In Italia siamo già arrivati alla sesta puntata su Sky Atlantic, ma in America la seconda stagione di House of Cards è stata lanciata il 14 febbraio scorso sui canali Netflix. La serie riparte esattamente dalla fine della prima, con l’insediamento di Frank Underwood alla Casa Bianca nel ruolo di vice-presidente democratico. Nuove sfide politiche attendono dunque Frank/Kevin Spacey, dall’alto della sua nuova sfilata gerarchica sempre più “mantra” per chi di potere se ne intende: da Obama a Renzi, questa fiction ha “fan” di tutto rispetto, considerato il lignaggio della poltrona.

Eppure, nonostante il protagonista sia un encomiabile pluripremiato attore da Oscar, nonostante l’iper-realismo e gli elementi di assoluto parallelismo con lo scenario politico americano, House of Cards non ha vinto nulla agli Emmy Awards – gli Oscar delle serie tv – lasciando il podio a Breaking Bad. Forse molti si sono persi nei tecnicismi proposti già nella prima serie, dalla lotta ai sindacati per la riforma sull’istruzione, ai passaggi delicati con i lobbisti del petrolio, alla vita “piatta” nelle stanze del potere, passate a scrivere bozze di leggi, contare deputati e studiare strategie di marketing politico. Qualcuno lamentava l’assenza di un rivale, un villain degno di Kevin Spacey. E ad un esame banale potrebbe essere vero.

Ma l’antagonista di Frank, come dire, è Frank. Il suo lato oscuro, spiazza lo spettatore, prosciugato dei suoi moralismi e spinto nel plot grazie alla storyline voluta dagli autori attraverso cui il protagonista stesso ha un dialogo intimo e personale con la camera. Stordiscono le sue azioni prima di intimidire, riscopriamo con appena 500 anni di ritardo le lezioni del nostro Underwood italiano, Nicolò Machiavelli, che con il suo Principe tesseva inconsapevolmente una prima sceneggiatura del romanzo di Micheal Dobbs, da cui è tratto House of Cards. Dobbs fu anche uno stretto collaboratore dell’ex premier britannica Margaret Thatcher, conservatrice di ferro, un po’ come Frank. Ma la politica anglosassone è diversa da quella americana così come quella italiana. Frank è un progressista moderato, per giunta del sud degli Usa, affabile leader di una maggioranza scorporata, compressa e compromessa, contorta e quasi mai lungimirante, quale è il Partito Democratico americano – nella realtà e nella serie.

Frank Underwood è più simile a un Lyndon B. Johnson moderno che non ad un Obama – decisamente meno brillante del suo archetipo televisivo – e, per usare un altrettanto forzato adattamento dalla finzione alla realtà nostrana, forse più simile a Massimo D’Alema, politico “democratico” assai attaccato alla poltrona nella recente storia italiana. In effetti la storia di Frank, altro non è se non un reality show sulla carriera politica di un frontman duro e impuro che fa a fette la morale e la giustizia, pur di ritagliarsi uno spazio nell’Olimpo dei grandi politici. Ma non crediate che Frank sia un Leviatano in senso hobbesiano né tantomeno un drammaturgo shakespeariano da salotto – tra Otello e Macbeth – perché nel legame con l’altrettanto impavida Claire, elegante ed enigmatica “second lady”, interpretata da una magistrale Robin Wright, troviamo il cuore della serie. È vero che senza Frank non sapremmo di Claire ma alla fine della prima stagione e con l’inizio della seconda, scopriamo che non ci sarebbe “il nostro” Frank senza il supporto a-morale della bellissima moglie. Una coppia altrettanto oscura, spietata, incline al tradimento reciproco – ma altrettanto sornionamente confidato – e incredibilmente narcisista, al punto da rifiutare la scelta di mettere al mondo una discendenza.

Casa Underwood sembra essere dunque la vera stanza del potere, quella che, una volta entrati, svela i retroscena su una realtà ancora più oscura della democrazia americana – molto vicina ai trattati di Foucault – narrata da dentro e umanamente faustiana. Per i politologi è un eccesso di realismo, ben profuso dal diktat underwoodiano del “o cacci o vieni cacciato” e filosoficamente vicino a quella distinzione weberiana sull’etica delle conseguenze, lontana dai valori e dal misticismo ipocrita dei liberal. In questo, House of Cards, ricorda molto Dexter, altra serie di successo che gioca sui doppi ruoli del buono-cattivo. Qui però manca del tutto un codice etico ed il processo è inverso: la maschera goffmaniana funge da liet motiv per le gesta più efferate, dunque, nessuna giustificazione. Chi si salva è solo il salvatore. Non esiste altra morale all’infuori di Frank. Ecco perché non serve un’antagonista. Frank siamo noi. La nostra sete di arrivismo, di potere, che tralascia persino il denaro e che se lo ritrova al fianco o contro, in questo Gattopardo all’americana, da cui ci sentiamo visceralmente attratti, tra l’imbarazzo e la vergogna. È l’elogio del relativismo e dell’individualismo nell’epoca in cui persino lo “stupor” sociologico lascia spazio al nietzschiano deus ex machina che vive dentro di noi dalla notte dei tempi. House of cards può davvero farci comprendere l’unica cosa che è cambiata: ossia che la nostra coscienza politica è andata smarrita per sempre tra le stanze del potere figurativamente democratico.