Nel cinema contemporaneo mitteleuropeo e, più in generale, est europeo, è riscontrabile una poetica che collega e unisce vari autori: quella della rappresentazione, sotto varie forme e stili, del caos. Molti registi infatti hanno raggiunto i massimi livelli nel panorama autoriale internazionale attraverso un cinema disturbante e caotico, dove domina l’ombra spettrale della confusione.

Maestro assoluto di tale cinema è Aleksander Sokurov, che, nella sua Tetralogia del Potere, affronta trame storiche (semi narrative), distorcendo non solo l’immagine filmica in generale, ma anche la rappresentazione degli stessi personaggi, resi dall’autore come lontani dalla percezione e dalla razionalità. Altro grande poeta della confusione è l’ungherese Bela Tarr, che dal suo Perdizione (Kárhozat, 1988) ha intrapreso un percorso artistico, dove il caos viene scolpito con grande grazia visiva ed emotiva e utilizzato al fine di raccontare non solo il disgregarsi della società e dell’individuo, ma anche l’incupirsi dell’anima dell’essere umano, sempre più alienata e priva di legami concreti, persino col proprio Io.

Un frame tratto da Satantango (Sátántangó) del 1994, film di oltre 6 ore di Bela Tarr, tratto dall’omonimo libro dello scrittore László Krasznahorkai.

È però un’altra l’opera che più di tutte riesce ad abbracciare (e farsi abbracciare) dal caos: Hard to be a God (Trudno byt’ bogom, 2013), diretto dal russo Aleksej Jur’evič German e tratta da un libro dei fratelli Arkadij e Boris Strugackij.

German è stato, come molti suoi colleghi contemporanei, autore di una manciata di pellicole; Hard to be a God è la sua ultima e ha occupato quasi quarant’anni della sua vita. Con un totale di 12 anni tra l’inizio delle riprese e la fine della post-produzione, l’opera rimane una delle imprese cinematografiche più complesse e mitologiche della storia, tanto che il regista non ha potuto vederla compiuta: Hard to be a God, dunque, è di fatto il suo testamento artistico.

Il regista mentre discute in una pausa del set di Hard to be a God, come parte della scenografia in lontananza.

La pellicola si immerge in un genere alquanto unico e bizzarro, quello del fantascientifico-medievale; una spedizione di scienziati è approdata su un pianeta gemello della Terra, che però si trova storicamente indietro di circa 8 secoli.

L’autore non intende raccontare l’arrivo degli scienziati sul pianeta e la loro conseguente fase di ambientamento e di scoperta antropologica. La storia comincia invece con i personaggi già entrati a far parte di quel mondo, ormai padroni di terre, comandanti di eserciti, insomma personalità influenti all’interno di un mondo che resta largamente sconosciuto e totalmente privo di guida.

L’immagine con cui viene introdotto il protagonista, Don Rumata.

Il protagonista è Don Rumata, interpretato da Leonid Yarmolik, che, agli occhi degli indigeni, è considerato come discendente di un DioDon Rumata si è calato totalmente nel mondo brutale, lurido, primordiale, in cui è stato catapultato insieme ai suoi compagni, ormai solo ex scienziati, diventandone protagonista, ma non padrone; è infatti non totale, ma parziale, il potere che sembra in grado di esercitare sulla popolazione del pianeta.

L’ex scienziato esercita uno strapotere fisico, prima ancora che intellettuale, ma non sembra – egli stesso – comprendere quali siano le dinamiche del mondo sommerso in cui ora vive, quale sia la mano invisibile che ruota e fa ruotare la società di cui ora fa parte. È davvero un Signore? Un feudatario? O solo un burattino? Ma di chi? Chi è allora davvero al comando? Ma soprattutto, è egli veramente il discendente di un Dio?

È un mondo che affonda, quello che viene rappresentato da German, dove ogni avanzamento tecnologico della popolazione del pianeta viene prontamente individuato e bloccato da Don Rumata e dai suoi colleghi, i quali impediscono l’avvento di un possibile Rinascimento, prima tecnologico che artistico, impedendo ogni possibilità di avanzamento culturale.

Uno dei vari personaggi secondari del film mentre parla col protagonista.

Il protagonista si troverà sempre più perso in quello che sembra essere un girone infernale, dalle forti ispirazioni bruegheliane, ricostruito in maniera minuziosa dal regista. Dagli anfratti, alle stanze dei castelli, ai cortili, ai sottoscala, ai porti, German crea un mondo medievale da poema epico, inzuppandolo in una putrida melma oscura. 

German fa tornare l’essere umano a uno stato ferale, animalesco, che si muove in un mondo avverso e ostile, avvicinando così lo spettatore a quello che davvero doveva essere il Medioevo, con un realismo molto raro nel cinema e nell’arte. Quasi avvertiamo l’odore nauseante e pungente dei luoghi, vediamo persone che affogano nel fango, corpi in decomposizione appesi per il collo, animali di ogni genere, persone con cicatrici purulente, senza denti, dagli occhi storti (quando li hanno ancora entrambi!). La camera da presa si muove e osserva, non è un mero oggetto passivo di rappresentazione, ma è una presenza attiva, con cui i personaggi interferiscono e a cui si approcciano.

German riesce così a creare un ambiente caotico, claustrofobico, caratterizzato da spazi angusti e pieni di persone, minuziosamente coreografate, ma allo stesso tempo sperdute. Anche nei rari momenti in cui osserviamo spazi aperti, praterie, borghi interi e ampi cortili, si assiste in realtà alla rappresentazione della follia – non più intima, ma generale – di un mondo senza timone né timoniere: gente impiccata sulla quale viene versato olio e scaglie di pesce, persone che si spalmano fango (o forse altro) in faccia, sniffandone gli odori, carovane di uomini legati, il tutto con una violenza che penetra nella carne e sotto la pelle dello spettatore a causa della sua veridicità visiva, intatta nel suo impatto emotivo, nonostante il (o forse proprio grazie al) bianco e nero.

Una carovana di corpi legati, una delle immagini molto suggestive e violente del film.

Ciò che regna sovrano, dunque, è il caos. Non sembra infatti esservi alcun barlume di speranza, né Don Rumata sembra, col passare dei minuti (il film dura tre ore), arrivare all’effettiva conoscenza e percezione del suo nuovo mondo. No, egli sembra semplicemente adattarsi alla follia che lo circonda, come una bestia selvaggia si adatta ad un nuovo ambiente in cui è costretto a vivere.

È solo nel finale che si coglie un’anomalia, o forse una speranza. Dopo una sanguinosa battaglia, Don Rumata giace stanco, con i piedi a mollo in una pozzanghera, circondato da cadaveri fumanti di persone a cui probabilmente ha tolto la vita egli stesso.

Gli si avvicina un personaggio secondario, un consigliere che si è intravisto più volte nel film, forse un indigeno, a cui il protagonista rivolge le parole:

Quando scriverai di me, perché tu scriverai di me, ricorda di dire che è difficile essere un Dio.

Don Rumata a cavallo del suo destriero.

Lo spettatore coglie sicuramente questa confessione, ma non è chiaro se il personaggio a cui queste parole sono rivolte riesca a fare altrettanto. L’idea di raccontare la Storia è qualcosa che fa parte da sempre della nostra civiltà e quindi la frase potrebbe essere intesa come un principio di ritorno ai costumi dell’umanità che ha abitato la Terra, iniziando proprio dall’arte del tramandare, dal racconto, dal Mito. Come alcuni critici americani hanno affermato, Hard to be a God rimane un capolavoro assoluto, più unico che raro, che richiede molto, moltissimo allo spettatore, ma che alla fine rende indietro anche più di quanto richieda.