Un piccolo passo per un uomo, un piccolissimo passo per il cinema, un passo di lato per ChazelleCi manca solo la mano alla cintura e sarebbe un ballo da villaggio vacanze, invece è il riassunto stringato di First Man, il nuovo film del regista record di nomination con il suo La la land – che personalmente ancora non siamo riusciti a guardare per un grosso pregiudizio negativo verso i musical, ognuno c’ha le sue.

Un grosso pregiudizio positivo invece ce l’abbiamo nei confronti dello spazio e della fantascienza: quindi, anche per farci perdonare da Damien, il suo First man ce lo siamo andati a vedere al cinema. Immaginavamo che non sarebbe stato un film al cardiopalma o un’epica spielberghiana/howardiana con stelle filanti e bandiere al vento. Avevamo ragione.

Ryan Gosling in First Man interpreta Neil Armstrong

Alla fine, del film non ci sarebbe moltissimo da dire. Quadrato, compatto, forse un po’ insipido. L’aspetto più interessante potrebbe essere proprio la sua compostezza. Toni contenuti alla ricerca di un anti-spettacolo. Gli aerei e poi le prime navicelle sono trabiccoli sferraglianti, tenuti insieme da qualche vite incerta e tante preghiere, la conquista dello spazio ci è presentata da una prospettiva inusuale, interna anche letteralmente, dai corridoi anonimi, dal ventre claustrofobico del razzo in decollo, dal modulo buio che atterra sulla Luna. Il resto sono vomito, calcoli, attese, lividi.

L’esperimento low-fi di anti-epica  però rimane in sottofondo; è quasi una scusa per farci entrare nel cuore dell’uomo che ha per primo toccato il suolo lunare, seguendo la sua vicenda famigliare dalla tragica perdita della figlia in poi. Il protagonista indiscusso è lui: Neil Armstrong, che ricorda tanto l’autista di Drive, anzi il K. di Blade Runner 2049, anzi il Julian di Solo Dio perdonaEcco, qui dobbiamo un attimo distrarci dal film.

Lo sguardo fisso e penetrante, tipico di Ryan Gosling, in Blade Runner 2049

Ryan Gosling è uno dei migliori attori della sua generazione, ma ha un problema: interpreta i suoi ruoli più autoriali nella stessa, identica, immutabile maniera. Sguardo fisso, muto, imperturbabile. Un soprammobile attoriale, un ficus bengiamino che puoi lasciare in tutte le stanze dei generi cinematografici, a lui non importa, sta sempre bene, basta ricordarsi di innaffiarlo ogni tanto. Le sue interpretazioni sono in effetti credibili, ma sono proprio uguali. Gli pronostichiamo un Oscar, forse già il prossimo inverno con questo First man, e ne saremo felici: ma la verità è che Ryan è sempre lo stesso, cambiano solo lo sfondo che gli mettono dietro, i vestiti, i capelli. Stop. È il Clint Eastwood del XXI secolo (fidatevi che è un complimento), solo con un guardaroba più variegato.

Il suo Neil Armstrong è credibile? Certamente. Si intuisce che Chazelle vuole parlarci proprio di un uomo che ha dentro di tutto, probabilmente, ma che è bravissimo a non farlo vedere a nessuno. Un uomo silenzioso, impenetrabile, che si sfoga molto raramente e sempre di nascosto. Il rapporto amorevole e freddo con la moglie, il rapporto amorevole e freddo con i figli, il rapporto amorevole e freddo con i colleghi, sono le linee conduttrici di tutto il film.

Lo sguardo fisso e penetrante, tipico di Ryan Gosling, in Solo Dio perdona

Della Luna pare davvero che non gliene freghi poi molto né al regista né a Neil. Non abbiamo un solo momento dal quale intuire quale sia la sua motivazione, quale sia la ragione per cui in principio ha scelto di essere un pilota di aerei sperimentali. È così e basta. L’unico punto caldo della sua vita è la figlia malata, che nei primi minuti del film cerca di curare in tutti i modi. Solo dopo la sua morte si iscriverà alle selezioni per la NASA che obbligherebbero lui e la famiglia a trasferirsi a Houston, come poi in effetti succede. Più che all’inseguimento della Luna, sembra un uomo in fuga dalla Terra.

In una delle scene (involontariamente?) comiche della pellicola, dopo la morte dell’amico Elliot in un incidente aereo Neil si rifugia in giardino; un suo collega lo avvicina, cerca di attaccare bottone per consolarlo e lui gli spiega che è in giardino esattamente perché non vuole che gli si rompano le palle.

Il sospetto è che se ne vada sulla Luna per lo stesso motivo. Rimanersene da solo, in pace, lontano da tutti, per conto proprio. Glaciale come il cosmo, distante come un satellite, la sua non è né un’ossessione né una conquista, ma una ricerca di solitudine, qualche passo nel Mare della Tranquillità, incastrato incidentalmente in un’impresa che non avverte mai come tale e che nemmeno noi avvertiamo come tale. La banalità della Luna. L’epica è morta, finita, i russi sono un’eco lontana, ma anche gli Stati Uniti, alla fine questa avventura raccontata in libri e film e documentari è solo un gruppo di ingegneri che lavorano in ufficio e vomitano sul simulatore.

Lo sguardo fisso e penetrante, tipico di Ryan Gosling, in First Man

Neil torna dallo spazio, si trova in quarantena, che forse è il suo luogo ideale, prova a toccare la moglie che è venuta a trovarlo, ma c’è in mezzo un vetro che li separa e che non ci è dato sapere se prima o poi crollerà.

Ecco l’altra grande protagonista della pellicola: questa donna perennemente in attesa che il marito torni da qualche posto, dal colloquio, dal lavoro, dal simulatore, dal funerale, dalla Luna, mentre alla fine non torna mai davvero e anche quando parte lo fa silenziosamente, quasi come un ladro; avranno uno scontro, uno solo, quando lui pensa di partire per la missione lunare senza salutare i figli. Il resto è cortesia, gentilezza, sorrisi, educazione, ma gesti freddi, sempre freddi, senza nemmeno il guizzo perturbante dello psicopatico.

Un momento di calore familiare a casa Armstrong, da First Man

Siamo ai saluti. Se alla fine del film la testa di Ryan si aprisse a metà rivelandoci che è un cyborg, non ci stupiremmo e anzi capiremmo tante cose. Sarebbe bello pensare a questo First Man come a una specie di prequel di Terminator, o Blade Runner 1969, o chissà che altro. Invece è solo la storia di un uomo interessante e noioso al tempo stesso.

Come il film. Anticlimatico, antiepico, antitutto e questo è interessante, ma non per forza d’intrattenimento. D’altronde, non è detto che il cinema debba essere né l’una né l’altra cosa. Ci rivediamo a Febbraio, a riconoscere (forse) il merito a Chazelle di aver fatto vincere l’Oscar a uno che ha la stessa faccia per due ore.