Altro che medioevo, viviamo tempi magnanimi e illuminati: i cardinali ci pagano le bollette della luce, qualche vip onora i rider di una mancia e i divi hollywoodiani fanno la carità ai barboni. È successo qualche giorno fa e, manco a dirlo, i media si sono sciolti: Hugh Jackman ha dato cento sterline a un senzatetto e poi lo ha invitato a cena in un ristorante esclusivo di Glasgow, all’interno dell’albergo dove l’attore risiede per poco meno di tremila euro a notte. Fuochi e fanfare, ecco il nuovo Francesco d’Assisi e Pio da Pietralcina insieme. Cogliamo in una notizia del genere talmente tanti svarioni da non sapere dove mettere le mani.

Proviamo ad andare con ordine: un milionario dà cento sterline a un barbone e noi lettori dovremmo rallegrarcene? E, nel caso, per chi? Per il barbone che potrà comprarsi una bottiglia buona o per il nostro idolo, che scopriamo anche essere uomo di grande compassione? E ancora, nello specifico, quanto compassionevole? Le malelingue potrebbero anche definire quelle cento sterline una mancia irrispettosa a fronte del lusso di cui si circonda l’attore, altri invece faranno valere il principio secondo cui nei doni a contare sia il pensiero. Sarà, ma fino a un certo punto: dicono che Cassano a Roma usasse praticare cafonate simili, ma arricchendo il berretto del mendicante con diversi fogli da cento in più. Verrebbe da chiedersi, insomma, dove risieda la cosiddetta notiziabilità del fatto in questione. Evidentemente va rintracciata nel gesto nobile dell’attore, e in tal caso ci vedremmo solo un goffo tentativo pubblicitario; se invece così non fosse, e cioè se la notizia fosse stata riportata in toni neutri, di cronaca, la follia ci sembrerebbe se possibile ancor più avanzata.

Eppure il fatto è stato ritenuto degno di pezzi che ne ripercorrono addirittura i momenti salienti. Hugh Jackman performs random act of kindness, titola fiero il Daily mail. Talmente random, aggiungiamo noi, che negli stessi giorni e nella stessa città aveva inizio il tour del suo musical. C’è poi anche la questione dell’invito a cena nel ristorante opulento, dove viene da pensare che il barbone abbia fatto, qualora ci sia andato, da bestia ammaestrata per i commensali in stile La donna scimmia di Ferreri. Non ci è dato sapere se l’invito sia stato accettato o meno, se sì, sarebbe stato interessante assistere tanto al pasto quanto al congedo, con Jackman che riaccompagna il barbone ai suoi cartoni sul marciapiede.

Non c’è odore più cattivo di quello emanato dalla bontà corrotta: è l’umana e divina carogna che lo produce. Se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo.

(Henry David Thoreau)

Coerentemente con il suo ultimo ruolo, in cui interpreta il Barnum del noto circo, Jackman ha invitato a cena un freak da intrattenimento.

Evidentemente all’attore australiano non è mai capitato di vedere La ultima cena di Gutierrez Alea. Avrebbe infatti saputo come talvolta vanno a finire certe velleità da strapazzo. Nel film del regista cubano si metteva in scena un fatto storico piuttosto originale: il padrone di una piantagione di zucchero, illuminato, laico e liberale, si metteva a praticare per vezzo personale la lavanda dei piedi ai propri schiavi nel Giovedì Santo, per poi rimettere in scena L’ultima cena insieme a loro. Questi, adattatisi in poche ore al ribaltamento del potere – che ora vedeva il padrone essere loro dipendente – allargavano i limiti del gioco e rifiutavano il ritorno alla normalità del giorno successivo, imbastendo una sommossa e facendo fuori il braccio destro del Conte. Nessuno immagina uno scenario simile per Hugh Jackman, per carità, ma se il barbone avesse risposto per le rime a quell’invito insolente non ci sarebbe certo stato di che stupirsi.

Il film di Gutierrez Alea ricostruisce un fatto realmente accaduto, raccontato in un’antologia di storie sulle piantagioni da zucchero. La finzione cinematografica si riserva di graziare dalla furia vendicativa del conte uno dei dodici schiavi. In realtà nessuno di loro riuscì a fuggire

Anche uno sguardo allo Spartacus di Kubrick non avrebbe fatto male al nostro divo dal cuore d’oro. Quando Crasso e Glabro giungono alla scuola di gladiatori di Capua, decidono di farsi allestire una lotta all’ultimo sangue tra due lottatori scelti dalle loro mogli. Mentre i malcapitati schiavi lottano per la vita, i due romani mangiano e ciarlano di future manovre politiche, salvo poi protestare per la mancata uccisione dello sconfitto. Il gladiatore che lo grazia si lancia allora contro la tribuna e con un balzo per poco non riesce a infilzare col tridente i due politici con mogli annesse. Per lui finirà male, ma in cerca di vendetta i gladiatori guidati da Spartaco organizzeranno una rivolta che metterà a rischio la tenuta di Roma.

Anche qui, nel caso in cui la cenetta-spettacolo abbia avuto luogo, non ci auguriamo certo che il senzatetto abbia infilzato l’attore, ma fossimo stati in Jackman non avremmo fatto maneggiare più di tanto il forchettone dell’arrosto al nuovo amico da esposizione. Insomma, la smargiassata della stella hollywoodiana ha antenati ben più nobili ed epici di una cena al ristorante à la page. Non solo privo di buon gusto, dunque, ma anche incapace di una sbruffoneria come si deve.

Spartaco e Draba si scontrano sotto la tribuna privata. Draba sceglierà di sacrificarsi pur di non uccidere l’avversario. Con un impossibile balzo dall’arena alla tribuna, con il tridente inforcato, cercherà di vendicarsi del sadico intrattenimento aristocratico.

Ma se stigmatizzare il capriccio dell’attore ci interessa fino a un certo punto, ci sembra invece interessante l’attenzione data all’evento da parte dei media. Che le versioni online dei principali quotidiani diano notizie poco cliccabili ci pare infatti piuttosto strano. Dovrà pur risiedere da qualche parte quella notiziabilità che andiamo cercando. Sarà mica che, nel 2019 laico e open minded come il Conte di Gutierrez Alea, gli amanti del cinema siano attratti dai divi hollywoodiani come le signore che nei retrogradi anni ’50 si passavano i Grandhotel per leggerne le bizze e le tendenze? A noi pare di sì. Le bolle social fatte di critici e appassionati abbondano infatti di commenti entusiastici sull’ultimo look della diva x e sull’ironica battuta Twitter del divo y. Tanto aperti e moderni da ripetere ciò che le nostre ragazze e signore facevano ottant’anni fa. Tanto lontani dall’oscuro medioevo da cliccare con entusiasmo sulla notizia di uno che tratta un senzatetto come un oggetto esotico da mostrare agli amici e ai fotografi.

D’altra parte ogni tempo ha il suo divismo. Quello degli anni ’30 si basava sul fascino esterofilo delle vite di lusso americane, che seducevano una platea di giovani dai nuovi costumi e consumi (il trucco per le ragazze, la brillantina per i ragazzi) e per la prima volta facevano sì che i loro modelli di fisico adulto non risiedessero più nei genitori ma nelle stelle di Hollywood. L’espressione di un’Italia postbellica che rinasce ed esporta i propri modelli fu invece incarnata dalla bellezza di dive non omologate come Silvana Mangano e Sophia Loren, mentre a partire dalla fine dei ’60 – con apice nei ’70 – la nuova Hollywood virerà sull’antidivo (Al Pacino, De Niro), come risposta allo studio system e in piena adesione alla rivoluzione sessantottina. Negli anni ’80 il divo cambierà di nuovo e sarà incarnato dal padre di famiglia tutto cuore reazionario e muscoli d’acciaio forgiati dal Reaganismo (Stallone, Willis), mentre già nei ’90 il giovane, bello e maledetto verrà apprezzato di più se particolarmente sensibile e impegnato in campagne benefiche, puntualmente tanto più lodevoli quanto esotiche (River Phoenix, Colin Farrell, Leonardo Di Caprio). Oggi tale carattere è portato all’eccesso: abbiamo a che fare cioè con su un super-divo che dispensa bontà a destra e a manca, che si impegna in qualsiasi lotta civile immaginabile, che ha una buona parola per tutti i colleghi. In tutto questo, a non essere cambiata è quindi soltanto la nostra smania di sognare vite che elevano i valori del proprio periodo storico alla potenza.

Secondo alcuni osservatori, l’immagine divistica di Stallone ha avuto particolare successo per la sua capacità di mescolare i caratteri del padre di famiglia amorevole alla forza dell’eroe d’azione che sa difendere ciò a cui tiene. Per qualcuno, quindi, un modello maschile perfettamente aderente alla retorica del presidente Reagan

Anche il divismo odierno è dunque figlio dei tempi che corrono. Se sul Grandhotel sopra evocato si riportavano le scorribande trasgressive degli attori anni ‘50, oggi il divo è da una parte condannato e dall’altra favorito dalla costante rincorsa al gesto etico (ricche donazioni), all’azione misericordiosa (adottare mandrie di bambini), alla presa di posizione giusta, tutto però sempre un gradino sopra allo spettatore comune. Un tempo era impensabile, per un lettore dei rotocalchi divistici, poter vivere le folli avventure delle star americane, oggi ad essere inarrivabile è invece la loro apparente bontà d’animo, sempre un passo avanti a quella del comune cittadino. Ma se i risultati devono essere grotteschi come nel caso di Jackman, ridateci i divi spacconi, problematici, intrattabili, anche perché immaginiamo che lo siano anche oggi ma non possano darlo a vedere.

Se in quello spericolato anni ’50 rintracciamo almeno una ricca quanto deviata dose di naturalezza (quale giovane bello e ricco non si concederebbe qualche follia da onnipotente?), qui abbiamo invece a che fare con dispensatori di bontà e con censori dei comportamenti altrui che, tra una lezione e l’atra, pagano tangenti per far entrare i figli somari nelle migliori università, tradendo così l’immagine impeccabile che si portano dietro con tanta fatica. Ecco che, così come all’Italia cinefila del dopoguerra piace Anna Magnani, diva alternativa perché verace, combattiva, cosciente, non artefatta; e piace Amedeo Nazzari perché a molte mogli ricorda la semplicità del marito (come riportato in Cultura di massa e società italiana, di Forgacs e Gundle); quella odierna ama l’artificio dei cuori puri e delle messe in scena da supereroi gentili. La speranza è allora che i figli di Jackman siano dei fulmini di guerra, ché a sapere di una sua tangente per le università eccellenti dei figli non ci reggerebbe il cuore.