Sublimare la realtà liberandola dagli accidenti materici: è questo l’alto fine che il protagonista de La casa di Jack (The House That Jack Built, 2019), ossia l’ingegnere Jack (Matt Dillon) cerca di perseguire in modo perverso e disumano, consumando crimini efferati sotto il nome di Mr. Sophisticated, nell’ultimo film del controverso regista Lars von Trier. La materia che Jack plasma, rimodella, infine sublima in una nuova forma altro non è che una massa di corpi, cadaveri di esseri umani contro i quali il protagonista scatena la propria creatività distruttrice. Jack stabilisce un nesso inscindibile tra arte e delitto efferato fin dall’inizio del film, quando una donna (Uma Thurman), rimasta in panne in autostrada, ferma Jack e insiste per avere da lui un passaggio in macchina. Sfortunatamente per lei, lo ottiene. Trascorre tutto il tempo parlando di assassinii, di criminali, di come lei stessa potrebbe rischiare la vita, dopo aver accettato un passaggio da parte di uno sconosciuto. Ma aggiunge anche che il suo accompagnatore sembra evidentemente troppo insignificante per commettere un crimine.

Si sbaglia. Jack, con un colpo di cric ben assestato, la uccide sfondandole il viso. Al primo piano del volto distrutto della donna si sovrappone, in dissolvenza, quello altrettanto scomposto del Ritratto della Madre (1912) del pittore cubista Juan Gris.

Ritratto della Madre (1912), Juan Gris

Due voci fuori campo (che commenteranno il film per tutta la sua durata), ossia quella dello stesso Jack e di un misterioso compagno di viaggio, introducono una digressione di sapore scolastico, enciclopedico: si discute sul trattamento dell’oggetto materiale nel processo creativo. La cattedrale gotica diviene il manufatto maggiormente esplicativo della convinzione estetico-artistica che soggiace all’intero film. Vengono descritte, per mezzo di immagini didascaliche, le caratteristiche distintive dello stile architettonico gotico. Snellimento della materia, alleggerimento della struttura, complessa dinamica di spinte e controspinte: l’edificio così concepito raggiunge altezze prima impensabili, innalzandosi, slanciandosi, dunque sublimandosi nonostante sia fatto di materia passiva, inerte, di puro accidente. Il volto scomposto della donna creato da Jack con un gesto secco, spontaneo, quasi da action painter, assume questo preciso significato: è il risultato nuovo e originale perseguito per mezzo di una necessaria mortificazione della materia. È un’opera d’arte, proprio come il ritratto di Gris, un prodotto nuovo nel quale è riscontrabile il segno tangibile di una più alta volontà creatrice.

Poco dopo troviamo Jack nello studio della sua casa, intento alla progettazione di un edificio, la sua nuova casa. Racconta di come fosse suo sogno fare l’architetto, e di come la madre lo avesse indirizzato diversamente, imponendogli di diventare ingegnere per motivi economici. Ma Jack sentiva in sé una creatività innata; la madre, con la sua censura limitante, ha di fatto castrato l’esuberanza creativa del figlio che adesso, quasi come giustificato da un patetico alibi, cerca di sfogare il proprio estro uccidendo, massacrando, e infine vilipendendo i corpi delle sue povere vittime. Quasi tutte donne, e quasi tutte colpevoli di essere stupide: è quasi banale il modo in cui Jack si accanisce nei confronti del sesso femminile, sottesa la vendetta nei confronti della madre freudianamente colpevole.

La storia del suo operato è sostanzialmente una storia di corpi, di corpi che vengono variamente offesi nel tentativo di produrre un prodotto nuovo oltre i limiti della materia anatomica. I riferimenti architetturali non si limitano alle sole cattedrali gotiche. In un’altra digressione si esaltano i dittatori del XX secolo, da Mussolini a Hitler, da Mao a Stalin. L’esaltazione avviene alla luce di un’interpretazione superomistica del loro operato: i dittatori sono uomini aldilà del bene e del male, capaci di imprimere un nuovo corso del tutto originale alla storia. Ma l’esaltazione apparentemente bipartisan delle dittature di ambo gli orientamenti ideologici, altro non è che il pretesto per la celebrazione dei prodotti artistici nazisti, mentre scorrono veloci le immagini delle coreografie e dei monumenti di Albert Speer, l’architetto ufficiale del quarto Reich.

Questo getta un’ombra ancora più cupa su tutta la teoria estetico-artistica su cui si basa l’operato di Jack: stabilire una continuità tra la cattedrale gotica e i monumenti del regime significa definire il gotico come uno stile essenzialmente tedesco, ariano. Uno storico dell’arte di apertissime simpatie filonaziste come Strzygowskj, agli inizi del Novecento, ritenne di potere ricondurre l’intero movimento gotico al genio germanico, contrapponendolo alle forme artistiche degenerate dei popoli greco-latini, e non fu il solo.

L’intero film assume un duplice valore di esaltazione e condanna della perversione dell’orrore nazista, rivelandone la follia lucida e perversa e al contempo riconducendone le origini a quella matrice culturale che vedeva nell’eccidio la perfezione di un piano millenario, la sua necessaria sublimazione. Questo è lo spirito che muove il criminale Jack nelle sue sempre più metodiche, programmate, compulsive efferatezze.

E mentre progetta, innalza e riabbatte costantemente la sua casa, alla ricerca di una sempre più irraggiungibile perfezione, diviene un killer sempre più efferato: l’iniziale ingegnere dai modi dimessi e dall’abbigliamento impeccabile diventa sempre più brutale, animalesco; al contempo, i suoi metodi diventano sempre più  programmatici, esatti. È la genesi di uno sterminatore di massa, bipolare e isterico, metodico e certosino, patetica vittima delle sue vicende familiari, che vede nel proprio operato una necessaria attività igienica e selettiva, un vero e proprio Hitler da cronaca nera, come lui amante degli animali ma macellaio di persone.

Intanto, tra frammenti di acrobatiche variazioni di Glenn Gould su Bach e continue digressioni enciclopediche si dipanano fotogrammi dei precedenti film dello stesso von Trier il quale, già pesantemente accusato di filonazismo (memorabile la sua dichiarazione di simpatia nei confronti di Hitler in occasione del Festival di Cannes del 2011), offre per voce di Jack una chiave di lettura della sua stessa opera: la violenza che mette in scena è anche essa una forma di esorcismo sublimante del male, quel male che è specifico non della mente del regista, ma dell’umanità intera.

Infine, l’epilogo: proprio quando sta per compiere il crimine conclusivo, uccidere cinque uomini con un unico proiettile incamiciato sparato attraverso le loro teste allineate (proprio secondo un metodo messo appunto dai gerarchi nazisti, spiega sempre fuoricampo Jack), Mr. Sophisticated lascia perdere tutto: nella cella frigorifera dove conserva e manipola i corpi appare alle sue spalle Verge (Bruno Ganz). Così, la voce con la quale ha dialogato per tutto il tempo fuoricampo assume un volto, un corpo, un’identità. Si palesa per accompagnarlo fisicamente, come Virgilio con Dante nel celebre quadro di Delacroix (“La barca di Dante”, 1822), agli Inferi.

La barca di Dante (1822), Eugène Delacroix

L’intero dialogo che aveva commentato il film fin dall’inizio altro non era che il dialogo tra i due durante questo finale viaggio; dialogo che definisce l’intreccio in una mirabile conclusione ad anello. Jack è un Dante senza redenzione, di cui condivide soltanto l’anelito a una dimensione superiore; per il resto è il creatore del suo Inferno, della rovina propria e altrui. È un Dante che non conosce salvazione nello sguardo di Beatrice. La sua donna-angelo, Simple (Danielle Riley Keough), è una donna non particolarmente sveglia (e ovviamente bionda, secondo il cliché) che si getta ingenuamente tra le braccia del suo aguzzino, un uomo che la disprezza anche verbalmente, umiliandone l’intelligenza ed esaltando la propria presunta superiorità. Tuttavia è la stessa Simple a rivelarne l’identità: “Sei tu Mr. Sophisticated?” chiede, sconvolta.

Non c’è lo sguardo di Beatrice a consentire la transumanazione del deviato; ma le parole della donna consentono infine il riconoscimento del criminale, mediante il nomignolo sotto il quale questi si celava. La recisione dei seni della povera ragazza, che Jack compie mentre la giovane è ancora viva, è infine una perversa forma di angelicazione, che vede la rimozione dei suoi attributi sessuali. Non potendo raggiungere il Paradiso, il viaggio di Dante-Jack non è moto ascensionale, ma vera e propria Katabasis infera. La porta che conduce Jack all’inferno è la sua casa definitiva, la sua cattedrale di corpi umani mutilati e irrigiditi dal congelamento, che costruisce e assembla nella sua cella frigorifera.

Immerso nel rosso dell’Inferno in cui Verge l’ha condotto si ferma in corrispondenza di un ponte interrotto; dall’altra parte è la via della salvezza. Verge gli racconta di come nessun dannato sia riuscito a superare l’ostacolo, e rimette la scelta del tentativo al libero arbitrio di Jack. Jack decide di  provare la strada per la salvezza; si arrampica lungo le pareti rosse e rocciose dell’inferno in cui si trova, sperando nella salvazione. Ma perde l’equilibrio, cade, viene inghiottito dalle fiamme infernali. Non c’è libero arbitrio: è come se un destino già stabilito lo avesse privato di ogni imperscrutabile grazia, secondo i dogmi di un perverso, allucinato luteranesimo.