C’è in qualche uomo un incidente che lo costringe a una lotta dalla quale non si sveglia più. Un incubo cupo, buio liquido; senza possibilità di ossigeno. È quello in cui sprofonda il nostro pagliaccio, che per tutta la pellicola con il suo sguardo cavo e acutissimo ci tortura. Forse intuiamo che lui sa. Intuisce che lo stiamo guardando. Stridente come la sua risata, irresistibile come un cenno di gentile umanità in ascensore.

Arthur Fleck finge di poter essere felice a favor di pubblico, eppure la guerra è ovunque e in ogni luogo, la frontiera è la pelle. Gotham putrescente, ruvida di fumo e petricore, lo assedia continuamente. Trasforma la sua ipotesi di felicità in una parodia grottesca, una malattia. Anche il suo sghignazzare insanabile è un problema neurologico, eredità di violenze infantili rimosse: praticamente tutto quel che c’è da dire. Ridere è un’aggressione, fastidiosa per gli altri quasi quanto lo è per lui. La violenza è la risposta, quasi sempre. 

Nessuno in questa giungla d’asfalto è in grado di dire “basta”. Tutti così brutalizzati da fare abuso a loro volta – e la ricchezza è l’abuso supremo, kill the rich è lo slogan degli insorti, dei follower, ma gli amici restano pochi e occasionali. Il tradimento è una forbice fredda conficcata negl’occhi quando proprio non si sa più dire: “avanti”. 

Allora che entrino i clown

Iperboli picchiate per strada, amici dei bambini con la rivoltella in ospedale. Molestatori e troie, drogati e broker, nella Gotham phillipsiana la vita è dissipazione, irrevocabile perdita. Non c’è nulla da costruire. Non tiene più la parola del padre e del padrone che ha la stazza austera di Thomas Wayne o il volto grave di De Niro. Parlano dritto, chiamano tutto per nome. Ma è tardi per i padri, colonne nel deserto, valgono un proiettile o poco meno. I figli sono tutti uguali, ma i fratelli disfunzionali percepiscono di essere stati dimenticati a favore di quelli usciti meglio. Restano al fianco giusto le madri abbandonate, ultime custodi dell’innocenza. Invano. Gotham è un immenso orfanotrofio.

nel mio articolo, a quel che ricordo, io formulo l’idea che tutti… be’, diciamo, se non altro i legislatori e i fondatori della società umana, a partire dai piú antichi sino ai vari Licurgo, Solone, Maometto, Napoleone e via discorrendo, tutti sino all’ultimo siano stati dei delinquenti, già per il semplice fatto che ponendo una nuova legge, per ciò stesso infrangevano la legge antica, venerata dalla società e trasmessa dai padri; inoltre, certamente non si arrestarono nemmeno dinanzi al sangue, quando il sangue (talora del tutto innocente, e valorosamente versato in difesa della legge antica) poté essere loro d’aiuto.

(F. Dostoevskij, Delitto e castigo)

Quando tutto sembra tragedia, l’unica scappatoia è la commedia. Ridere in faccia alla perdita di senso, alla fine delle ideologie, uno stato di polizia alla rovescia. La sintesi eliminatrice. Arthur Fleck risale la corrente convulsa di tenebra fino a liberarsi di tutti i padri, kill your idols, putativi e ipotetici, per trovarsi infine in confessione davanti a una donna, ancora una volta irrisolvibile. Dal peccato originale al peccato in generale, Joker come un Cristo alla rovescia uccide per diffondere la colpa ed è perciò una vittima, soprattutto quando si fa carnefice. 

The hangover IV

Questa è a spanne la trama di Notte da leoni 4 – Gotham edition. Stavolta l’ubriacatura è collettiva, il trip ha preso una brutta brutta piega. L’estetica è nichilista, il contenuto estremamente politico, forse banale, certamente tremendo in una nazione sotto Xanax. Stelle da sbronza e strisce di coca, oltreoceano tensione sociale, follia psichiatrica, emulazione terroristica hanno significati più attuali e scomodi che da noi.

Tra ubriaconi ci capiamo comunque tutti. Il Joker è il nuovo archetipo statunitense? Quello di Heath Ledger era un distrutture, un anarchico un po’ piatto nelle motivazioni (“certi uomini vogliono solo vedere il mondo in fiamme”), un semplice supercriminale reso meno banale da un’interpretazione per tante ragioni indimenticabile.

Il Joker di Nicholson era invece l’opposto: un creativo, un artista, l’alter ego del suo regista Tim Burton che si ribellava al cattivo gusto della borghesia steroidea reaganiana sfidandola col trash. Un (ex) nerd che chiedeva la sua rivincita contro l’edonismo e vi opponeva il suo (dis)gusto, il trash letterale, un Harmony Korine senza eroina, il gesto di fantasia che diventa violento perché non sa trattenersi. Batman sembrava solo un pupazzone a corredo.

Il Joker di Phillips è ambientato vicino a quello di Burton, in una città sporca e male amministrata (ma senza Colosseo) in cui ci sono yuppies stronzetti, teppistelli ignoranti, gente di merda e poi gente ancora più di merda. 

In questo minestrone dal sapore pungente, Arthur Fleck è un mediocre, un perdente. Non può essere un modello e il fatto che qualcuno pensi possa diventarlo è il segno dei tempi. Non ha nessun dono, non ha nessuna abilità, Phoenix si deve travestire per sembrare il più comune possibile, ma veste il suo personaggio di un fascino perturbante; un luccichio inquietante che gli impedisce di essere uno sfigato qualsiasi e lo fa diventare un disgraziato angosciante e ciò gli causa botte, delusioni, solitudine, il posto di lavoro, la libertà personale.

Questo fascino però è merito dell’attore, non dell’autore. A ben vedere infatti Arthur non è un antisistema, ma è un prodotto del sistema che venera il sistema, non comprendendo che questo esiste (anche) per sopraffarlo. Il Robert De Niro dal quale è ossessionato è un comico TV che fa quello che tutti i comici TV fanno: prende in giro gli altri, e lui se ne accorge solo quando tocca a lui essere deriso.

Qualcuno in America ha pensato di dargli dell’incel e in effetti lui vive con la mamma (pazza) mentre le donne se le sogna, anzi non le sogna neppure, le pedina, senza neanche provarci perché è troppo abituato a negare se stesso per proporsi. Ci sarebbe (letterariamente) piaciuto di più se Phillips ne avesse fatto un cattivo terminale, senza nessuna possibilità di empatia: uno stalker, un suprematista bianco, qualcosa di totalmente politically uncorrect. Ci avrebbe fatto amare qualcuno che si deve per contratto odiare; ma Todd ha ben presente il contratto. Non ha avuto questo coraggio e ha messo la retro, è ripassato sul cadavere dei Joker dei Natali passati per andare a ritirare gli incassi.

Si perché l’inquietudine è tutta estetica, superficiale, e stop. Andiamo un attimo oltre la prova della vita di Phoenix? Raramente spiegare non diventa giustificare: così è qui, alla fine. Se guardassimo bene, Joker diventa cattivo perché è vessato da un mondo cui manca gentilezza e comprensione, è matto perché da bambino gliene hanno combinate di tutti i colori. Ci piace perché uccide gli arroganti, reagisce a chi lo bullizza, come vorremmo saper fare. Quindi, non è colpa sua. L’hanno disegnato così. Non una grande novità in termini di film sugli psicopatici. 

A fare la differenza dunque è la messa in scena. Fleck è un animale politico, si guarda attorno, vive il suo tempo e il suo luogo, se ne infetta, la scenografia livida duetta con il corpo consunto e agile, con una colonna sonora sporca e stupefacente, Joaquin balla sensuale sul silenzio, danza nella spazzatura, leggero fino a farci intuire che forse c’era una possibilità di grandezza, lontana, in quell’uomo storto, chiuso anche fisicamente su se stesso. 

Così come saltella Todd Phillips nella cinematografia, facendo un quasi remake di Re per una notte e poi saltellando da Taxi Driver a I guerrieri della notte a V per Vendetta, fino al recentissimo La notte del giudizio, ricordandoci della bella hollywood che c’era una volta… Insomma, il film è come Arthur, un prodotto citazionista ed edonista a sua volta, non fa che studiarsi, prepararsi, ripetersi, truccarsi, non fa che vedersi da fuori, immaginarsi in televisione, immaginarsi amato, immaginarsi di successo.  Il regista non ha pensato a fare l’artista, il tormentato, l’autore. Si è domandato cosa vuole il pubblico?, e quello gli ha dato.

Joker diviene una fotografia critica del terrore e della sfiducia che proviamo per le istituzioni patriarcali, per chi ci è accanto e per noi stessi. Nel vuoto di autorità, è la paura che abbiamo che gli sfigati possano rivoltarsi e al tempo stesso di essere noi gli sfigati. È il terrore di rendersi conto di non essere niente, di non contare niente, perché non si ha niente. È il terrore del momento in cui ci si rende conto che si può avere tutto, se si ha un sorriso e una pistola.