In questo Blade Runner 2049 c’è il giusto rispetto per il film del 1982. Sceneggiatura e collegamento tra primo e secondo capitolo, ambientato trent’anni dopo il primo, non sono forzati. Buone le prove attoriali, specie quelle femminili. Una prece soltanto per Harrison Ford: fermati, gli anni ’80 sono finiti. Punti forti del film sono ritmo e messa in scena. Le quasi tre ore del film scorrono conducendoci alla scoperta di quello che potremmo definire l’universo espanso di Blade Runner. L’ampiezza è la discontinuità più forte rispetto al capitolo precedente, un film girato tutto in interni – lo erano di fatto anche le claustrofobiche scene in esterni, tra le affollatissime strade della Los Angeles del 2019 – mentre nel 2049 lo sguardo è aperto su un mondo nuovo attorno alla megalopoli. Bello, interessante, ma qui cominciano i problemi.

In Blade Runner 2049 ci viene mostrato il mondo del futuro anche fuori da Los Angeles

In Blade Runner 2049 ci viene mostrato il mondo del futuro, anche fuori da Los Angeles

Per cominciare, si perde il fascino noir del 2019, soprattutto quello della versione final cut fortemente voluta da Ridley Scott, con i suoi colori ulteriormente freddi e dalla narrazione ancora più secca rispetto alla versione cinematografica originale. Questa può essere una scelta stilistica voluta da Villeneuve, desideroso di riaggiornare l’immaginario cyberpunk.

La discontinuità si estende alla narrazione. Nel primo Blade Runner le circostanze storiche del 2019 – le megacorporazioni, le colonie extramondo, i problemi con i replicanti – fungono da fondale ad una narrazione che è mossa dai rapporti individuali tra l’investigatore Deckard, la femme fatale Rachel, il geniale Tyrell e i replicanti in fuga. Nel 2049, invece, le vicende individuali al centro della trama servono solo come occasioni per mostrare e raccontare il mondo nel quale sono ambientate, mettendo al centro la creazione di un universo cinematografico e la presentazione di macro-avvenimenti che portano – ahinoi! – con sé il terribile sentore di un imminente franchise targato Blade Runner. La vicenda centrale di questo mondo espanso sarà probabilmente la Fuga dei replicanti dall’Egitto. Nel 2049 i replicanti sono più numerosi che mai e sebbene resi più docili dal nuovo genio-tiranno Wallace, interpretato da Jared Leto, alcuni di loro stanno organizzando una rivolta su larga scala. L’allargamento oltre che nello sguardo allora è anche sulla direttrice individuo-comunità.

Il set del primo Blade Runner era un misto tra il cyberpunk e il classico noir hollywoodiano

Il set del primo Blade Runner era un misto tra il cyberpunk e il classico noir hollywoodiano

I replicanti del 2019 hanno moventi individuali: amore, amicizia, sopravvivenza. I replicanti del 2049 si pongono questioni ontologiche e politiche. Sono una vera e propria classe, o razza, che inizia ad acquisire coscienza di sé. Al centro dei loro desideri qualcosa di semplice, ma triste: sognano di essere trattati come gli umani. Insomma, i replicanti sono diventati gli X-Men. Hanno dei superpoteri, ma vorrebbero essere simili ai loro imperfetti creatori. Nel 2019 l’intento del genio Tyrell era chiaro ed esplicito: più umano dell’umano, era il motto della Tyrell Corporation. Superare l’uomo. I replicanti del 2049 invece hanno una mentalità assolutamente servile. La loro massima ambizione? Morire per una giusta causa.

Non esiste un Magneto né un Malcolm X dei replicanti che spieghi loro come gli umani siano in tutto inferiori a loro, deboli, impuri; che quella dei replicanti può essere la nuova carne. Siamo ampiamente in anticipo rispetto alle conclusioni del robot protagonista dell’altro grande franchise di Ridley Scott, Alien, ovvero quel robot David/Fassbender per il quale in Prometheus e Alien: Covenant è chiarissimo quanto gli umani siano superati. Una suggestione non da poco, dato che Alien potrebbe benissimo essere ambientato nello stesso universo di Blade Runner, un centinaio d’anni dopo il primo episodio.

Ryan Gosling interpreta K, un replicante che lavora per la polizia di Los Angeles

Ryan Gosling interpreta K, un replicante che lavora per la polizia di Los Angeles

Gli androidi vanno in paradiso?

Al cospetto di David/Fassbender, quindi, il detective replicante K/Gosling mette un po’ di tristezza. Non ha coscienza di sé, perché non ha passato. L’indagine di K/Gosling sarà soprattutto dentro la propria memoria. Un ricordo è qualcosa che abbiamo o è qualcosa che abbiamo perduto? Che differenza c’è tra un ricordo e un sogno? Ci chiedevamo già nel Blade Runner ambientato nel 2019. L’enigma dell’identità, quella umana come pure dei replicanti, si gioca attorno alla capacità di credere ai nostri ricordi. La realtà, in un mondo nel quale è sempre più convincente simulare la verità, diviene una scelta e questa scelta diviene ciò che siamo, fino al limite invalicabile della morte/ritiro. Cosa c’è dopo la morte per i replicanti? Tutti sembrano piuttosto sicuri che non ci sia un paradiso dei replicanti. Il dio della biomeccanica non l’ha ancora approntato. Ma l’impossibilità di avere un passato costringe i replicanti a una proiezione verso questo limite futuro: se non abbiamo un paradiso ce lo costruiremo, dando un senso al nostro morire. Un’ambizione che finalmente li accomuna agli umani.

I replicanti sono fantasmi costretti dentro a un guscio scintillante nel quale l’uomo si specchia solo per ritrovarsi diverso. La compagna virtuale di K/Gosling, Joi, è un fantasma senza guscio capace di provare vero amore, o è solo una simulazione? La questione, più che sull’intelligenza artificiale, è di nuovo sulla percezione della realtà. Quando una copia identica cessa di essere una copia? La risposta è: quando si rivolta. K/Gosling e i suoi simili però sono ancora solo schiavi e per loro c’è libertà solo nella morte.

Il quartiere generale della Wallace corp., la megacorporazione che produce i replicanti nel 2049, ricorda l'architettura egizia

Il quartiere generale della Wallace corp., la megacorporazione che produce i replicanti nel 2049, ricorda l’architettura egizia

La fuga dei replicanti dall’Egitto

La schiavitù è l’occasione per un esplicito sottotesto biblico. Schiavi come gli ebrei in Egitto, sottomessi a un creatore, Wallace/Leto, che vive in un tempio egizio, i replicanti attendono il loro liberatore. Un messia generato, non creato, della stessa sostanza del padre. Come agirà questo messia? Dando coscienza e identità. La libertà non più solo nella morte, ma anche nella vita.

In una pellicola fin troppo piena di spunti, spesso superficiali, è forse questa l’intuizione più potente del 2049: il salvatore come colui che è in grado di donarci un futuro riconsegnandoci un passato, creando una memoria individuale e collettiva. Rende i sogni reali, ma al contempo sa distinguerli dalla realtà: nel mondo delle simulazioni, il messia è colui che sa riconoscere la verità. Il salvatore è allora un verificatore che può rispondere alla stessa domanda del 2019: cosa sono i nostri sogni? Memorie o invenzioni? Gli androidi sognano pecore elettriche, i replicanti sognano pecore clonate? Ciò che vediamo nei sogni è nostro o c’è qualcuno che ce lo invia? Questo quesito non risiede solo nell’ovvio riferimento al titolo del romanzo di Dick cui la pellicola ambientata nel 2019 era ispirata. Vero e proprio motivo ricorrente in tutto il Blade Runner di Villeneuve è Fuoco pallido di Nabokov. Lo vediamo, libro virtuale, in mano a Joi, la fidanzata fantasma di K/Gosling. Lo vediamo, libro cartaceo, in casa sua. Tratti da Fuoco pallido sono anche i versi che fungono da formula di controllo, attraverso i quali dopo ogni missione la polizia verifica che K/Gosling non soffra di stress postraumatico:

Cells interlinked within cells interlinked

within one stem. And dreadfully distinct

Against the dark, a tall white fountain played.

Fuoco pallido è un’opera estremamente originale e complessa; non la lettura di un replicante qualsiasi, insomma. Parla della vita, dell’amore per la moglie e di una figlia perduta. Costantemente interrogandosi sull’aldilà, durante un’esperienza di quasi-morte il protagonista vede un’alta fontana bianca. Quando qualche tempo dopo legge di una donna che, morta per qualche minuto, ha visto la stessa fontana bianca, capisce che è la prova di una vita ultraterrena. Il sogno è un segno, simbolo e prova di un’esistenza oltre a quella materiale.

Tra gli oggetti di scena di Blade Runner 2049 anche un'edizione di Pale fire (Fuoco pallido) di Nabokov, che compare nell'appartamento di K (Ryan Gosling)

Tra gli oggetti di scena di Blade Runner 2049 anche un’edizione di Pale fire (Fuoco pallido) di Nabokov, che compare nell’appartamento di K (Ryan Gosling)

Ma Fuoco pallido parla anche di vedere solo quel che si vuole vedere, ignorando la realtà. Il sogno è anche (auto)inganno, quella libertà di mentirsi che i replicanti cercano; credere a una bella bugia, piuttosto che accettare la verità, ovvero l’essere degli schiavi. Nuovamente la percezione del reale contro la (in)capacità di una sua verificazione. In una parola: la speranza. I replicanti sperano di essere simili ai propri creatori, perché vogliono sentirsi speciali o perché, senza di loro, si sentono inutili; un rapporto forse simile, cerca di dirci Villeneuve, a quello che intercorre tra Blade Runner 2049 e il suo illustre predecessore. Entrambi, infine, meritano di essere solo sé stessi e vedere questa speranza per quel che è. Vale a dire, come diceva Monicelli:

La speranza è una trappola, è una cosa infame inventata da chi comanda.