Primo lungometraggio di finzione – ma la mano è sicura, ferma – del giovane regista polacco Jan P. Matuszynski. Coraggioso nel non cedere nemmeno per un istante alle regole del “cinematograficamente corretto”, il ritmo lento, un’impronta quasi teatrale e scarna, una forma che strizza l’occhio al documentario. È il suo retroterra artistico del resto, ma forse la scelta del regista nasce qui anche dal fatto che il film segue la reale vicenda degli ultimi trent’anni di vita del famoso pittore polacco Zdzislaw Beksinski e della sua famiglia.

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Saldato su campi lunghi e inquadrature fisse, che lasciano libero lo sguardo dello spettatore di seguire i personaggi quasi sempre confinati dentro le mura di un appartamento. Pochi gli esterni, gli spazi aperti e caotici della città. Quasi non se ne avverte nemmeno la presenza, tanto si è immersi in questo piccolo universo familiare. La macchina da presa a volte sembra davvero sparire in questa follia anomala e glaciale. Seduta in un angolo li osserva muoversi, tentare di vivere. Eppure in questa ferma composizione, irrompe improvvisa la macchina a mano che si avvicina ai volti e ai corpi. Documenta, osserva e s’intrufola fra le pieghe di queste menti e cuori che hanno il dolore sempre davanti agli occhi, ma preferiscono quasi scivolargli accanto ed espiarlo attraverso l’arte.

Non aspettatevi un film sulla vicenda creativa e artistica di uno dei massimi esponenti della pittura polacca del ‘900, quanto piuttosto, una messa in scena limpida e oggettiva di un dramma familiare. I Beksinski si trasferiscono a Varsavia durante gli anni ’70; vivono in un appartamento all’interno di un gigantesco palazzo praticamente disabitato. Lui, pittore, scultore, fotografo, la moglie Zosia, la madre e la suocera. Il figlio Tomasz, che soffre di gravi disturbi neurologici, vive invece in un altro appartamento poco distante da loro. Le loro esistenze sembrano normali, hanno il tratto della consuetudine, l’acuto freddo di un certo umorismo che guarda tutto dietro un vetro, per non pungersi la gola ed evitare di soffrire. Ma c’è soprattutto il dolore e la follia, l’apatia del vivere e l’ossessione della morte. Eppure anche questo trova spazio all’interno di una compressa normalità.

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Zdzislaw pennella tutto questo nei suoi quadri, inquietanti e misterici. Disse una volta che egli attraverso la pittura voleva fotografare i sogni. Diremmo quasi gli incubi, le fantasie inconfessabili per cui si ha paura perfino a trovare le parole. Non c’è mai uno scambio affettuoso con la moglie o il figlio, mai una carezza, un accenno di un bacio. La vita passa attraverso il codice della ragione che sente però la sua naturale incompiutezza. Non riesce ad afferrarne gli angoli, le ombre scivolose. La ragione, se non si apre al Mistero, può divenire follia o gelida compiacenza. Zosia è l’unica che cerca di afferrare un straccio di umanità, di calore. La sua fede la incita a questo, ma la sua docile grazia la confina nella debolezza e nella sconfitta. Così anche dinanzi alla morte per una grave malattia, che arriva un giorno, dopo aver preparato il terreno davanti a lei.

Beksinski registrava tutto della sua vita, del suo lavoro. Prima con un semplice registratore a cassette, poi con una videocamera. Appoggiava memoria su memoria, ma sempre dietro una macchina, un obiettivo. In quella pacatezza di sguardo, in quella voce che non pare essere capace di urlare o offendere, sembra manifestarsi solo una grande paura. Paura di vivere, o meglio paura di scoprire cosa sia davvero la vita. Quanto freddo si avverte dentro le inquadrature, attraverso la macchina da presa che silente osserva i personaggi muoversi e farfugliare, verbosi e cinici. Quanto gelo nei cuori e nelle menti che non riescono ad aprirsi ad un orizzonte più vasto. Il confine tra demenza e follia sembra labile, ma in realtà, la prima è come una scatola di acciaio, brillante e levigata, da cui non si può fuggire, mentre la seconda ha confini così vasti che nulla è in grado di contenerla. Tomasz vive dentro una gabbia, ma il padre non sa come farlo fuggire, forse nemmeno vuole.

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Non c’è perfezione nel mondo, dice Tomasz, non c’è amore puro. La vita non vale la pena di essere vissuta, meglio farla finita. Perché poi sforzarsi di ricomporre un ordine e una purezza, perché non averli già pronti e goderne? Sono gli abissi della psiche che lo attraggono e lo scaraventano in queste oscurità, il seducente bisbigliare del suicidio. Un dramma, quello che per due ore si dipana davanti allo spettatore, che cerca quasi di elevarsi a tragedia, ma senza riuscirci fino in fondo. Non c’è la catarsi, la liberazione dalla gabbia in cui l’anima giace prigioniera.

Si avverte solo un grande sentimento di impotenza e asfissia. La morte è un evento da filmare, da documentare attraverso una piccola telecamera, invadente quanto impersonale, sembra dirci Zdzislaw, ma non su cui piangere. La commozione non trova posto in questo piatto grigiore. Uno dopo l’altro i protagonisti della vicenda giungono alla fine della loro vita, chi in modo tragico, chi per il peso degli anni, ma non si riesce ad amarli sino in fondo, però nemmeno ad odiarli. Sono lì, figure inerti che brancolano in cerca di una piena esistenza. Specchio della società di questi tempi e non solo della Polonia a cavallo del regime comunista.

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Addolora questo film, ma senza trovare il rimedio finale; pietrifica e disturba allo stesso tempo. Anche la scelta sonora, così realista, ci immette in quelle mura, a soffrire e condividere con loro ogni attimo. Ma proprio qui, invece, sta la debolezza di quest’opera, che pure merita una visione attenta e vigile. Si resta infatti con il desiderio di evadere, di essere “altro da loro” e trovare una strada che porti al di là di questo immenso grigiore.