, Poetry, Burning).

Un altro tratto del film estremamente interessante è costituito dal fatto che, all’interno della stessa famiglia Kim, i personaggi sono presentati e sviluppati in maniera del tutto peculiare. Se inizialmente infatti il ruolo centrale sembra essere quello di Ki-woo  (interpretato da un sempre più bravo Choi Woo-shik, già protagonista in Burning, film strepitoso di Lee Chang Dong, presentato a Cannes l’anno scorso e ingiustamente snobbato dalla giuria in fase di premi), col tempo Bong Joon-ho introduce e dà spessore ad ognuno dei componenti della famiglia, fino a rendere il padre l’effettivo protagonista: un cambio generazionale al rovescio, un passaggio di testimone all’indietro, in realtà non del tutto esplicitato, che arriva allo spettatore quasi come fosse un mutamento inconscio, che non ha bisogno di essere rivelato.

Il padre della famiglia Kim, Ki-taek, interpretato dal grandissimo Song Kang-ho, attore che ha collaborato molto col regista Bong Joon-ho

Come anche in altri suoi film, per esempio Okja, Bong Joon-ho riesce a veicolare un messaggio molto potente – per Okja era quello degli allevamenti intensivi, in Parasite è quello della disuguaglianza sociale – calato in una poetica che non sembra avere confini prestabiliti, di continuo entrando in – e uscendo da – generi molto diversi tra loro. 

Bong Joon-ho si conferma una volta di più uno dei personaggi più eclettici e influenti del panorama del cinema internazionale e questa sua ultima opera entra di diritto tra le pellicole più accattivanti dell’anno.