Nelle scorse settimane sono stati resi pubblici i dati riguardo l’affluenza nelle sale italiane dell’anno appena concluso. Notizia che per lo più potrebbe essere catalogata come banale statistica di mercato o sugli andamenti di costume. I dati, lo chiariamo subito per chi non lo sapesse, sono molto negativi. Specialmente per due indici: il calo generale di spettatori rispetto all’anno precedente e un calo ancora più evidente che riguarda gli incassi dei film italiani. Vi sono poi altre cifre che raccontano più in dettaglio diverse sfaccettature del fenomeno. Alla notizia è seguita un’ondata di commenti di addetti al settore, molti di stampo negativo e con previsioni perfino catastrofiche, altri invece rassicuranti, quasi a dire che il problema è più costruito che reale. Insomma, i due soliti fronti si sono immediatamente portati allo scoperto e hanno compattato le fila. Da una parte i profeti di sventura, lamentosi o caustici, dall’altro il partito di quelli che anche se vedono che la primavera tarda a venire, alla fine sono certi che i prati si coloreranno come ogni anno. Tuttavia, noi non vogliamo punto gettarci in questa mischia che produrrà solo molta polvere, quanto prendere l’occasione e il coraggio di parlare di qualcosa che si nasconde dietro quelle cifre, gettando lo sguardo un po’ più in là.

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L’Italia conta, storicamente, una delle cinematografie più importanti e consolidate. Il cinema è perciò da sempre una dimensione verso la quale gli italiani hanno un senso di vicinanza, confidenza e anche, osiamo dire, di sottile orgoglio. Le sale erano e sono ancora abbastanza diffuse su tutto il territorio. Eppure si rimarrà sorpresi, crediamo, nello scoprire che ad esempio la densità di schermi è nettamente maggiore nei paesi scandinavi, nella repubblica Ceca, in Francia e in Irlanda. Quest’ultima addirittura ha la media più elevata di tutta l’Europa. Sul fronte degli incassi, sempre in Francia sono più del doppio che da noi. E sono parecchio davanti all’Italia, anche Regno Unito, Russia e Germania. Ma perché andiamo al cinema? Che cosa rappresenta il cinema nella sua essenza e a chi si rivolge? E chi invece non va affatto al cinema o ci va molto di rado? Quali i motivi che lo trattengono fra le consuete mura domestiche? Motivi che probabilmente sfuggono alla sua consapevolezza.

Nel nostro paese, il numero di film, specialmente italiani, che restano largamente al di sotto del loro costo di realizzazione, è altissimo. Gli incassi degni di nota vengono spartiti fra pochissimi titoli e questo è un dato che oltre a creare dubbi sulla fattibilità produttiva di molte opere, dice molto sul pubblico, ma anche sul come l’arte cinematografica viene intesa e promossa. Segnala una crisi che non è risolvibile con semplici interventi politici ed economici, perché è una crisi integrale dell’uomo. Il cinema è nato come capacità di fissare, registrare e conservare il Tempo, provvidenzialmente aggiungiamo. L’uomo moderno – ed era tale già un secolo fa – ha bisogno di recuperare memoria, di riappropriarsi della vita che insegue spesso senza averne più gli strumenti. La ritrova su uno schermo luminoso all’interno di una sala buia. Non ne è consapevole, ma questo poco importa. La dimensione sottile muove la realtà sia che ne siamo coscienti o meno. Ogni forma d’arte è mediata, è raffigurazione del mondo attraverso i canoni e i mezzi che le sono propri ed è mediata attraverso gli occhi – si sperano puri e sinceri – dell’artista. Il cinema, tuttavia, combinando immagini, parole, musica mette in scena la vita in sé, la vita interiore, il dispiegarsi temporale dell’anima: almeno questo è ciò che ne rappresenta a nostro avviso l’essenza, anche se il più delle volte non appare così. Il cinema è la condensazione dei sogni.

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Nei cinema andiamo alla ricerca di storie, così almeno asseriamo, ed è in effetti questo che ci viene propinato, ormai. Solo storie: narrazioni per immagini sonore. Un interessante articolo apparso su queste pagine si soffermava proprio su questo limite. Ma l’anima di questa umanità, maltrattata da una vita che è sempre più artefatta e disgregante, cerca disperatamente uno specchio dove fissare lo sguardo. Questo specchio, oggi è una tela bianca che prende vita appena le luci si spengono. Il cinema, ne siamo convinti, è molto più nobile di quanto ne pensino tanto chi lo fa, che chi ne usufruisce. Bisognerebbe innanzitutto cominciare con l’ammettere che non camminiamo più su di un terreno comune. Quel poco, di princìpi e forme che ancora reggeva la società alla metà del secolo scorso, si è dissolto lungo questi ultimi decenni.

La crosta si è spezzata in tante isole. Inutile insistere ingenuamente nel voler credere di abitare sullo stesso brandello di terra. La sintesi non la si raggiunge a strappi o con la forza. Bisogna passare per l’esilio e la diaspora per un giorno, riunirsi e riabbracciarsi. Una nicchia, un piccolo resto. Questo basta per iniziare il viaggio. Dove una Nazione non ha più da insegnare ed elevare i suoi abitanti, perché vera nazione non è più, allora solo recuperando il potere educativo si può ancora ottenere qualcosa, prima che inevitabilmente questa società delle macchine abbia fine. Da un lato educare coloro che l’arte la creano e la sovvenzionano, dall’altra quelli che ne devono godere e che dovrebbero ansimare al pensiero che senza vera arte la vita è un terribile esilio davanti al precipizio finale.

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Il mondo culturale in Italia, lo sappiamo, ha un solo colore: il progressismo che si declina di volta in volta nelle ideologie da spingere. Progressismo che trova il suo apice nell’ambiente radical-chic. Gli “autori” nascono e crescono su questo terreno infetto che per sua intrinseca natura si rivolge in avanti al non ben definito “mito del futuro”, quanto al chiuso e ripiegato ego di un uomo sempre più piccolo. Le esili storie e la spesso opprimente forma che insegue la natura umana, senza mai provare ad innalzarsi alla sopra-natura, parlano solo agli esponenti di questo “circolo di eletti”. L’arte e la cultura nel nostro Paese chiamano i propri fedeli, degli altri poco importa, massa indistinta che non merita di avvicinarsi a certe opere. Se “convertire” questi autori al Bello come manifestazione armoniosa dello Spirito, è senz’altro ingenuo, si può e si deve agire per riprendere spazi nei centri di formazione artistica, ma ancor prima là dove l’arte cinematografica si produce e sostiene. Ma è sull’opposto versante che si è in dovere di intervenire con maggiore urgenza. Questi tempi tragici vedono già i primi bagliori sulle vette. Bisogna affrettarsi. Quest’era malata di sentimentalismo, era lunare per eccellenza, dove il Sole si è nascosto dietro nubi di acciaio, cerca conforto nelle storie semplici, nei buoni sentimenti che ci illudono che questa vita si possa ancora salvare. Una carezza, una risata e la notte sarà meno dura.

A questa massa, che invece deve farsi nuovamente popolo, l’arte resta muta e non parliamo solo della misera arte moderna. I semplici non sono più tali, ma sporcati da mille storture e falsi bisogni, non sanno più vedere, ammirare, contemplare. Non vanno al cinema come non ascoltano buona musica, si accontentano di questo surrogato di vita. Un po’ di sentimentalismo, magari anche religioso, una pacata serie televisiva per tutta la famiglia e tutto sembra di nuovo normale. La modernità li ha resi infermi e quindi schiavi. Là dove una struttura gerarchica secondo la sacra triplice ripartizione in Sacerdotium, Regnum et Ars assolveva anche al compito di tenere unito un popolo, con al vertice la Religione (re-ligo) e assicurare un armonioso sviluppo a tutte le arti e i mestieri, nella presente babele democratico-radical-liberale sono i piccoli gruppi, eversivi per definizione, restaurativi per essenza, a doversi far carico di tale scopo. Non conta il numero o la forza, misure quantitative che restano sempre dalla parte delle forze infere, quanto l’intelletto sano e l’amorevole disponibilità al sacrificio, ogni qual volta dovesse venir richiesto. Come novelli cavalieri, che soccorrono le vedove, gli orfani e i malati, così dovremmo restituire dignità agli individui che non hanno più nemmeno il volto di persone. L’inutile affolla le nostre vite, non solamente con gli oggetti, ma soprattutto attraverso informazioni, abitudini e visioni; l’inutile che non ci fa più toccare la vita.

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L’arte deve tornare ad essere tanto più aristocratica quanto popolare. Forse che davanti ad un affresco di Michelangelo non freme l’intimo dello studioso come quello del semplice? O fremeva, un tempo, sarebbe meglio dire! E quand’anche si trattasse di laceranti spasmi e tormenti, come quelli di un povero pastore errante dell’Asia che interroga così la Luna: “ove tende questo vagar mio breve, il tuo corso immortale?”, è sempre l’anima che spalanca le braccia e il canto. Né alla mente, né al basso ventre, ma all’anima deve parlare l’arte. Il cinema non può fare eccezione. Non promuoviamo una banale educazione all’immagine, ennesima elucubrazione del moderno sapere, ma un’educazione integrale, per la crescita dell’Uomo integrale.

Siamo tutti poeti, anche se solo alcuni hanno avuto il celeste dono di poter comporre versi mirabili e penetranti, siamo tutti aperti allo sguardo che intuisce le forme nascoste dietro i contorni del visibile. “Passa la figura di questo mondo”, già ora, se solo sappiamo guardare. Siamo tutti anime, anche se lo abbiamo dimenticato. Con i piedi già sull’orlo del burrone non possiamo far altro che alzare lo sguardo in alto. È il cielo che infatti ricapitola tutta la terra da oriente ad occidente. E se questa trema e si sconvolge, il vero cinema, arte ultima e preziosa, ci aiuta a specchiarci nelle acque della nostra interiorità, a vibrare all’unisono con le tremule onde che danzano al passare del Tempo, nostro misterioso guardiano di questa vita mortale.