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La grande bellezza cominciava con un giapponese vittima di quello che a Napoli chiamano sturzillo (a Firenze coccolone), arrivatogli dopo aver visto Roma dall’alto del Gianicolo. Anche Loro comincia con una morte per sturzillo, ma qui la sindrome di Stendhal non c’entra. Anche perché si tratta di una pecora, entrata non si capisce perché a villa Certosa, e uccisa non si capisce bene se dalla tv a quiz formato Mike Bongiorno o dall’aria condizionata. Subito prima avevamo visto solo parole:

Il riferimento a persone effettivamente esistenti e a fatti realmente accaduti è finalizzato a una loro rielaborazione e reinterpretazione in chiave strettamente artistica in quanto tale del tutto priva di intenti cronachistici,

ecc. ecc. e anche l’esergo manganelliano: “Tutto documentato. Tutto arbitrario”. In effetti, almeno a noi spettatori, sarebbe bastato quest’ultimo, ma forse non era abbastanza per il barocchismo di Sorrentino o per gli avvocati attenti a catafrarsi da ogni rischio di querela.

Silvio Berlusconi, che al regista de Il divo (su Andreotti) aveva offerto anche di girare in location reali, ce lo dipingevano preoccupato se non addirittura irritato per il film in lavorazione su di lui. Se non l’avesse ancora visto, si rassicuri. Ogni preoccupazione ci pare fuori luogo. Sicuramente più fuori luogo di quelle che a Sorrentino e all’Indigo (la casa di produzione del film) sarebbero dovute salire dopo il rifiuto del festival di Cannes a prendere la pellicola del regista Oscar, goffamente giustificato con l’uscita italiana fissata prima del festival (mai stato un problema, questo, sulla Croisette). Perché Cannes non è come la Mostra di Venezia, sempre troppo generosa coi film italiani; Cannes li prende solo a ragion veduta, anche se il direttore Frémaux si è limitato a mostrare dubbi sulla scelta di dividere in due il film.

Già perché ora è uscito Loro 1 e poi, il 10 maggio uscirà anche Loro 2. Dopo la “grande bellezza”, ecco dunque la bella pensata, produttiva e distributiva: doppio film, doppio incasso. Per pensarla, una cosa del genere, ci vuole molta presunzione: la presunzione che dal materiale girato possano venire fuori due buoni film. Ora che abbiamo visto il primo, possiamo dire che nel migliore dei casi ne verrà fuori solo uno buono, il secondo. Perché si può solo discutere se questo “Loro 1” sia titolato o no a spartirsi la palma di peggior prova sorrentiniana con l’americano This must be the place.

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E non certo per le stesse ragioni per cui Berlusconi ha motivo di star tranquillo. Anzi, si può dire che gli unici momenti di qualche “bellezza” arrivino solo quando entra in scena lui, dopo un’ora e rotti, in un paio di siparietti con la moglie Veronica Lario (Elena Sofia Ricci), cui basta leggere Brodskij o Saramago per apparire al confronto un Deleuze al femminile. Sono però come fiorellini di campo, nati quasi per caso, in un film che per il resto propone sesso, droga, seni e chiappe a go go e anche gli immancabili animali di felliniana (e tornatoriana) memoria, che qui assumono la forma di rinoceronti, cammelli, pecore e pantegane, queste ultime capaci addirittura di far sbandare e precipitare (di notte!) un camion della spazzatura nel foro Traiano, sotto gli occhi sgranati della truppa arrivata da Taranto a caccia di appuntamenti scoperecci. La grande monnezza nella grande bellezza… Berlusconi non lo chiamano mai per cognome, e nemmeno per nome, a parte una volta Riccardo Scamarcio, instancabile nel corteggiare il potere da Taranto a colpi di puttanelle – pardon, di escort – più o meno acrobatiche. Magari usano i libri da lui firmati per tirare cocaina, ma il suo nome è come il volto di “Dio”, il personaggio (pervertito a modo suo) che Sorrentino ha posto al di sopra di Berlusconi nella sua fantasiosa gerarchia narrativa. Questo “Dio” qui ha il volto coperto, la voce contraffatta e riceve ragazze senza farsi vedere e senza vederle, fidandosi ciecamente dei suoi procacciatori.

Berlusconi invece un volto ce l’ha ed è la mascherona di Toni Servillo, più a suo agio quando canta in napoletano che quando parla in lombardo. Lo chiamano tutti “Lui” come faceva Eva Kant con Diabolik, e lui si sente fuori da tutto: fuori dal governo, fuori dal mercato calcistico, fuori dal matrimonio, con una Veronica che – potenza del mélo alla napoletana – non nasconde di aver nostalgia per un romantico passato comune (mi piacevi di più quando mi regalavi la pantofole di cachemire di ora che mi regali brillanti, gli dice). Maschera e lombardismi a parte, Berlusconi di “Loro 1”, è come l’Andreotti di “Il divo”: un uomo di potere circondato da una fauna che qui non è più ristretta e grottesca, ma allargata e ridicola. Una ridicolaggine che raggiunge la sua vetta quando la shampistica e colorita truppa del generale Scamarcio inganna tristemente il tempo nell’attesa spasmodica di “lui” nella villa sarda confinante affittata per l’occasione.

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Se vi parlano di polemiche di querele o di altre cose così, non credeteci. E’ solo marketing. Così come non maltrattava Andreotti, così ora Sorrentino non maltratta nemmeno Berlusconi, epicentro immobile (e capace perfino di scatenare “voglie di tenerezza” con la sua Veronica) di questo mondo corrotto e oltremodo cafonal che gli gira intorno quasi a sua insaputa, senza spingere nemmeno sul pedale a lui più congeniale, quello della scrittura. In fondo il regista fa suo il leit motiv già sentito e risentito in passato: il problema non è Berlusconi, sono i berlusconiani. Troppo facile. Trattando fino allo sfinimento e con infiacchita ispirazione visiva lungo la rotta Taranto-Roma-Sardegna tutto questo monotono sottobosco umano, Sorrentino finisce col maltrattare noi spettatori, che di politici corrotti, ragazze pronte all’uso, corruzioni varie e faccendieri a caccia di successo non ne possiamo proprio più. Rischiamo di fare come la pecora iniziale, vittime di una sorta di sindrome di Stendhal. Ma al contrario…