Peter Morgan, brillante drammaturgo inglese, ha firmato il suo ennesimo capolavoro, forse dopo venticinque anni di carriera oseremmo dire che è giunta alla conclusione la sua nona sinfonia. Ha raccontato la perversione di Idi Amin con un immenso Forest Whitaker, dato corpo all’ambizione e al sorriso malizioso di Tony Blair grazie ad un istrionico Michael Sheen, sezionato Richard Nixon dopo lo scandalo Watergate, offerto una catarsi al popolo inglese raccontando la morte di Diana insieme ad una austera Helen Mirren. E dopo aver portato sullo schermo forse il momento più cupo della storia della famiglia reale dai tempi dell’abdicazione di Edoardo, Morgan si è messo al lavoro e pagina dopo pagina ha tirato fuori un nuovo dramma lirico più che una nuova sceneggiatura.

La locandina della nuova serie tv firmata Netflix

La locandina della nuova serie tv firmata Netflix

The Crown infatti non è semplicemente la storia di come Elisabetta, interpretata da una bellissima e britannicissima Claire Foy, sia divenuta la regina più longeva del Regno Unito, la vetta è assai più alta. Più che una biografia è una poderosa opera di costituzionalismo inglese, se vogliamo è la riedizione con tecniche e linguaggi del mondo moderno degli scritti di Walter Bagehot, quelle stesse pagine su cui la piccola Elisabetta fu costretta a consumare la propria adolescenza in solitudine, con la sola compagnia dell’austero vice prevosto di Eton. Ma è al tempo stesso un echeggiare all’Enrico IV di Shakespeare, dove la corona che dovrà portare la appena ventiseienne Elisabetta è più pesante di quanto pensasse, sia fisicamente che moralmente. Inquieto giace il capo che porta la corona, è scritto nell’atto terzo dell’Enrico IV.

Si tratta di un peso che Edoardo, l’odiato zio ripudiato dalla famiglia, decise di non poter sopportare, ritenendo che la gravità delle responsabilità di Capo dello Stato lo ponesse in contrasto con l’integrità dei propri sentimenti a cui non volle rinunciare. Mentre guarda l’incoronazione, a cui non venne invitato, della giovane nipote, questo Re senza regno rinnova la sua rinuncia al trono per amore, ma il dolore di sentirsi forse il responsabile della morte del fratello, accusato di ciò dalla nuora e dalla madre, il fardello di aver anteposto la sua persona alla Corona, lo lascia nella solitudine della Francia, con kilt, cornamusa e amare lacrime. Quando verrà il momento di consigliare Elisabetta sul lato da cui pende la bilancia, tra la famiglia, i sentimenti e il dovere, senza remore le ricorderà che l’integrità della monarchia è ben più importante. E fu proprio il peso di quella corona ad uccidere l’amato Re Giorgio VI, il balbuziente Bertie de Il discorso del Re interpretato qui dall’elegante e bravissimo Colin Firth, l’uomo che guidò il popolo inglese durante i giorni più bui della Seconda Guerra Mondiale, che decise di restare a Londra con la famiglia anche durante i bombardamenti del Blitz di Hitler. Che sebbene avrebbe voluto essere un semplice ufficiale di Marina, accettò di diventare il Re, accettò, come racconta alla figlia, di “essere solo, ogni tanto”.

Colin Firth in una scena de Il discorso del re

Colin Firth in una scena de Il discorso del re

Il filo che sembra guidare la serie è il tormentato rapporto che esiste tra dovere, responsabilità, sacrificio, vita pubblica e sentimenti, amore, famiglia, desideri, vita privata. Ed è un lacerante conflitto che dalla Corona si propaga a Margaret, una scoperta di nome Vanessa Kirby, distrutta dalla morte del padre, depressa, sotto l’ombra di Elisabetta (nei cui confronti rivendica di essere stata la preferita di Re Giorgio: “Elizabeth is my pride, but Margaret is my joy”), desiderosa solo di essere se stessa e crearsi una vita con l’uomo che ama. Ma la decisione spetta al Sovrano, che però è anche il capo della Chiesa anglicana, e in quanto tale non può rompere i dogmi, le tradizioni, le istituzioni, anche se Elisabetta, come sorella, lo vorrebbe. Si propaga al Principe Filippo, magistralmente interpretato in movenze, accento e carattere dal “Dottore” Matt Smith, che vorrebbe semplicemente tornare a Malta con la sua giovane moglie, la sua carriera da marinaio e i suoi figli. Ma che durante una battuta di caccia con il burbero suocero Re Giorgio, ormai conscio di essere alla fine, ma soprattutto conscio di cosa dovrà affrontare sua figlia di lì a poco, gli spiega che Lei sarà il suo dovere. Starle accanto, sorreggerla, aiutarla, confortarla, sostenerla, ma sempre un passo indietro, sempre dopo, perché è marito ma anche suddito. E la Corona, lo Stato, il Regno Unito e il Commonwealth vengono prima del matrimonio. Il sacrificio di Filippo sarà anche il suo grande lavoro; rinunciare a tutto, anche che i figli abbiano il suo nome, che la famiglia porti il suo nome, rinunciare alla casa appena ristrutturata, alla carriera, ai suoi sogni e accettare di inginocchiarsi e giurare lealtà a Lei. Un rapporto, quello tra Filippo e Elisabetta, che Morgan analizza nella sua complessità, con le litigate, le gelosie, l’intimità accennata ma mai mostrata, quasi che spesso è il rapporto tra i due a rubare la scena alla regina.

Inquieto giace il capo che porta la corona. Ma il peso più grande, quello che le fece tremare le esili gambe più dei bombardamenti tedeschi quando era piccola, lo dovette sostenere Elisabetta. Portata a credere di essere divenuta Regina per volontà di Dio, sebbene nessuno le avesse chiesto mai un parere, sebbene quello stesso impegno per il suo popolo davanti alla Storia le avesse portato via a poco a poco l’amato padre, consumato e logorato nel corpo e nello spirito dalle responsabilità. Tornata dal suo tour nel Commonwealth, trovò ad accoglierla una lettera della Regina Mary, sua nonna, nella quale una madre afflitta dalla perdita di un figlio, mettendo da parte il dolore, scrisse alla nipote che nella sua vita aveva visto “tre grandi monarchie andare in rovina per non aver saputo dividere le questioni private da quelle di Stato”, e che quel giorno, insieme al suo amato padre, era morta anche Elisabetta. Ed Elisabetta doveva lasciare il posto per sempre a Sua Maestà la Regina Elisabetta II. Rilasciò così il suo primo messaggio da regnante, giurando che tutta la sua vita, fosse lunga o breve, sarebbe stata devota al servizio del popolo inglese e della famiglia imperiale.

Ma Peter Morgan non si è accontentato di dare corpo e volume agli onori e agli oneri della famiglia reale, perché sempre tenendo a mente la traccia di Bagehot, accanto al corpo istituzionale dignified (la monarchia) c’è sempre quello efficient (il governo). Ed è così che durante il matrimonio di Elisabetta con Filippo compare in tuba e marsina Sir Winston Churchill, che entra in Chiesa poco prima del Re e al cui passaggio tutti si alzano in piedi per render gli onori. E qui c’è tutto il coraggio di Morgan come drammaturgo. Perché Churchill, dopo Re Giorgio, è stato forse la figura più importante per Elisabetta e per il Regno Unito. La sua sola presenza avrebbe potuto mettere in ombra quella assai più esile della giovane regina, soprattutto perché a dare volto e voce al primo ministro è niente meno che John Lithgow. Ma è proprio qui che lo scrittore ha dato il meglio della propria capacità di cogliere le sottili sfumature di un rapporto umano che ha guidato l’Inghilterra nell’immediato dopoguerra e nei primi duri anni della Guerra fredda.

John Lithgow nei panni di Winston Churcill nella prima serie di The Crown

John Lithgow nei panni di Winston Churcill nella prima stagione di The Crown

Churchill, quando venne nominato per la seconda volta primo ministro, poco prima della morte del suo amico Giorgio VI, si stava avvicinando agli ottant’anni. Era un uomo stanco, anziano, irascibile, che scontava i primi segni di una imperante senilità, incline talvolta a perdere i contatti con la realtà a rischio dell’attività governativa. Ma alla notizia della morte di Re Giorgio e alle insistenze di Lady Churchill affinché desse le dimissioni, preoccupata com’era dal suo stato di salute, rispose che non avrebbe potuto lasciare Downing Street in quel momento, perché lei avrebbe avuto bisogno di lui. Egli sentì di aver contratto un debito morale nei confronti di Giorgio VI, di avere una responsabilità in quanto corpo efficiente dello Stato, di dare al Regno Unito e al popolo inglese un Sovrano capace di sopportare il fragile equilibrio richiesto da quel ruolo.

Ed è così che il loro primo incontro si rivela un semi-fallimento. Con Elisabetta costretta ad imparare il più velocemente possibile da Churchill, a comprendere qual sia il posto che spetta al Sovrano nel rapporto con il suo governo, accettando che molto spesso è il silenzio la risposta più difficile e responsabile della monarchia. Un silenzio che si basa su quel rapporto di fiducia con il primo ministro, come sottolineato nei suoi appunti adolescenziali su Begehot, totale e incondizionato, un rapporto però che lo stesso Churchill ruppe quando non fece sapere alla Regina di essere stato colto da un ictus. Elisabetta, neanche trent’enne, convocò così l’uomo più amato e potente del paese, che aveva sconfitto Hitler, guidato il Regno Unito in guerra, impedito lo sfracello dell’Impero e del Commonwealth per rimproverarlo di aver tradito questa fiducia. Ricordandogli che nonostante il suo silenzio, al Sovrano è riconosciuto il diritto di essere consultato, il diritto di consigliare e il diritto di mettere in guardia. Perfino Winston Churchill chiese allora scusa, riconoscendo che il tempo delle sue dimissioni era ormai vicino, avendo egli adempiuto al suo compito di istruirla. Morgan nella serie ha sottolineato bene la profondità del rapporto tra Churchill ed Elisabetta, orfana di padre lei, contrito dal dolore per la perdita di una figlia lui. Una figlia che, forse, anche se alla dovuta distanza richiesta dai rispettivi ruoli, per qualche anno poté rivedere in Sua Maestà. Alla cena di commiato a Downing Street, Elisabetta lo salutò chiamandolo per nome, come faceva sempre:

“Winston, you always will be my first Prime Minister”.

Il fondale dei drammi umani, conditi come sa fare Morgan anche delle debolezze, delle ipocrisie, delle idiosincrasie tra tradizione e modernità, è un Regno Unito che affronta i difficili anni del secondo dopoguerra. Le inquadrature ampie e dosate, i giochi di luce, le ombre, perfino i mobili e gli abiti sono stati utilizzati per rendere in modo quasi maniacale una realtà più reale della realtà stessa. Un paese che era stato il più grande impero della storia ridotto a potenza di secondo ordine, schiacciato dai bagliori nucleari americani e dalla minaccia sovietica, ancora barcollante per le ferite economiche e sociali della guerra. In questo senso la serie racconta la Storia, come direbbe Benedetto Croce, senza problema storiografico, che qui non si pone. Forse, testimoni di moti e moventi sono proprio le ambientazioni, dal freddo chiarore di Buckingham, che i sentimenti non possono perturbare, alle Highlands scozzesi, belle, tempestose, immense, come i drammi e le passioni degli uomini, fino a Westminster e a Downing Street, buie, con scarsa illuminazione, quasi a dipingere la crudezza del potere e della politica. Nonostante la vittoria nel secondo conflitto mondiale, emerge con prepotenza, per il Regno Unito, la realtà dei propri limiti, che sono gli stessi, umani e personali, con cui devono fare i conti Winston Churchill, Anthony Eden (uno straordinario personaggio che Morgan recupera accennandone la complessità nel finale, sempre più vicini alla crisi di Suez), la Regina Mary, la Regina Madre, Margaret, Filippo ed Elisabetta.

corona-imglese

Il valore della Corona, nella drammaturgia di Morgan, va oltre il fisiologico esaurimento della vita del Sovrano, rappresenta le radici stesse del popolo inglese, dando continuità e sostenendo la delicata architettura delle società nate in età moderna. La Corona è la garanzia che il giorno dopo, qualunque cosa accada, siano due guerre mondiali, la fine dell’Impero, la sconfitta di Suez, la guerra delle Falkland, la crisi economica, l’invasione dell’Iraq, l’uscita dall’Unione Europea, ci sarà sempre un Sovrano, ci sarà sempre una Corona, ci sarà sempre un Regno Unito. Come disse Churchill nel suo elogio funebre in onore di Re Giorgio:

“Io, la cui giovinezza è trascorsa tra le auguste, incontestate e tranquille glorie dell’era Vittoriana, potrei ben sentire un brivido invocando ancora una volta la preghiera e l’inno: ‘God save the Queen!’”.