Si procederà come di consueto, con un excursus generale senza anticipazioni, si passerà poi alle valutazioni attoriali ed infine, ad alcune considerazioni contenenti spoiler, per chi ha già visionato il film. Gli sforzi ci sono, fra energie e soldi – si parla di una cifra fra gli otto e i nove milioni di euro – e questo è del tutto evidente. Tenendo anche conto della produzione, il film è un vero e proprio capolavoro del cinema nostrano, tanto da non sembrare neanche italiano, essendo purtroppo noi altri non più così abituati a certe soddisfazioni in tale campo. Non confonda la coproduzione belga al progetto, infatti come spiegato dallo stesso regista, tutto ciò che vedremo sullo schermo, fra oggettistica, effetti speciali e costumi, è stato realizzato in Italia.

Matteo Rovere, qui come produttore e sceneggiatore oltre che regista, azzecca bene e incassa un meritato successo, impiegando ottime potenzialità, ma la pellicola, pur passando a mani basse la prova qualitativa, inevitabilmente non può impedire a qualche esperto, fra tradizionalisti e attenti critici del settore, di storcere il naso. Se quindi la regia va plaudita, il soggetto – Filippo Gravino, Francesca Manieri e il regista stesso – zoppica nella sua fin troppa essenzialità, facilmente confondibile con un minimalismo che, in questo particolare frangente, non ha arrecato particolari danni. La sceneggiatura, firmata sempre da Gravino e dalla Manieri, si presenta buona e nella maggior parte dei casi accurata.

Suggestivo scatto ritraente Borghi ed altri due scritturati

Il fatto che gli attori recitino in una versione contemporanea del protolatino, relativamente anteriore temporalmente al latino arcaico, coadiuva l’immersione in un’ambientazione che, naturalisticamente parlando, non può che divenire una sublime apologia della magnificenza paesaggistica italiana e laziale, forse la vera protagonista diretta della pellicola.

Tutti gli scritturati danno prova di grandi qualità attoriali, dovute a delle capaci caratterizzazioni, riuscendo a scardinare quel luogo comune di una antichità che superava l’eccessiva volgarità del genere peplum. Le riprese sono state tutte effettuate fra i comuni di Viterbo, Manziana e Nettuno, ma anche presso l’oasi di Farfa e nel quasi totalmente incontaminato Bosco di Foglino.

Una parte degli scritturati

La scenografia, affidata allo scafato Tonino Zera (Caterina va in città, Miracolo a Sant’Anna, Vallanzasca – Gli angeli del male) rappresenta uno dei punti di maggiore forza per la pellicola, mentre la direzione della fotografia, affidata a Daniele Ciprì (Vincere, È stato il figlio, La trattativa) si basa quasi esclusivamente sul sapiente uso delle luci naturali con formati anamorfici. Questi due elementi hanno condotto ad una combo fenomenale, che rende il film facilmente accostabile alle più ingenti produzioni hollywoodiane. Queste ultime inoltre, fra film e serie, risentono della generale e ridicola inaccuratezza storica, che in questo lavoro nostrano, evitiamo quasi del tutto, puntando su una maggiore e indubbiamente percepibile veridicità formale e su un realismo storico molto spesso scorgibile. La colonna sonora, firmata dal feticcio di Rovere Andrea Farri, risulta ben calibrata e perfettamente impiegata, soprattutto in determinate scene.

Ma la questione della lingua rimane fondamentale per una migliore introduzione alla visione. Per evitare strafalcioni o scelte che avrebbero debilitato il film, il regista ha chiamato a sé numerosi esperti in ambito storico, archeologico, semiologico e linguistico. Una di queste esperte è la docente di etruscologia presso Tor Vergata, la Prof.ssa Donatella Gentili, mentre alcune voci di corridoio, vorrebbero fra i primi consulenti persino il Prof. Andrea Carandini, un indubbio esperto della realtà legata alla Roma arcaica. I dialoghi dunque – pochi e anche lontanamente comprensibili per chi dovesse perdersi i sottotitoli – sono impostati su una lingua in realtà mai esistita, bensì ricostruita dai semiologi de La Sapienza, i quali hanno dovuto immettere nelle parti mancanti, termini e parole indoeuropee, la protolingua per eccellenza. Nonostante i sottotitoli e gli altri dettagli forniti, i 127 minuti passano scorrevolmente senza mai annoiare.

Romolo, Remo e la Vestale Satnei

Il certosino lavoro dei consulenti storici ha assicurato, bene o male, una certa veridicità per quanto riguarda l’oggettistica e l’armamentario, tuttavia è evidente l’alterazione registica per quanto concerne dettagli che verranno snocciolati nella seconda parte di questa recensione.

Infatti le uniche pecche, come già si accennava, potremmo riscontrarle unicamente nella fin troppa libertà d’interpretazione, soprattutto in ambito storiografico e religioso. Per la crudezza di molte scene di combattimento e per gli ottimi artifizi impiegati, risulta doveroso far presente che si tratta di un film che potrebbe infastidire e turbare molti: rumori d’ossa rotte e zampilli di sangue sono dietro l’angolo, ma sarebbe stato strano il contrario. Prima delle anticipanti analisi, alcuni brevi considerazioni sugli attori principali.

Remo

Interpretato da Alessandro Borghi: il protagonista della pellicola. Borghi esegue con sciolta schematicità il suo lavoro attoriale, presentando un Remo riconoscibile nei contorni idealizzati, ma forse troppo estremizzato nella resa finale e soprattutto nella sua posizione identitaria. Eccezionale resa, peccato per il carattere generalmente esasperato del personaggio, specchio di interpretazioni arbitrarie.

Romolo

Interpretato da Alessio Lapice: il coprotagonista. Lapice è semplicemente magistrale, ricoprendo il ruolo del futuro re di Roma con grazia e una pacatezza micidiale. Tuttavia, più il ruolo assume importanza nella pellicola, più la narrazione prende una direzione non storica. Anche qui buone potenzialità, ma non sfruttate, rimane la buona resa attoriale.

Satnei

Interpretata da Tania Garribba: la vestale di Alba Longa. Imperscrutabile tramite fra il mondo dei mortali e quello delle potenti divinità, Satnei è un personaggio cruciale per la narrazione registica e per la futura fondazione di Roma, assumendo de facto il ruolo di deuteragonista. Particolarmente abile la Garribba, riuscita a interpretare un personaggio particolarmente complesso per il ruolo intimamente connesso al sacro.

Passiamo alle considerazioni personali e anche un po’, ci si consenta, da addetti ai lavori. La scena iniziale dell’esondazione del Tevere è una delle più belle ed emozionanti che il sottoscritto abbia mai visto. Un primo impatto che emozionerebbe senza alcun dubbio anche la Prof.ssa Clementina Panella, da tempo impiegata nella ricerca archeologica delle esondazioni nell’area a nord del Palatino.

In queste primissime scene, i due protagonisti ci vengono linearmente presentati come pastori di pecore, in ideale buona continuazione con la figura del padre adottivo Faustolo. Ciò che più colpisce è constatare come vi sia un netto taglio fra il mondo storico/mitologico e quello della reinterpretazione. Prima di passare a più corposi esempi, bisogna dire che pur essendo una pellicola realistica e verace, non è per la stragrande parte fedele alle fonti storiche fornite da Tito Livio, Plutarco, Dionigi di Alicarnasso e all’immaginario celebrativo creato da Virgilio. Eppure regista e sceneggiatori avevano detto di aver studiato.

In questa versione contemporanea, Romolo e Remo ci vengono semplicemente mostrati come due fratelli – non è neppure chiaro se si tratta di gemelli eterozigoti o meno – del tutto ignari del loro lignaggio – Rea Silvia e Marte per fare i nomi più vicini – ma soprattutto sconquassati, prede di un destino che osservano attraversarli prima passivamente, poi sempre più attivamente. E il perfido zio Amulio? E il benevolo nonno Numitore? Di loro neppure traccia, tuttavia è mostrata la realtà protourbana di Alba Longa, antagonista dei due fratelli, rientrando così brevissimamente nel solco della veridicità storica.

Una ricostruzione del Palatino, fulcro del mito fondativo e mai neppure visto nel film, se non forse per un dubbio fotogramma verso la fine. Si noti il particolare insediamento protourbano sulla sommità e il lupercale situato fra le pendici a sud-ovest. Sul lato nord non visibile, si trovava un altro piccolo colle, la Velia, che nel film viene trasportato in una località imprecisata al di là del Tevere.

Ci vorrà poco per uscirne nuovamente fuori: la città fondata da Iulo/Ascanio, figlio del Pio Enea, è composta da una serie di capanne – quelle sì in ogni sequenza generalmente ben riproposte, anche se si poteva osare di più fra simboli e decorazioni – situate in quella che sembra essere una pianura brulla e non uno stretto costone montuoso, come tramandato dalle fonti; le ricerche in merito, individuano più luoghi che avrebbero potuto ospitato le capanne arcaiche in questione, tuttavia si tratta di speculazioni. Si è concordi nell’affermare che Alba Longa si trovava fra gli attuali Castelli Romani, molto probabilmente sotto l’attuale Castel Gandolfo.

Urna cineraria a forma di capanna risalente all’VIII secolo a.e.v. dalla necropoli di Vulci ed oggi conservata al Museo di Villa Giulia. Gli evidenti elementi delle abitazioni dell’area tosco-laziale (motivi gemetrici e figure zooformi, principalmente grandi uccelli migratori) non sono pervenuti nella rappresentazione cinematografica, tuttavia le strutture delle capanne sono accurate

Se da una parte vediamo l’impegno degli storici ed archeologi nel ben consigliare sull’armamentario – pugnali, asce, lance, spade ad antenne, corazze cardiophylax – e l’abbigliamento in generale, notiamo però come alcune delle probabili indicazioni date, non sono state seguite. All’occhio di un conoscitore della storia del Latium vetus e dell’età del ferro avanzata, non potranno sfuggire alcuni elementi se non fuori luogo, come minimo curiosi per il loro utilizzo.

Spesse e grosse maschere di materiale non ben definito, sono utilizzate dai soldati di Alba Longa appiedati, mentre gli elmi utilizzati dagli equites non si capisce se sono più dei cassis o delle galee, tuttavia non ricordano le tipologie utilizzate all’epoca.

Elmo e scudo di età villanoviana proveniente dalla collezione Axel Guttmann

Elmo e corazza etruschi di età villanoviana

Si consideri che gli armamenti erano privati, talvolta tramandati (quando non erano sepolti con il defunto, come avvenne nella maggior parte dei casi) e chi li possedeva era generalmente di alto rango sociale, soprattutto se consideriamo i soldati a cavallo. Possiamo dunque ipotizzare una maggiore caratterizzazione dei corredi dei soldati, in una epoca non così primitiva e poco sofisticata come viene a tratti rappresentata. È stato fatto notare, successivamente alla visione, che la mazza chiodata non esisteva nell’VIII secolo a.e.v. nel Lazio e pertanto non venne mai utilizzata in un simile contesto, considerato anche che in tutto l’arco temporale del mondo romano la mazza non ha mai avuto un ruolo primario in ambito bellico.

Altro strafalcione sull’armamentario riguarda la labrys. L’ascia bipenne comune nell’età del bronzo presso le civiltà del mediterraneo orientale, con particolari accezioni sacrali e simboliche. Questa arma viene impropriamente utilizzata in un contesto in cui non vi sono né evidenze storiche né archeologiche.

Si recupera invece con i bracieri e i calderoni, anche se qui viene riproposta una versione che non corrisponde ai rinvenimenti archeologici. Nel film le protomi bronzee sembrano raffigurare dei serpenti barbuti e crestati – forma tipica dell’ἀγαθοδαίμων – anziché i più coevi grifoni di gusto greco ed orientalizzante, oppure le protomi leonine di produzione etrusca, ma databili successivamente.

Tripode con calderone bronzeo, decorato con protomi a forma di testa di grifone e arpia virile, risalente alla fine del VII secolo a.e.v. e proveniente da Salamina di Cipro.

Aldilà di queste approssimazioni, tutto scorre finché non ci ritroviamo a tu per tu con il mondo del sacro. Ci si aspettava, non si può negarlo, un buon lavoro riguardo il politeismo arcaico e qualche risultato c’è stato, tuttavia le tematiche religiose più trattate sono state altre. Si è data molta enfasi ai sacrifici umani, una pratica comune a moltissimi popoli indoeuropei e non solo. In ambito romano arcaico, questo sacrificio era espiatorio, ma lo vediamo impiegato anche in contesti storico/mitologici: Romolo che mozzò la testa ad Acrone, re dei Ceninensi avvalora la tesi dei romani tagliatori di teste ad esempio, ma forse non al pari di altri popoli. Questo dettaglio è trasposto molto fugacemente con il cambio di capi mozzati – conficcati su una lancia –  da quello del nemico ucciso dai Velienses, a quello del capo guerriero della popolazione albense in questione.

Non si parlerà di come vengono trattati i Velienses in questo film; troppi sono gli errori concernenti le nozioni geografiche tramandateci sullo scomparso Colle della Velia – con le sue ben rappresentate paludi e capanne – e alcune speculazioni che appaiono più come panzane – volti dei guerrieri tinti di bianco –.

Tornando al divino: nel film è identificabile in alcuni principali cardini: la Triplice Dea indoeuropea – le romane Grazie e Parche e le greche Moire –, un Dio che vive nel fuoco sacro della vestale – non Vesta dunque –, gli Dei Penati, collegati a Vesta nella loro accezione pubblica e la Vestale di Alba Longa. Ottima la riproposizione dell’arte aruspicina che svela i destini dei fratelli, come da tradizione in questo caso – anche se non è la Vestale a praticare simile divinazione – tuttavia possono sorprendere l’assenza di altari e luoghi di culti arcaici, come il già all’epoca ben noto tempio di Iuppiter Latiaris sul Monte Cavo. Rovere ci presenta più un non meglio specificato Dio, anziché attingere direttamente dal pantheon italico preromano. Il rapporto fra uomo e divinità si satura acidamente per mezzo di Remo, che con abbondante carico di ὕβϱις verso l’ipotizzabile Θεός = Ζεύς = Deus, lascia il campo al fratello.

Raffigurazioni artistiche su basi archeologiche di guerrieri italici (etrusco-laziali) preromani, risalenti ad un arco temporale che spazia fra la fine del villanoviano (VIII) e il VII secolo a.e.v.

Due scene della pellicola rimangono emblematiche e completamente in contraddizione con la narrazione originale. Il regista ha deciso di immettere un flashback mostrando un’aggressione a quella che sembra essere la madre dei due piccoli gemelli, i quali osservano terrorizzati. Ecco, se le intenzioni di Rovere erano quelle di rappresentare Rea Silvia, si è parecchio scaduti. Più difficile è l’ipotesi che la donna fosse la mitica Lupa/Acca Larentia/Faula. Magari il regista farà chiarezza in futuro.

L’altra scena è in realtà il blocco finale della pellicola. Viene mostrata una cruenta battaglia che vede impegnati i due fratelli supportati dai loro compagni di sorte e dai Velienses, contro i soldati di Alba Longa. Dopo la vittoria della compagine a noi cara, viene costruito sul posto, un luogo non specificato dall’altra parte delle rive palatine del Tevere, un cerchio formato da pietre, bastoni e fuochi. Nessun rito augurale, nessun conteggio degli avvoltoi, nessuna città di fondazione, ma cadaveri all’interno di un assurdo pomerium neanche arato. Non si capisce se sia più un grave errore dovuto all’assenza di informazioni – improbabile – o ad una deliberata scelta di “riscrivere” cinematograficamente una parte fondante della nostra identità culturale, sia nazionale che europea ed occidentale.

Bassorilievo con scena di “Sulcus primigenius” in questo caso la fondazione di Aquileia. Museo Archeologico Nazionale di Aquileia, I secolo e.v. La fondazione di Roma è plausibilmente avvenuta in forme molto simili e dopo fasi religiose schematiche e per nulla casuali

Si stenderà invece un velo pietoso sull’eccessivo utilizzo di pellicce situate un po’ ovunque. Che sia un ammiccamento alle note produzioni fantasy e pseudostoriche? – Game of Thrones e Vikings –. Una persona comune senza alcune conoscenze basilari della trama, potrebbe pensare di essere andato a vedere un film su popolazioni preistoriche, anziché storiche. Risulterebbe davvero banale una comparazione con film come Apocalypto o The Passion di Mel Gibson, tuttavia Il primo re riesce a tenere testa per impegno e sforzi considerevoli a molti grandi capolavori del cinema storico e biografico.

Non c’è epica nel lavoro di Rovere, ma forse un’eccessiva primitività e sveltezza nel passare una idea di pragmatismo ferino, non lontano da quello che la lunga storia di Roma mostrerà in forme ben più gradevoli e sognanti. Si è deciso di dare maggiore risalto a lati pulp, accattivanti e violenti che si potevano applicare, riuscendo comunque a conciliare un mondo materiale e gretto, rappresentato da Remo, ed uno metafisico incarnato fatalmente da Romolo. Meno dogmatismo, meno astio verso la spiritualità, forse avrebbero permesso a Rovere di creare un unicum per la narrazione mistica dell’antichità: come affermato dal regista stesso in un’intervista a Marino Niola, il vero antagonista della pellicola è Dio.

Il primo re è uno schiaffo figurato alla spazzatura di Ridley Scott e alla assortita paccottiglia statunitense, pertanto potrebbe diventare un buon mezzo per molte generazioni di italiani, utile a riscoprire le origini arcaiche e profonde della propria civiltà. Problema cruciale di questa nuova trasposizione del mito, rimane l’assenza del mito stesso, comportando uno stravolgimento non necessario, ma che non diminuisce il valore intrinsecamente simbolico dell’opera. Nonostante gli errori commessi, si viaggia sulla giusta direzione: assaporiamo una ventata di aria fresca per il cinema italiano, meritevole di proseguire su questo stesso filone narrativo.