A quarant’anni esatti dall’osannata pellicola di John Carpenter (Halloween – La notte delle streghe), è uscito lo scorso giovedì nelle sale italiane l’ultimo – stavolta forse definitivo – capitolo della saga di Michael Myers, celebrato quale padre putativo del filone slasher (paternità in realtà detenuta a tutti gli effetti da Reazione a Catena del 1971 del nostro connazionale Mario Bava). Dalla prima apparizione dell’assassino Michael sul grande schermo, si sono susseguiti all’incirca una decina di sequel con cadenza annuale, alla stregua dei cinepanettoni nostrani; anche in questo caso, a voler essere oggettivi, uno più trascurabile dell’altro, eccezion fatta per l’interessante operazione di un remake alternativo ad opera di Rob Zombie nel 2007, capace di dare un’inedita chiave di lettura socio-psicologica alla nevrosi omicida di Michael ed un tentativo di umanizzarlo.

Per l’originaria pellicola del ’78 si sono spesi fiumi di inchiostro e sempre da questa si è attinto in ambito cinematografico per una miriade di pellicole successive; è stato riproposto in migliaia di salse, cambiando tutti gli addendi possibili ed immaginabili, sfruttando proprio la malleabilità del suo copione. Eppure ancora nessuno è riuscito a cogliere appieno lo spirito che ha reso la pellicola un film leggendario del genere.

Un Michael Myers bambino affianco alla madre nel remake del 2007 di Rob Zombie, “Halloween – The Beginning”.

L’ultimo lavoro di David Gordon Green si prefigge di essere il sequel diretto della pellicola del ’78, ignorando tutte le sovrastrutture posticce del plot, aggiunte nei decenni successivi. Guardando complessivamente al lavoro del registra statunitense, che pur proviene da tutt’altro genere e che ha dato prova di sé con titoli come Strafumati (2008) e lo Spaventapassere (2011), possiamo dire sia riuscito tutto sommato nell’intento di metter d’accordo un po’ tutti: dai fan nostalgici, a cui ha riproposto scene iconiche e collegamenti con la pellicola di Carpenter, alle nuove generazioni, che fisiologicamente necessitano di tutto ciò che contribuisce ad aggiungere vero intrattenimento ad un qualsiasi film, a maggior ragione se di genere horror (ritmo incalzante, improvvise scene ad effetto, linguaggio gergale, feste liceali, splatter non censurato).

Ma in questo articolo non ci proponiamo di parlare della nuova pellicola di Green, benché questa possa risultare illuminante per effettuare confronti e considerazioni più profonde sul film di Carpenter, ma di arrivare alla radice e capire come ancora una pellicola vecchia di quarant’anni riesca ad esercitare questo (quasi) perverso interesse verso di essa.

Premettiamo delle considerazioni: Halloween di Carpenter venne girato come film indipendente dal budget inesistente, con gran parte del suo cast al suo esordio cinematografico, Jamie Lee Curtis su tutti, e con improvvisatissimi espedienti, come lo stesso volto dell’assassino, che nient’altro è che la maschera sbiancata del Capitano Kirk di Star Trek. Ma come fare di un vizio virtù, le ristrettezze del budget indirizzarono ulteriormente il regista verso scelte stilistiche essenziali e minimal, già presenti di per sé nel crudo repertorio carpenteriano.

A dire il vero non è compito facilissimo interpretare e spiegare questo film, proprio per l’assenza di vere e proprie connessioni aggiuntive nella trama e di profili nettamente delineati; tutto rimane vagamente tratteggiato, niente viene spiegato fino in fondo. Tutto ciò contribuisce a creare quel clima di sospensione e di incertezza, che è stato paradossalmente il punto debole ed al tempo stesso il vero punto di forza della storia ivi rappresentata.

C’è un elemento che risalta in questo film e che, a dir la verità, è stato per certi versi inesorabilmente trascurato nei sequel: il dramma che più spaventa è quello inatteso ed imprevisto. Halloween è ambientato nella provincia americana, in una fittizia cittadina dell’Illinois chiamata Haddonfield, che, pur scossa 15 anni prima dall’omicidio di una sua concittadina per mano del fratello di 6 anni, prosegue la sua vita consuetudinaria, placida e dedita alle solite ripetitive e ormai vuote tradizioni annuali.

Niente lascia presagire il dramma, neanche i suoi abitanti più giovani sembrano avere alcun turbamento interiore, tutto lascia immaginare una vita provinciale piatta in cui i giorni si ripetono uguali e il cui unico svago è abbandonarsi ai vizi ed alla lascivia della sera di Halloween, ma sull’argomento torneremo successivamente.

In una delle scene a tutto campo iniziali, accompagnata sin dall’esordio da una colonna sonora inquietante, in evidente contrasto con il tono rilassato delle immagini e quindi intuitivamente preludio a qualcosa che si sta insinuando ad accadere, facciamo conoscenza di Laurie Strode, una giovane Jamie Lee Curtis, figlia di un agente immobiliare e tratteggiata quale classica ragazza perbene: coscienziosa, scolasticamente diligente, timida, estremamente riservata e ligia al proprio dovere, in grado di rinunciare all’unico evento “liberatorio” annuale per svolgere il suo lavoro di babysitter la sera di Halloween. È dal confronto con le sue compagne di scuola che capiamo come Laurie in realtà sia l’eccezione rarissima di questa generazione, ormai liberata da condizionamenti e repressioni dopo l’epopea sessantottina.

È sufficiente un breve scambio di battute tra amiche per cogliere in che modo si voglia caricaturare il genere femminile medio secondo stereotipi di superficialità e frivolezza, sottolineando soprattutto la smania di volersi vedere emancipate nel discutere di sesso ed alcool e nella prontezza al concedersi ad una serata di bagordi senza eguali. Tutto riconduce ad un periodo di delirante voglia di liberarsi, a lungo frustrata dalla rigida morale delle vecchie generazioni, ora bramosa di mostrarsi sprezzante verso le norme comuni. È un furore che investe tutti, persino la giudiziosa Laurie, trascinata quasi goffamente dall’amica in quel vortice di ostentato libertinismo: una sua amica le fa fumare erba in macchina, la esorta telefonicamente ad assecondare le avances di un suo compagno di corso, pur ritenendola nonostante ciò, ancora un’algida frustrata sessualmente. In questa generazione non c’è spazio per persone coscienziose e sobrie, il non saper o voler assecondare la propria bramosia è riconosciuto quasi come un handicap a tutti gli effetti. Ma come disse Voltaire, né l’astinenza né l’eccesso hanno mai reso l’uomo realmente felice.

Anche la differenza d’abbigliamento delle amiche può dirci molto sulla personalità di Laurie e le amiche. Se viste al di fuori delll’ottica cinematografica, sembrerebbero appartenere addirittura a diverse generazioni, benché coetanee.

Ma adesso parliamo della figura di Michael Myers, a nostro avviso, nettamente più complessa in questa pellicola che in tutte le altre riproposizione successive. La prima apparizione di Michael avviene senza che ce ne si possa accorgere, perché proprio dal punto di vista dell’assassino. Siamo a casa dei Myers la notte di Halloween del 1963, 15 anni prima la narrazione degli eventi, e assistiamo (con un pur grezzo espediente di una telecamera posizionata dietro una maschera) all’uccisione da parte di Michael della sorella Judith, dopo che questa aveva fatto sesso con un ragazzo nella sua camera.

L’elemento che dovrebbe risultare inquietante nel fatto stesso, è che Michael aveva appena 6 anni e ciò diventa esplicito con l’arrivo dei genitori che gli rimuovono la maschera, mostrandoci il suo ingannevole volto d’angelo. Sorvoliamo sulla valutazione stilistica dell’efficacia della scena, probabilmente per noi dubbia al giorno d’oggi, poiché abituati ad una continua proposizione televisiva e cinematografica di violenza, reale o finta che sia, che ha contribuito a sviluppare in noi forti anticorpi verso scene gore o volte a ledere uno certo tipo di sensibilità. Resta il fatto che nell’analisi del personaggio, finora possiamo solo basarci sul fatto che nel ’63 un bambino di 6 anni ha ucciso la sorella, dopo averla vista far sesso in casa loro, in assenza dei genitori. Forse un po’ poco per dare interpretazioni, ma teniamone conto e continuiamo a riflettere.

Judith Myers, prima vittima di Michael

Ritroviamo il profilo psicologico di Michael d’ora in poi solo filtrato dalle parole del Dottor Loomis, interpretato da un superlativo Donald Pleasence. Tramite il dottore capiamo che Michael ha quasi perso i connotati umani, ma viene descritto neanche troppo implicitamente, come la metafora del male: mutismo ininterrotto dalla sera dell’omicidio, sguardo invasato e perso nel vuoto, incapacità nell’esprimere emozioni o stati d’animo. L’inquietudine che suscita Michael è proprio questa impersonalità, questa meccanicità nell’uccidere, apparentemente priva di nessi logici.

Michael è la metafora assoluta della categoria del Male: non dialoga con noi, non risponde alle nostre domande, si nasconde nell’ombra e arriva inaspettatamente, non puoi eliminarlo e anche quando può sembrarti di averlo sconfitto, lui scompare per ripresentarsi quando meno te l’aspetti, ma soprattutto, colpisce quando sei convinto non debba toccare a te. La grandezza di questa pellicola risiede proprio nel voler condurre lo spettatore fino all’ultima scena con questo quesito nella testa:

C’è una logicità negli omicidi di Michael? Cosa vuole esattamente?

Rigiriamo la domanda, eludendo nella fattispecie il discorso filmico:

Esiste una logicità nel Male? Colpisce per un determinato motivo?

Forse!”, noi tutti risponderemmo, ma non ci è dato saperlo. Avviene esattamente lo stesso con Michael, non sapremo mai se c’è un disegno dietro la sua brama di sangue, ma possiamo interpretarlo.

Michael Myers è stato interpretato nel 1978 da Nick Castle. La maschera sbiancata di Capitan Kirk di Star Trek contribuisce a stimolare quell’idea di impersonalità e meccanicità che muovono l’assassino.

Michael sembra morbosamente interessato a Laurie, che pedina per tutta la giornata, pur essendo l’ultima a cui farà visita, concentrandosi prima di tutto nell’uccisione delle sue amiche. Chi ha visto “Scream” di Wes Craven del 1996, conoscerà di certo le regole stereotipate di un buon film horror: mai copulare, mai bere o drogarsi; mai dire “torno subito”. Ecco, tutti questi cliché nascono con Halloween di Carpenter.

L’amica di Laurie, Annie, la stessa che l’aveva spinta a fumare erba, viene meno al suo lavoro da babysitter ed affida all’amica la ragazzina che doveva accudire, per andare a casa del suo ragazzo: neanche a dirlo, troverà la morte per mano di Michael. Un’altra, Lynda, approfitta della casa vuota per bere alcool e fare sesso col fidanzato, venendo strangolata da Michael nel mezzo di una frivola chiamata al telefono. I corpi vengono ammassati in una stanza assieme alla lapide della sorella Judith, trafugata dal cimitero cittadino, da far trovare a Laurie Strode, ultima sua preda. Se si vuole trovare un’interpretazione, anche forzata, alla sequenza di omicidi operata dall’assassino, la risposta sembrerebbe quasi troppo scontata e potremmo quasi giurare di trovarci difronte ad un attentato misogino ai limiti del proto-Incel.

Pensiamo ad esempio al genere letterario gotico, che ebbe la massima popolarità nella prima metà dell’Ottocento in Inghilterra. Quali erano in profondità i presupposti che lo muovevano? Il fatto che l’Inghilterra del secolo avesse conosciuto uno straordinario, quanto repentino sviluppo industriale, che aveva sconvolto stili di vita, norme sociali e classi dirigenti. In un certo senso, la classe borghese a cui questo tipo di romanzo era rivolto, percepiva con timore, anche inconsciamente, l’ultimo anelito di una classe nobiliare di antichissima stirpe, dominante il paese per secoli, ormai stipata nei pullulanti castelli medievali che caratterizzano il paesaggio anglosassone, covando desideri di vendetta e di rivalsa sociale (Dracula di Bram Stoker è un romanzo paradigmatico a riguardo).

Mutatis mutandis, il genere horror, nutrendosi necessariamente delle inquietudini generazionali, si è sempre proposto di tratteggiare, per metafore o associazioni che siano, le ansie ed i terrori inconsci di una società e probabilmente Carpenter aveva ben presente quali fossero stati gli sconvolgimenti sociali del ’68, con le sue liberalizzazioni e le sue trasgressioni, e di conseguenza le preoccupazioni ed implicazioni morali che essi portavano seco sul finire degli anni ’70 americani. Lo scorcio di realtà dipinto da Carpenter è tutto incentrato sugli adolescenti: gli adulti sono quasi assenti, se non nelle abbozzate figure, vagamente protettive, del Dottor Loomis e dello sceriffo di quartiere; i bambini sono colti solo nella loro genuina ingenuità, mentre il focus è tutto proiettato sull’immoralità e l’incoscienza degli adolescenti americani, evasivi verso i genitori e noncuranti delle conseguenze delle loro azioni.

Vorrà significar qualcosa che l’unica a salvarsi dalla furia omicida dell’assassino sarà proprio la pudica e ordinaria ragazza, tanto sbeffeggiata dalle disinibite amiche, l’unica a non esser venuta meno ai propri compiti e che ha anteposto la salvaguardia dei due bambini che accudiva alla sua? Sebbene Carpenter stesso non abbia mai confermato questo tipo di analisi, è evidente che il parallelo tra la forza morale di un certo tipo di personaggio e la sua possibilità di sopravvivenza sia diventato un topos cinematografico proprio grazie a questa pellicola.

Il film è anche la dimostrazione che budget spropositati non sono necessariamente vincolanti per la riuscita di capolavori assoluti: Halloween oltre al clamoroso ed inaspettato successo commerciale, impressiona per l’influenza che continua ad esercitare a distanza di 40 anni sul genere horror e come ancora resti ineguagliato sotto un certo profilo più poetico che cinematografico. E ancora, dimostra come anche una pellicola, che generalmente dovrebbe essere relegata a film di mero intrattenimento, possa dirci tanto su un periodo storico e su un contesto generazionale.