Sgombriamo subito il campo dall’equivoco principale: Dogman NON parla della vicenda del cosiddetto canaro della Magliana. Il tremendo omicidio che nella Roma degli anni ’80 sconvolse l’opinione pubblica – e sul quale sia l’assassino che la stampa ricamarono molto – risuona senz’altro nel film di Garrone: il cattivo grosso e prepotente, la droga, il canaro, il corpo dato alle fiamme; ma per tutto il resto, la cronaca sembra più d’intralcio che d’ispirazione.

Pietro De Negri uccide Giancarlo Ricci: è il caso noto come del "canaro della Magliana", in virtù del mestiere di De Negri, che per la sua efferatezza sconvolge Roma e l'Italia nel 1988

Pietro De Negri uccide Giancarlo Ricci: è il caso noto come del “canaro della Magliana”, in virtù del mestiere di De Negri, che per la sua efferatezza sconvolge Roma e l’Italia nel 1988

Cominciamo così dal problema principale. Le pellicole, come prodotto commerciale, vengono di fatto vendute in prevendita; al netto della possibilità di leggere opinioni e recensioni comunque sempre soggettive, quando si fruisce il film il biglietto è stato ormai pagato. Di conseguenza, considerato come le uscite cinematografiche siano ormai molto numerose, diviene sempre più importante non solo la realizzazione dal punto di vista cinematografico e artistico, ma anche come il prodotto in questione viene confezionato e venduto in prevendita. E non nascondiamocelo: questa pellicola è stata intesa proprio come il film sul caso del canaro della Magliana e le (timide) precisazioni sul fatto che si trattasse non di una cronaca, ma di un ispirato a, sembravano atte a giustificare licenze poetiche e narrative, tipo quelle di Sorrentino in Loro.

Certamente non ci si doveva aspettare un Romanzo criminale o un Suburra, ma tanti, come chi scrive, potevano essere curiosi di vedere Garrone interpretare con la sua regia carnale e densa, mai morbosa, la violenza del De Negri. Come andrà a finire, ci si domandava, se a trattare di un efferato omicidio è colui che nel suo “Il racconto dei racconti” rendeva crude persino le favole per bambini? Dopo averlo visto, possiamo ritenere questo Dogman come il seguito ideale di quell’antologica fiabesca, della quale conserva parte dell’atmosfera. Ma la curiosità quanto al caso della Magliana è senz’altro delusa. Peccato; perché c’è forse solo questa distanza tra le aspettative pubblicitarie e la realizzazione pratica a rovinare un film che per il resto è davvero molto interessante.

Il film è girato nel famigerato Villaggio Coppola, clamoroso caso di abuso edilizio vicino a Castel Volturno che si è meritato anche un articolo del New York Times come compendio dei mali del sud italia

Il film è girato nel famigerato Villaggio Coppola, clamoroso caso di abuso edilizio vicino a Castel Volturno che si è meritato anche un articolo del New York Times come compendio dei mali del sud italia

Cominciamo dunque a parlare di quello che c’è in questo film. Anzitutto, un’ambientazione estrema e affascinante. Siamo in una periferia terminale, la carcassa quasi post-apocalittica di una città che più che affacciata sembra dimenticata sul mare, un mozzicone di sigaretta affondato nella sabbia. La scena si svolge tra pochi palazzi fatiscenti disposti come un vero e proprio palco, patinato di degrado puro, universale e senza tempo. In questo suggestivo allestimento si dipana la vicenda di Marcello alias Dogman, dei suoi amici e vicini di negozio (il ristoratore, il compro-oro, la sala slot) e infine del prepotente Simoncino, mastodontico ex pugile, cocainomane, delinquente, che vessa gli inermi compaesani e li esaspera fino a rendere Marcello un assassino.

Un po' western, un po' post-apocalittica, l'atmosfera di Dogman oscilla costantemente tra l'affetto e l'inquietudine

Un po’ western, un po’ post-apocalittica, l’atmosfera di Dogman oscilla costantemente tra l’affetto e l’inquietudine

La simpatia per quest’ultimo, da molti inteso come dolce, o tenero, è comprensibile e decisamente voluta. Uomo semplicissimo, amorevolmente devoto alla giovane figlia, gentile con gli animali e con gli amici, le sue incursioni nella criminalità – autista durante un furto in appartamento, piccolo spacciatore – lo rappresentano come una vittima molto più che come un colpevole. Potremmo spenderci in analisi sociologiche già sentite su come l’ambiente plasmi le persone e immaginare che Garrone volesse raccontarci come in certi contesti la criminalità non sia neppure una scelta: ma ci inganneremmo.

Un eccellente Edoardo Pesce interpreta Simoncino, l'amico/nemico di Marcello

Un eccellente Edoardo Pesce interpreta Simoncino, l’amico/nemico di Marcello

Garrone infatti non fa un film sociologico e nemmeno un thriller criminale, ma un racconto ritagliato su misura su Marcello Fonte, l’attore che interpreta Marcello. Tutta la narrazione si regge sulla sua faccia, sulla sua fisicità, sul suo aspetto imprevisto e fragile. Nervoso, timidamente criminale, Marcello/Dogman è debole e per questo solo. Il carcere lo indurisce, rendendolo in apparenza più coraggioso, in verità solo maggiormente disperato e debole e quindi solo. Diviene così ancor più il bersaglio ideale di quel Simoncino, amico e carnefice, mirabilmente interpretato da Edoardo Pesce, che tiene a lui quanto un tossico al suo pusher.

Da questo punto di vista potremmo anche spingerci a immaginare Marcello/Dogman come la versione horror dei piccoli nerd alla Spielberg/Stephen King tornati oggi tanto di moda, piccoli soldati che non amano la guerra ma che devono difendersi da soli, abbandonati dagli adulti (la polizia) e dagli amici (i vicini) contro i cattivi (Simoncino). Solo che Marcello/Dogman non ha nessuno. Non c’è altruismo nelle sue intenzioni, non c’è riscatto nella sua rivolta che culmina in un’alba silenziosa su di un paese fantasma. Gli amici lo abbandonano, così fanno la ex moglie e, per ultima, la figlia. Restano solo i cani, che lo guardano inermi chiusi dentro le loro gabbie, simbolo di un affetto che per paura non si sa trasformare in solidarietà o aiuto.

Marcello Fonte riceve il premio come migliore attore a Cannes. Accanto a lui sul palco il noto esperto dantesco Roberto Benigni

Marcello Fonte riceve il premio come migliore attore a Cannes. Accanto a lui sul palco il noto esperto dantesco Roberto Benigni

Marcello/Dogman è un perdente incredibile e autentico, ma non convincerà per questo: piacerà perché è stato reso innocuo. Questo è l’appunto finale che possiamo muovere a Garrone: per permetterci un’empatia giusta, ma ipocrita, ha disinnescato il personaggio centrale, che avrebbe potuto e dovuto essere più vero e crudele. Se avesse dato il volto attonito di Marcello Fonte ad un assassino l’avrebbe reso insopportabile. Invece di un film scomodo, ha scelto un film catartico, nel quale possiamo dire poverino al protagonista; e l’azione non finisce nel parco giochi abbandonato, bensì sul palco della premiazione a Cannes, dove addetti ai lavori, belli di mestiere, miliardari e chiacchierai quando hanno davanti il loro esatto opposto, quel minuto Marcello Fonte al quale non darebbero neanche i loro cani da lavare, applaudono, perché la sua piccolezza li fa sentire grandi, il suo sacrificio li fa sentire salvi.