Della scuola, al cinema, si rappresenta di sovente la rappresentazione, il velo. Si avvolge un pacco per novanta minuti, si torna e si ritorna col filo dei pensieri sulla stessa carta colorata, ma nella scatola non si sa cosa ci sia. Forse, è lecito pensarlo, dentro l’involucro non c’è nulla e la superficie è l’unica verità; forse la superficie non è il riflesso della profondità e il sostrato non c’è. Sta di fatto che nella esperienza limitata di chi scrive, i film di solito non riescono a raccontarci pienamente cosa si celi sotto il manto dell’educazione, sotto il laico – laicissimo oggi – rito dell’insegnare. Ma, chissà, questo forse è impossibile giacché, come si diceva, l’apparire, magari, non è altro dall’esserci. Tuttavia, si potrebbe provare a grattugiare l’arcobaleno delle narrazioni ideali e ipotizzare che un noumeno ci sia – autoinganni, fuochi fatui, nulla e tutto, la loro tensione, il loro scontro, l’abisso che li divide e li fonde nell’Insensato.

Il film che s’intende recensire ha il merito inconsueto di provare a sollevare il meraviglioso velo che ci fa camminare sicuri nella cecità; ha il merito di scombussolare la bussola e di lasciare un salutare amaro in bocca – il merito di provare a scartavetrare l’epifania della rassicurante ideologia moderna e della pervasiva attuale assiologia per gettarci, senza chiedercelo, nella essenziale tragicità dell’accadere. Che poi siffatto merito non vada oltre se stesso e il regista non tenti di indicare una ricostruzione al di là del processo di decomposizione delle certezze, è forse un limite. Ma la fenomenologica osservazione della umana miseria e lo smascheramento dei propositi universali che spesso occultano la troppo umana volontà di sintetizzare per dominare, in un mondo come il nostro, è già un’impresa degna di lode.

Detachment, Il distacco, è un film del 2011 diretto da Tony Kaye – il regista di American History X. Il protagonista Henry Barthes, interpretato dall’intenso Adrien Brody, è un supplente chiamato a insegnare presso una scuola statunitense in cui, quasi per un incantesimo oscuro, sembrano essere concentrati gli alunni più difficili del globo. Sin qui nulla di speciale; anzi, ci si potrebbe aspettare la solita pellicola che sfocia nei topoi della più sentimentalistica e insulsa retorica o, al massimo, un film che riporti con uno stile documentaristico e realistico il rapporto tra professori e ragazzi. Invero, anche in questo caso, a tratti si precipita nei classici luoghi comuni del politicamente corretto (riferimenti al nazismo un po’ forzati e alcuni sermoni un po’ scontati), ma, in fondo, si tratta di contingenti falle in un cammino ben lastricato e orientato a sorpassare i soliti autorassicuranti e redditizi cliché.

Henry è un esperto della s-comparsa semplicemente perché è un supplente, cioè è uno che raccoglie i raminghi pezzi di umanità sparpagliati nelle classi e che, quando sta per ricostruire il vaso – magari di Pandora – fatalmente è destinato ad avventurarsi di nuovo nell’oceano irrazionale della vita. Chi resta a terra – e ci restano sempre tutti tranne lui – dovrà costruire un’altra fortezza ad argine dei mostri, un altro vaso condannato anch’esso a frantumarsi in mille pezzi liberando ancora spettri e ombre. Nel film emergono gradualmente le vertigini dalle quali affiora ogni volere, soprattutto quello dei disperati professori della scuola, sicuramente quello del protagonista che sente su di sé la pesante responsabilità di essere, nonostante tutto, una guida del senso critico, un apritore di occhi, una – improbabile – ancora di salvezza.

Attraverso la loro storia il regista ha modo di contestare il sistema scolastico americano, dominato da interessi economici estrinseci, da logiche mercantili e privatistiche. Nel lungometraggio si alternano una serie di sibilline prolessi e di lisergici flashback che ci fanno intuire il tormentato passato di Henry nonché il fatalismo all’interno del quale egli muove i suoi passi soltanto in apparenza sicuri. Colpisce infatti l’autoimposto senso di distacco in virtù del quale Henry affronta in primo luogo i propri terribili marasmi interiori e, solo dopo, quelli degli altri – degli alunni e dei colleghi. E verrebbe quasi da pensare a un pathos della distanza di origine nietzscheana se non fosse che in questo caso il distacco, oltretutto mai perfetto, appaia piuttosto come una difesa, una tattica di retroguardia di fronte all’autodistruttiva tentazione della compassione e della empatia.

L’unico pathos – vagamente apollineo – sembra quello della siderale riaffermazione del sé di fronte al mondo, una riaffermazione formale, quasi estetica – compatibile con la fisicità quasi ieratica dell’attore – conscia della insensatezza irriducibile di cose e uomini. Tuttavia, quantunque Nietzsche c’entri sempre, in questo caso è più proprio il rimando alla tradizione esistenzialista e, sotto questa lente, il lavoro dell’insegnante risulta una tragica professione di naufragi: il docente-Sisifo fonda i significati e il retroterra dei valori spingendo verso l’alto il macigno delle buone intenzioni, ma poi si ritrova sempre all’inizio del periglioso percorso – e, contrariamente al finale del saggio di Camus, appare davvero arduo immaginarlo comunque felice. Volutamente il regista rende a tratti complesso il ritrovamento della fabula occultandola dietro un intreccio dell’io che mal sopporta il prima e il dopo. In verità, pian piano, il distacco non è sufficiente e la vita, che non sopporta costrizioni, riemerge al di là del bene e del male. Certo, il protagonista, benché disilluso, cerca di operare per una concezione del bene edificata sulla base della ricerca dell’autenticità. E in effetti riesce a comunicare ai suoi alunni il senso di libertà che passa attraverso la fuga dall’illusione materialistica, dalla deiezione consumistica, dal totalitario marketing e dalla società dello spettacolo; si tratta di un doloroso risveglio che prelude a una uscita dalla caverna altrettanto dolorosa – si sa che quando si è abituati al buio la luce è un dolore e che spesso è più confortevole preferire le ombre alle idee.

D’altronde, paradossalmente, Henry arriva talvolta a infondere il senso di una vita autentica proprio tramite la forza del distacco poiché la violenza verbale degli alunni lo lascia in apparenza indifferente e loro si sentono disarmati – ma anche scossi nel profondo: se l’ostentazione della violenza non mi determina rispetto agli occhi dei grandi, io come faccio a esserci? Ancora più radicalmente: io esisto? D’altra parte – è questo il caso della giovanissima prostituta Erica – il distacco lentamente si fonde nei liquidi ardenti della interiorità e dell’affetto. Malgrado ciò, un fatto tragico accaduto a un’alunna che fraintende le gentili attenzioni del docente riconferma lo spirito pessimistico del film. L’alunna di nome Meredith incarna non solo la fragile sensibilità di una ragazza obesa oppressa dal giudizio altrui e dalle aspettative borghesi della famiglia, ma anche l’eroica tragicità di un’esistenza estetica che non riesce a venire a patti con la realtà esterna, con l’ottusa superficialità delle persone e della società – in questo caso è evidente, forse troppo, un déjà-vu: L’Attimo fuggente.

Intorno al protagonista ruotano una serie di maschere della disperazione che ben incarnano il dramma della solitudine moderna e si ha il sentore di assistere a uno spettacolo in cui i personaggi si sforzano furiosamente di incarnare un ruolo che li possa far galleggiare in una burrasca impossibile da governare e in cui è arduo assumere una rotta precisa. Vediamo così un professore che si sente invisibile, un altro – interpretato dal geniale James Caan – che affronta la vita con una dissacrante, ma poetica, ironia; vediamo la preside che si sdraia nevrotica sul pavimento della rassegnazione, una professoressa che inveisce contro un’alunna perché emotivamente distrutta dalla sconfortante sciatteria interiore della stessa e una docente potenzialmente viva che si fa ingannare dalle apparenze e da un’ideologica forma di moralismo rischiando di sacrificare l’unico valore veramente reale in tutto questo show di arazzi e menzogne: il nascente amore per Henry.

L’irrazionale organizzato attraverso le maschere diventa la metafora della società e dalla scuola trasborda al quotidiano che non disinnesca l’alienazione: Henry che nella notte viaggia negli autobus alla ricerca di sé, Henry che va a trovare il nonno in una clinica, Henry che lo ama nonostante le oniriche ombre che alludono al male passato, Henry che cerca di non amare troppo Erica, Henry che la affida ai servizi sociali per salvarla – o per salvarsi dalla tentazione? Malgrado quest’ultimo atto di distacco sia l’unico che dà veramente i suoi frutti (l’abbraccio finale tra Henry ed Erica che rinsalda l’autenticità di un affetto puro), la frase finale del film – Edgar Allan Poe – e la scuola deserta come travolta da un vortice, suggellano l’irrimediabile poesia della pellicola: la malinconia tronfia d’angoscia e l’intima desolazione che preludono alla disintegrazione del vero e dell’io; la nigredo necessaria che forse solo domani – o mai – condurrà pochi di noi, qualche sparuto alunno, pochi altri ed Henry alla bianca alba di un senso che non sia, nel profondo e infinitamente, nient’altro che il consueto, incommensurabile dolore:

Durante un giorno triste, buio e senza i suoni dell’autunno di quell’anno, un giorno nel quale le nuvole basse opprimevano i cieli, attraversai solitario, in sella a un cavallo, un tratto di campagna sorprendentemente desolato. Trascorsi un po’ di tempo, mentre si addensavano le ombre della sera, mi ritrovai davanti alla malinconica casa degli Usher. Non saprei dire come accadde, ma non appena volsi lo sguardo a quella casa, un insopportabile senso di abbattimento invase il mio spirito. Contemplai la scena che mi si parava davanti, le squallide mura, i pallidi tronchi degli alberi decaduti, una totale depressione dell’animo, fu come un gelo, un naufragio, una nausea del cuore.