Se fosse lecito, decoroso, o anche solamente tollerabile attribuire l’eredità cinematografica di Visconti a qualche altro collega italiano, quella andrebbe forse conferita a Franco Zeffirelli: “Da una costola di Visconti discende Zeffirelli”, sosterrà non a caso Gian Piero Brunetta nella sua Guida alla storia del cinema italiano. Ma più ancora che di cinema, sarebbe forse corretto evocare una generica capacità di messa in scena. Se ci è infatti concesso parlare di maestro e di allievo, diremmo che il primo abbia spinto il secondo a rielaborare una tradizionale rappresentazione sontuosa, sia cinematografica che lirica – e la doppia carriera è elemento comune del loro rapporto creativo ma anche sentimentale – , a mantenere in vita un gusto quasi ottocentesco per la cura scenografica e per l’adattamento letterario, e infine a coniugare quanto detto con un coerente disinteressamento per gli enormi cambiamenti in atto negli anni dei suoi primi lavori per la sala.

Ci sono soltanto altri due cineasti riconducibili per ragioni differenti alla lezione Viscontiana, capaci cioè di contendere a Zeffirelli la palma di erede del maestro, ma si tratta di quel Rosi poi divenuto massimo esponente di un cinema sociale e di attualità assai lontano dalla poetica del caposcuola; e di Bolognini, autore di pregevoli adattamenti letterari ma sempre giudicato alla stregua di umile regista al servizio del testo più che del film.

Il talento dell’allievo prediletto e dello straordinario metteur en scène si traducono allora dapprima in una prolifica carriera teatrale – caratterizzata da commenti spesso divisivi tra i critici – e solo successivamente in una fase cinematografica piuttosto anomala. La seconda metà degli anni Sessanta vede infatti l’affermazione internazionale del nostro western e la nascita dei generi successivi, le fortune della commedia del boom e l’avanzata di un cinema autoriale a dominante postmoderna in stile Antonioni. Ebbene, dentro a questo grande frullatore di immagini e narrazioni contemporanee, il cinema di Zeffirelli resta fedele alla lezione Viscontiana, fedele cioè ad una messa in scena da palcoscenico più che da set cinematografico, coerente con una regia solida degli attori più che con le possibilità di movimento e sfruttamento degli spazi offerte dal cinema, e caratterizzato proprio dall’attenzione per gli elementi scenografici, l’illuminazione e la cura per la composizione interna del quadro più che dall’utilizzo originale del découpage.

Una tale costruzione dell’immagine rientra alla perfezione nel prototipo di cinema che il tipico produttore statunitense si aspetta dall’Italia, pregustando già il piacere con il quale il pubblico d’oltreoceano potrà alimentare il proprio immaginario idealizzato di una penisola segnata dal buongusto e dalla raffinatezza. Il successo di Zeffirelli arriva allora con la ricostruzione di testi Shakespeariani (La bisbetica domata, Romeo e Giulietta) – che aveva maneggiato sin da ragazzo grazie alle suore inglesi dello Spedale degli Innocenti, in cui ha vissuto dopo l’abbandono dei genitori – dai quali si discosterà soltanto sul finire di carriera, con film tratti da eventi autobiografici come Un thè con Mussolini del 1999, pellicola discussa che spaccherà in due la critica: per qualcuno il suo lavoro cinematografico meglio riuscito, per altri un flop di cui niente sarebbe stato ricordato.

Ma alla coerenza stilistica tradizionale e indifferente alle nuove onde, Zeffirelli accosta un temperamento scultoreo, talvolta intrattabile, che lo accompagna fino agli ultimi giorni di vita e lo mette spesso al centro del dibattito pubblico. L’adesione al partito di un rampante Berlusconi lo proietta infatti già negli anni Novanta in una dimensione altra rispetto alla maggioranza di chi compone l’ambiente performativo e artistico. Da omosessuale dichiarato diviene dunque prima nel ’94 e poi nel ’96 senatore di Forza Italia, compagine di centro destra che nel periodo evocato non fa certo della sensibilità nei confronti delle lotte per il riconoscimento la propria causa principale. Ma non è tutto: parte della sua filmografia e della sua stessa formazione dimostrano una devozione e una componente trascendente del proprio carattere piuttosto lontane dallo spirito del tempo in cui è immerso. Non è dunque un caso che il rapporto tra Zeffirelli e le comunità LGBT di cui è parte sia sempre stato segnato da una reciproca diffidenza, legame forse compromesso proprio a partire da certe osservazioni tranchant del maestro fiorentino:

Il movimento gay mi ha sempre fatto schifo. L’omosessuale non è uno che sculetta e si trucca. È la Grecia, è Roma. È una virilità creativa.

E affilata, viscerale e sincera è anche la passione per il pallone. Girano proprio in queste ore delle foto in cui il nostro, al centro, è circondato dai calciatori della sua amata Fiorentina, anche lei causa di uscite altrettanto nette e discusse (è noto l’odio sportivo tra tifosi viola e quelli bianco-neri):

Mi dispiace che una squadra come la Juve che considero una delle migliori in Europa sia costretta a sporcarsi le mani con traffici mafiosi. […] La Juve ha vinto la metà dei suoi scudetti con la benevolenza e i pasticci arbitrali.

Se non si sogna, si muore ragazzi. Si deve sognare. Io ho ancora quello di vedere la Juve in B. La Juventus è stata la regina di un certo modo di fare calcio, lo sapevamo tutti. E anche se sono anti Juve a vita, devo riconoscere che in qualche modo questa squadra ha contribuito allo spettacolo calcistico.

C’è chi in queste ore teme la rivalutazione post mortem di un regista ritenuto vuoto, inutilmente estetizzante e tedioso; altri ne ricorderanno soltanto le prove migliori, altri solo i disastri. Per qualcun altro ancora si è trattato semplicemente di un bravo mestierante al servizio di un cinema già vecchio in partenza, al contrario di chi invece ne tesserà le lodi in coccodrilli agiografici e rassicuranti. È probabile che a fasi alterne Zeffirelli sia stato un po’ tutto questo. Certamente la capacità di dividere gli appassionati dovrà essergli riconosciuta, e forse potendo leggere certi commenti al veleno, oggi, lui continuerebbe ad alimentare il proprio personalissimo risentimento per un’Italia che lo ha sempre snobbato, a differenza del resto di altri palcoscenici. Zeffirelli non starà certo entrando nella sfera dei cineasti più influenti e apprezzati della nostra storia, ma quella della degli artisti italiani più controversi forse gli spetterà di diritto, e chissà che lui stesso non la preferisca alla prima.