Ogni spettatore sa che nella finzione cinematografica un personaggio svela la propria caratterizzazione soltanto nel momento in cui è chiamato ad agire, a prendere cioè delle decisioni sotto pressione correndo dei rischi. È una regola che il pubblico conosce quasi involontariamente, ma prima ancora è un principio che ogni individuo, fuori dalla fiction, impara rapidamente ad apprendere. Non a caso si dice che il film possa e debba essere anche metafora della vita, intrattenimento capace di svelarci qualcosa sull’esistenza. Non importa quindi se fino a quel momento il personaggio si è descritto nei dettagli in una certa maniera, o che la descrizione sia stata affidata a una voce fuori campo, al flashback o ad altre soluzioni narrative: finché questo non agirà sotto pressione non conosceremo mai il suo vero carattere. Ecco, l’altra sera a Venezia ne abbiamo avuta la riprova. Poco dopo la proiezione del film di Jennifer Kent, come molti avranno letto e sentito, tutti i siti hanno riportato la notizia di un critico che in sala ha urlato contro la cineasta australiana Vergogna puttana! Fai schifo. Prima ancora dei siti erano arrivati i tweet e i post sui social network a condannare il gesto, a intavolare filippiche sul sessismo e a piagnucolare su un’arretratezza culturale tutta italiana. A ciò si sono poi aggiunti comprensibilmente i diti puntati dei giornaletti americani, già offesi dal fatto che in concorso ci fosse soltanto una regista mentre da loro le quote di genere spesso si equivalgono. Ecco che le emoticon arrabbiate e le reazioni tristi non si sono fatte attendere.

A guardare la faccenda dall’esterno, a noi, più che da piangere è subito venuto da ridere: gli articoli e i post che pochi secondi dopo l’urlo dello scemo del paese si dicono scandalizzati come delle educande, sono o non sono scritti dagli stessi che un minuto prima sedevano accanto al colpevole? A rigor di logica sì. Eppure, e qui viene il brutto, pare che siano stati soltanto in due o tre a cazziare a dovere la bocca spara scemenze, mentre gli altri o ridacchiavano sotto i baffetti alla moda o facevano orecchie da mercante pensando già alla lacrimuccia da versare nell’arena virtuale. Ma come, la crema del progressismo applicato al cinema non ha proferito parola proprio quando era il caso di far passare un brutto quarto d’ora al bulletto cinefilo? La cricca di chi si spella le mani per applaudire i remake femministi e black-friendly non ha battagliato in presenza della palese violazione di un diritto civile? Dai racconti di chi era presente pare di no, ed ecco che torniamo alla regola tanto valida nella finzione narrativa quanto nella vita reale: vuoi vedere che sotto pressione, nel momento dell’azione e del rischio, i decantatori dell’arcobaleno cinematografico se la sono fatta sotto? E allora, se ci è permesso, continuiamo a sorridere a giorni di distanza, pensando che la situazione sia curiosamente sintetizzabile con il noto meme spiderman pointing spiderman. In altre parole tutti erano presenti, tutti avevano visto il colpevole ma nessuno ne voleva fare il nome, e allo stesso tempo tutti si indignavano perché nessuno ne voleva fare il nome.

Il famoso meme potrebbe riassumere il cortocircuito degli addetti ai lavori.

Il famoso meme potrebbe riassumere il cortocircuito degli addetti ai lavori.

Passa qualche ora e il caso fermenta. È caccia al colpevole. I critici si domandano nelle chat private e sui social quale sia l’identità del bandito mascherato che mascherato non era, quindi facilmente riconoscibile un secondo dopo l’urlo scostumato. Eppure è tutto un Meglio non metterlo alla gogna, Su Facebook i nomi non si fanno (e perché mai?), Non è bello metterlo in pubblica piazza, fino all’estroso Siccome il ragazzo ha origini islamiche, evitiamo di identificarlo, sennò arriva Salvini. Insomma passano ore e tutti c’erano ma poi non c’erano e se c’erano dormivano, anche perché dicono che il film fosse di rara bruttezza. In mattinata arriva infine il post di scuse del giovane critico, che per certi versi si fa perdonare e per altri sembra voler proseguire con un atteggiamento superficiale e irrispettoso.

Ci metto la faccia, dice. Ci mancherebbe altro, diciamo noi. Poi spiega l’accaduto chiudendo con una sorta di volemose bene, tante care cose a tutti che irrita più ancora del gesto del quale si voleva e doveva scusare. La Mostra gli ritira immediatamente l’accredito ma tra i critici c’è chi vorrebbe di più, come ad esempio dichiararlo persona non grata e bandirlo definitivamente dal festival. Giusto, ma ancora ci chiediamo dove foste quella sera. C’è poi chi scrive Io non c’ero, perché se ci fossi stato gliele avrei cantate. Noi ti crediamo, ma a giudicare dalla reazione della stragrande maggioranza dei tuoi colleghi saresti stato un cane sciolto in mezzo a gente che anziché dirgliene quattro già frignava come si confà ad ogni snowflake che si rispetti. Qualche ora dopo interviene anche la regista, che con una dichiarazione lapidaria svela una personalità forte, equilibrata, che non ha bisogno di lagne e indignazioni social:

è importante reagire con la conoscenza e l’amore all’ignoranza.

Jennifer Kent a Venezia

Jennifer Kent a Venezia

Tra i tanti piagnistei c’è però anche chi mostra lucidità, dichiarandosi poco sorpreso da un’uscita del genere. È infatti prassi vergognosa che le sale di alcuni dei maggiori festival internazionali si trasformino in saloon al termine di proiezioni poco riuscite: fischi, urla, insulti. Era solo una questione di tempo, dice quindi qualcuno, prima che si arrivasse all’offesa più volgare e gratuita possibile. Il fatto che a un giovane critico sia scappata un’oscenità del genere è allora segno di una certa consapevolezza, di una sicurezza che lo ha fatto sentire con le spalle coperte. Siamo al paradosso per cui mentre allo stadio non si può quasi più fischiare, cantare, offendere e battere un tamburo, al cinema è invece pratica collaudata l’improperio, ma rigorosamente in camicia elegante. Sì, perché questo sembra accadere soltanto ai festival, non nelle sale con comuni spettatori, dove anzi, qualche volta scatta pure l’applauso. Il sospetto è che questo comportamento rappresenti per il giovane critico una sorta di consacrazione, di riconoscimento nel campo in cui sogna di lavorare: l’offesa gridata lo avrebbe reso, nella sua prospettiva folle, un vero critico da festival.

È allora superfluo specificare come non tutti si comportino in questa maniera, come molti critici – soprattutto i più affermati, paradossalmente – portino rispetto per il rito della visione e per l’autore talvolta presente in sala. Ma si sa anche che da un ragionamento del genere tutti si sentono estranei, tutti credono di essere l’eccezione. Eppure, alla prova dei fatti, molti non la sono stata. Si dirà che anche scrivere queste considerazioni a una settimana di distanza dal fatto sia facile, ma il punto è che da queste parti nessuno ha mai fatto il paladino delle cause buone e giuste, mentre chi doveva fare l’eroe, alla fine, ha fatto un po’ la figura del codardo, per giunta nella situazione che finalmente gli avrebbe consentito di mettere in pratica tutti i super poteri morali da sempre paventati. Al prossimo giro allora ci e vi consigliamo più prontezza nel momento dell’azione e meno discorsoni belli tondi e ragionevoli sulle reti sociali, mentre allo stesso tempo ci permettiamo di mettere in guardia – senza che ne abbiano bisogno – divi e registi da quegli addetti ai lavori che li chiamano per nome quasi fossero amici intimi e poi chinano il capo quando un collega fa lo sgherro. Il finale è coerente con il resto della storia: The Nightingale, il film della Kent, si è aggiudicato due premi e la sala entusiasta ha battuto le mani quasi a ribadire il comunicato di scuse del maleducato del giorno prima, nonostante la pellicola fosse stata legittimamente demolita nelle recensioni e collocata tra i flop della Mostra. Dunque occorre predicare bene, razzolare male e poi di nuovo predicare bene, così tutti tornano a casa felici – chi con un premio poco meritato e chi con la coscienza pulita – e sotto sotto il critico colpevole ha pure ragione a scrivere quell’irritante volemose bene, tante care cose a tutti, perché alla fine è proprio così che è andata.

Per qualche minuto, in sala si è diffuso il terrore che tutti i premi andassero a The Nightingale.

(dalla pagina Il cinéfilo nell’era di internet)