Il lungometraggio di Cordula Kablitz-Post Lou Von Salomé rientra a pieno titolo in quel genere biografico-storico tipicamente tedesco che negli ultimi anni ha sfornato parecchi titoli interessanti come “Il giovane Karl Marx” o i film su Rosa Luxemburg e Hildegard Von Bingen di Margarete Von Trotta. Costruito attraverso un rigoroso sistema d’incastri che permettono di mettere in scena le diverse fasi della vita della protagonista, il film utilizza ben quattro diverse attrici per interpretarla. C’è l’inquieta bambina che dialoga con Dio a San Pietroburgo; l’adolescente atea in lotta contro la morale del tempo; l’affermata scrittrice che viaggia instancabile per mezza Europa e l’anziana miope e diabetica rinchiusa nella sua casa di Tubinga.

Sarebbe però errato analizzare la pellicola con le lenti deformanti della lotta per la parità sessuale, piuttosto, appaiono più adeguate quelle dell’alterità di cui era fiera portatrice. Lou, infatti, fin da subito rivendica con orgoglio la propria eccezionalità. La sua mente, geniale e versatile, ha sempre bisogno di nuovi stimoli. La lettura di Spinoza la convince a lottare per la libertà di pensiero e della necessità di scrollarsi di dosso ogni ingerenza religiosa o statale. Non per altro Nietzsche la chiamerà “mente gemella”. La pellicola però non è incentrata, a differenza di “Al di là del bene e del male” della Cavani, sulla dottrina filosofica, bensì sulle vicende e le scelte personali che porteranno Von Salomé a diventare la donna più brillante dell’epoca e a rendere infelici tutti gli uomini che l’hanno amata.

Lou Von Salomé, infatti, era vera dinamite. Intelligentissima e audace, ha fatto perdere letteralmente il senno alle più grandi menti dell’epoca. Lunga è la fila di uomini disperati che hanno cercato, invano, di sposarla. Ribelle e insofferente fin dalla prima infanzia, la giovane russo-tedesca ingaggia la propria personale battaglia contro le convenzioni sociali e la diseguaglianza di genere. Segnata dalla prematura morte del padre, perse la fede in Dio. Alla disperata madre, che prevedeva per lei la classica vita di sposa e madre riservata alle donne dell’alta borghesia di fine Ottocento, non restò che rassegnarsi a vederla partire per Zurigo. Meta obbligata, perché lì vi era l’unica università che accettasse anche studentesse di filosofia, e Lou non ci arrivò certo impreparata.

La sua innata passione per la materia, assecondata dal pastore-precettore Hendrik Gillot, l’aveva portata a studiare già il pensiero greco, ma anche a dover rifiutare le pesanti avances dell’attempato insegnante. Giovanissima, declina la prima proposta di matrimonio, giurando a se stessa che mai s’innamorerà né si legherà a un uomo. Ostacoli esiziali per una libera pensatrice. Così, passerà il resto della sua vita a lottare contro chiunque provi a “incatenarla”.

Costretta da una brutta polmonite a trasferirsi a Roma, conosce nel salotto dell’attivista per i diritti delle donne Malwilda Von Meysenburg il filosofo Paul Rée e il suo amico Friedrich Nietzsche. È qui che s’instaura quel triangolo amoroso che porta i due a competere, inutilmente, per il cuore della donna. Rifiutata la proposta di matrimonio di Rée e anche i tentativi di seduzione di Nietzsche, lo segue nella casa di Tautemburg. Lo scontro con la sorella del filosofo è feroce e insanabile, e proseguirà anche dopo la sua morte. Lou matura allora l’idea di andare a vivere con i due contendenti sotto lo stesso tetto a Berlino, condividendo un amore platonico e tre stanze.

La proposta è scandalosa e, perfino, illegale per le leggi dell’epoca. Una sorta di comune ante litteram dove però non c’è sesso, e lo sballo consiste nella pura dissertazione filosofica. Una specie di cameratismo ascetico, poiché Lou crede fermamente che solo una rigidissima astinenza aiuti a ottenere alti risultati intellettuali. Qualsiasi tentativo di Nietzsche nello spingerla verso lo spirito dionisiaco fallisce miseramente. Amareggiato dal rifiuto, il filosofo litiga con i due ed entra in una profonda crisi che lo porterà a scrivere la sua più famosa opera: Così parlò Zarathustra.

Lou, invece, convive con Rée e diventa un’affermata scrittrice, anche se inizialmente deve utilizzare uno pseudonimo maschile. Il loro sodalizio entra definitivamente in crisi quando decide, spinta dall’autolesionismo dell’orientalista Friedrich Carl Andreas, di acconsentire alla sua proposta di matrimonio, a patto che non venga mai consumato. Ma è solo anni dopo, quando un giovanissimo Rainer Maria Rilke la conquista con i suoi versi d’amore, a concedersi per la prima volta.

Rainer Maria Rilke

Perduta la castità a 36 anni, Lou per la prima volta comprende l’impossibilità di vivere un’intera esistenza seguendo unicamente lo spirito apollineo, ma Nietzsche è già morto di sifilide e Rée pure, probabilmente suicida. La storia d’amore con Rilke è, invece, totalizzante quanto rapida. Il poeta, già instabile, è ossessionato da lei: non riesce a vivere senza la sua costante presenza e per una donna indipendente come Lou questo è insostenibile. La rottura è inevitabile.

Trasferitasi a Vienna, dove sperimenta una vivace vita sessuale, si fa psicoanalizzare da Freud, scoprendo le origini della propria incapacità di provare sentimenti a causa di una forma di narcisismo intellettuale che la condanna inevitabilmente alla solitudine. Divenuta la prima psicologa donna, si dedica con passione alla professione, fino all’avvento del nazismo che bandisce le cosiddette scienze ebraiche. Siamo di fronte, insomma, a una donna audace e irriducibile a qualsiasi schematizzazione, più vicina alle giovani che inseguirono l’utopia della Carta del Carnaro che alle moderne femministe.