È morto il 9 gennaio all’età di 89 anni il caratterista Paolo Paoloni, attore prolifico sia per la produzione televisiva e cinematografica, che per il teatro. È indubbio però che il suo volto sia indiscutibilmente legato nell’immaginario comune italiano alla figura del Megadirettore Galattico in Fantozzi (1975), in cui appare nella sequenza finale. È una scena controversa e disturbante, in totale disaccordo col tono goliardico e scanzonato del resto del film, una scena per certi versi profetica che, aldilà dell’ironia, può raccontarci il nostro presente. Proviamo ad osservarne i passaggi.

Fantozzi come prima reazione a quella delusione d’amore, chiese ed ottenne di farsi trasferire ad altro ufficio. (…) Il destino volle che lo mettessero nella stanza di un certo Folagra, la pecora nera, anzi la pecora rossa della ditta. Questi era un giovane intellettuale di estrema sinistra, che tutti, Fantozzi compreso, avevano sempre schivato per paura di essere compromessi agli occhi dei feroci padroni. Fu proprio attraverso il contatto con questo Folagra che Fantozzi, fallito nell’amore, trovò una nuova ragione di vita: la politica.

Si apre così la celebre sequenza finale di Fantozzi (1975). Il ragioniere è svuotato interiormente da una condizione di assenza sentimentale: da un lato la disillusione del sogno infranto, il sentimento non ricambiato da parte del suo sempiterno oggetto di desiderio sessuale, l’ambitissima e inarrivabile flapper weimeriana, la signorina Silvani (che nonostante il matrimonio con Calboni, mantiene il proprio cognome in simbolo di emancipazione. Forse un po’ povera come forma di rivendicazione femminile, ma nulla in confronto alle recenti guerre linguistiche di boldriniana memoria); dall’altro la piattezza di un vincolo matrimoniale che lo annoia e che crocifigge il suo estemporaneo anelito a vivere, con le morbose premure della sgraziata e repellente moglie Pina, respinta sì, ma unica certezza incrollabile della sua vita e valvola di sfogo indispensabile. È in questo vuoto sentimentale, privo di qualsiasi stimolo esterno che possa offuscargli lo sguardo lucido e disincantato sulla realtà, che trova terreno fertile la propaganda sovversiva del giovane militante della sinistra extraparlamentare Folagra, da sempre evitato dai colleghi timorosi, terrorizzati di compromettere il loro (basso) status sociale. Folagra è la pecora nera, non viene compreso dai colleghi per via del loro attaccamento al lavoro, che distoglie il loro orizzonte visivo dal mondo esterno, in una condizione ravvisabile nell’alienazione dei lavoratori postulata da Karl Marx.

Dobbiamo favorire la formazione di gruppi spontanei, non so se mi spiego, Porco Giuda! In un collettivo urbano noi dobbiamo pensare ad una congestione che si proliferante in senso storico. (…) È a monte che dobbiamo distruggere.
(Folagra in uno dei suoi deliri leninisti)

Folagra è un comunista stereotipato, un po’ l’archetipo dei “compagni” di ogni epoca: barba folta e linguaggio incomprensibile, al limite del grammelot, con il quale, biascicando frasi senza senso, cerca di “traviare” sulla via del marxismo uno spaesato Fantozzi. Il ragioniere è il paradigma dello sfruttamento subito in silenzio: appartiene alla piccola borghesia che rappresentava in Italia il ceto medio negli anni ’80, non ha un’ideologia, è un ignavo; Paolo Villaggio in un’intervista a Tetris del 2009 avrebbe detto: Fantozzi ha un livello culturale medio-basso, è egoista, si trova disorientato in una realtà che non comprende a fondo e vorrebbe liberarsi di tutti i pericoli che gli pone davanti senza ben capirne l’origine e le implicazioni profonde.

Dopo tre mesi di letture maledette, Fantozzi vide la verità e si turbò leggermente, o meglio, si incazzò come una bestia.

Ma allora mi han sempre preso per il culo loro, il padronato, le multinazionali. Per vent’anni mi hanno lasciato credere che mi facevano lavorare solo perché loro erano buoni. Altro che esser servili e riconoscenti…

(Fantozzi durante la sua epiphany)

Fantozzi non era cosciente della sua situazione, era addirittura indotto a pensare che i potenti fossero buoni verso di lui perché lo facevano lavorare. Questa sua ignoranza lo rende servile, pronto a qualsiasi genuflessione pur di conservare il suo dolente status quo. Per quanto “tragiche” le sue vicissitudini in tutti i campi e per quanto lo spettatore possa ridere di queste, in realtà sta ridendo di sé stesso e della propria ignavia.  La scena mette a nudo l’integrazione del proletariato nella logica del capitalismo avanzato: addomesticamento dello spirito oppositivo e disgregazione della coscienza antagonista. È solo attraverso la lettura dei classici del pensiero marxista che il ragioniere viene acquisendo coscienza del conflitto e della relazione niente affatto neutra che lega i datori di lavoro ai lavoratori.

Finché una mattina si presentò in ufficio coi capelli a mezzo collo ed un misterioso pacchetto…

Parka rivoluzionario, capelli arruffati a mezzo collo e sciarpone rosso – barricata (in verità non molto dissimile ad un odierno membro dei collettivi di Bologna): Fantozzi si presenta davanti alla Megaditta per compiere un atto di violenza proletaria. Di fronte all’enorme vetrata del palazzo impreca contro i padroni e li accusa di avergli rubato vent’anni della sua vita; poi lancia un sasso contro il grattacielo e la piazza rimane improvvisamente vuota, con tutti i pusillanimi impiegati che sono fuggiti, terrorizzati dall’idea di venir associati all’incidente.

Fantozzi non poteva “colpire a monte” armato di un semplice sampietrino, la sua era solo un’espressione di forte disagio, non certo un gesto rivoluzionario, fornendo di fatto al padrone solo il pretesto per colpire in lui il dissenso e alienargli le potenziali simpatie dei colleghi. È un concept presente fino ai giorni nostri: auto e camionette bruciate, vetrine delle banche sfondate sono come il sanpietrino di Fantozzi, con la differenza che quest’ultimo almeno era a volto scoperto, mentre il più delle volte si lancia la pietra e si nasconde la mano. Folagra parla di “distruggere a monte”, poi è Fantozzi che lancia la pietra e subisce la repressione. Folagra pontifica, incendia, è un mandante morale, ma alla fine non muove un dito, rendendosi semplicemente complice del sistema.

Era il Megadirettore Galattico in persona, colui che nessun impiegato al mondo era mai riuscito soltanto a vedere, correva anzi voce che non esistesse neppure, che non fosse un uomo, ma solo un’entità astratta.

Verso il diciannovesimo piano ebbe una mostruosa allucinazione punitiva: crocifisso in sala mensa.

Un’apparizione divina, la musica si fa esoterica e rimanda ad un mondo ultraterreno; due aguzzini lo prelevano dalla piazza e lo scortano in un ascensore del grattacielo, dove Fantozzi subirà una sorta di ascesi espiatoria e durante la quale prospetta le ripercussioni della sua azione prometeica: crocifisso come Spartaco e i suoi seguaci, ma non sulla via Appia, bensì nella sala mensa, vera e propria zona di comunità e aggregazione sociale in quella cattedrale moderna che è la Megaditta, sotto gli occhi esteriormente inquisitori e sprezzanti, ma al tempo stesso segnati da un soffocato e  doloroso compatimento, dei colleghi di lavoro.

Ma scusi questa è la sua stanza? Ma le cento piante di ficus e le poltrone in pelle umana e l’acquario in cui nuotano dei dipendenti sorteggiati?

Voci, caro Fantozzi, messi in giro dalla propaganda sovversiva.

La musica adesso si fa mistica, le inquadrature kubrickiane, gli arredi asettici. Il Megadirettore appare e si presenta con la sua faccia pulita, garbato nei modi e, in conformità con lo stile del suo ufficio, alla stregua di un santo.

Prego, si accomodi, si sieda qui

Ma qui? Al suo posto?

Certo, un sorso d’acqua, un tozzo di pane?

Ma scusi Conte, io mangiare con lei?

Ma certo, che differenza c’è fra me e lei?

Il Megadirettore ostenta carità cristiana, prerogativa sempre gradita al conciliante spirito italiano, e rinnova la vecchia storia che tanto piace agli sfruttati, che calma i loro nervi e li predispone daccapo all’obbedienza: la faccenda della grande famiglia, dell’abbattimento delle differenze sociali e di un finto rapporto di stima reciproca.

Ma abbia pazienza, ma come che differenza c’è? Voi siete i padroni, gli sfruttatori, noi invece siamo gli schiavi, i morti di fame!

Ma caro Fantozzi, è solo questione di terminologia: lei dice Padroni ed io Datori di lavoro, lei dice Sfruttatori e io dico Benestanti, lei dice Morti di Fame e io Classe meno abbiente, ma per il resto la penso esattamente come lei, sono un uomo illuminato e sono convinto che in questo mondo ci sono molte ingiustizie da sanare.

Fantozzi prova ad esporre la prospettiva conflittuale del Servo in cerca dell’emancipazione e del riconoscimento, la lotta che separa i Padroni-Sfruttatori dagli Schiavi-Morti di fame. Il Megadirettore però, da vero cristiano, nega il conflitto e disegna uno scenario pacificato, dove in luogo dell’antagonismo tra Servo e Padrone, vi è invece una relazione paritetica in vista dello stesso obiettivo.

Ma mi scusi Sire, ma non mi vorrà dire che lei è comunista?

Beh, proprio comunista no, vede io sono un medio-progressista

Ma in merito a tutte queste rivendicazioni e a tutte le ingiustizie che ci sono, lei cosa consiglierebbe di fare Maestà?

Ecco, bisognerebbe che per ogni problema nuovo tutti gli uomini di buona volontà come me e come lei, caro Fantozzi, cominciassero ad incontrarsi senza violenze in una serie di civili e democratiche riunioni, fino a quando non saremo tutti d’accordo.

L’impiegato medio ormai è irretito e si prostra all’ars seduttoria del padrone, in grado sempre di oscillare restando in equilibrio tra democratismo puramente demagogico e solidi principi cattolici di facciata. Della sua coscienza e delle sue rivendicazioni non è rimasto più nulla ed è il suo uso linguistico a testimoniarcelo: inizialmente il Megadirettore non era che un’entità astratta, ma non appena lo ritrova in carne ed ossa, Fantozzi lo riconosce quale Conte e quindi in virtù del suo potere temporale. Man mano che le parole del Potente lo seducono, il ragioniere si rivolgerà a lui ogni volta con un titolo diverso in un vero climax ascendente: Conte, Duca, Altezza, Sire, Maestà, Santità, Onnipotente. Siamo davanti ad un capolavoro retorico ed alla messa in scena di un paradosso vicinissimo alla realtà: più il Gianni Agnelli/Rotschild di turno utilizza un tono conciliante e delle parole di umanitarismo paritario, più il proletario lo riconosce come figura inarrivabile. Senza contare che non appena Fantozzi entra nello studio, il megadirettore lo fa sedere alla sua stessa scrivania, salvo poi pian piano condurlo all’inginocchiatoio e ristabilendo le gerarchie.

Ma mi scusi Santità, ma in questo modo ci vorranno almeno mille anni!Posso aspettare, Io.

Chi non ha niente da pretendere e non rivendica diritti, non ha interesse a cambiare le cose e può tranquillamente attendere il corso degli eventi e, dietro le quinte, fa in modo che le cose non cambino affatto.

Il ragionier Ugo non ha la forza di portare avanti nessun impegno preso: da quello sportivo a quello dimagrante, figuriamoci trovare il coraggio per affrontare quello politico. Da mangiare ce l’ha e una mensilità per andare avanti pure. Se si spezzasse la schiena tutto il giorno, forse, tra materiali pericolosi e sole accecante o pioggia battente, troverebbe le motivazioni per inveire e combattere. Ma nelle sue condizioni la rabbia non monta mai del tutto e se monta si inserisce sempre in un perverso rapporto di odio e amore col padrone. Perché se da un lato l’impiegato invidia la posizione privilegiata di chi lo comanda, dall’altro sa che con i giusti accorgimenti può sopravvivere facilmente alla sua ombra. Egli nutre una specie di strana e inconscia ammirazione per il superiore, si sente un suo lontano collaboratore. Odia il modo in cui bisogna obbedirgli, ma si gode gli attimi di stima che questo gli regala. Anche quando lo disdegna, per ciò, lo fa alle spalle, per sfogo, abitudine e frustrazione. Tutto sparisce nella riverenza del fugace attimo di faccia a faccia. D’altronde Paolo Villaggio in un’intervista del 2017 dichiarava:

La verità è che gli italiani sono dei contestatori che fingono con il “piove Governo ladro” di essere tali, ma in realtà non fanno nulla per liberarsi da questa condizione, sparlano crudelmente degli amici più cari per poi abbracciarli con affetto quando li incontrano. Vorrebbero evadere le tasse, invidiano i grandi evasori, evasori che al massimo vengono mandati agli arresti domiciliari, là dove per arresti domiciliari si intende le case di lusso nelle quali vivono come dio onnipotenti. Fantozzi invece agli arresti domiciliari ci vive da una vita, perché vive nelle periferie delle capitali dove in effetti è come trovarsi agli arresti domiciliari.

La scena si conclude amaramente con Fantozzi che scopre che in realtà le voci sugli spietati lussi e le umilianti prove di subordinazione messe in atto dal Megadirettore erano vere: la poltrona in pelle umana e il misterico acquario degli impiegati, il luogo paradisiaco riservato agli stakanovisti della Megaditta che hanno svolto il proprio lavoro con maggior dedizione e fedeltà.

Vedo Santità che le manca la triglia, posso avere l’onore io?

Ormai il lavaggio del cervello è totalmente compiuto. Fantozzi rapito dalla visione estatica dell’acquario e dalla possibilità di farne parte, abbandona definitivamente la coscienza oppositiva e si allinea con le posizioni dei potenti, rinunciando alla lotta contro il sistema, perché ammaliato dalla prospettiva di trarne anch’egli benefici individuali. Il Megadirettore premia il suo ritorno all’ovile concedendogli la partecipazione all’acquario dei dipendenti, con la promessa di non rinnegare nuovamente la sua dedizione e fedeltà. Una sequenza filmica che resterà nella storia del nostro paese per il suo valore profetico e di aderenza alla realtà, nonostante i toni iperbolici ed evocativi. Il riassunto di metà secolo del nostro Paese partorito dalle geniali menti di Paolo Villagio e Luciano Salce, con la splendida interpretazione dell’indimenticato Paolo Paoloni.