Far uscire il film su Leopardi d’ottobre è una trovata inconsapevole (o comunque necessitata) ma non per questo meno felice. Il motivo è che il periodo stesso ci introduce in quella dimensione tipicamente leopardiana del non presente, in quello spazio di tempo in cui si è altrove, alibi in latino. Sono alibi le nostalgie come sono alibi i timori, nell’accezione meno viziata e meno recriminata di “altrove”. Gli alibi sono i luoghi nei quali non spira il vento del presente e per questo sono i veri luoghi della scrittura. Ottobre è l’equivalente stagionale di questi luoghi di sospensione, a ottobre o si è assorti nella nostalgia della passata estate o assopiti nell’attesa di un inverno gelido. La categoria degli euforici presso gli Oktoberfest “non rientra nell’orizzonte delle finalità di questo testo”, come, con una certa alterigia, sentenziano le antologie sulle quali tutti noi abbiamo incontrato Leopardi. Ne “La guerra di Piero” di De André, per fare un esempio, il soldato morituro pensava: “Ninetta mia crepare di maggio / ci vuole tanto troppo coraggio / Ninetta bella dritto all’inferno / avrei preferito andarci in inverno”, il motivo è lo stesso, essere già disposti, o più esattamente acclimatati, ci rende al cinema degli spettatori migliori, in guerra allieta, forse, il trapasso.

Usiamo il titolo, “il Giovane Favoloso” appunto, per scivolare nell’opera perché è una buona cartina per orientarsi a dispetto della sua apparente prosaicità. Il titolo è volutamente doppio, gioca sulla doppiezza dello stesso Leopardi che è giovane nel senso di realmente esistito e favoloso nel senso letterale di fiabesco, egli è al tempo stesso sogno e principio di realtà e per questo può essere raccontato in due modi: come giovane, ovvero come pura vitalità (non conta se sublimata) ma può essere descritto anche come il protagonista di una delle più accorate favole degli ultimi cinquant’anni della scuola italiana e questo versante è forse quello prevalente nella rappresentazione. Le due visioni possono convivere, e lo fanno anche nell’opera. E’ superficiale osservare che una ha maggior diritti di verità sull’altra, forse sarebbe anche errato. Sono due prospettive parallele. Cerchiamo di far chiarezza. Per capire il senso di giovane, dobbiamo cercare di pulire il termine da una dura ruggine. E’ difficile vedere la lucentezza di certe parole dopo che sono state per anni sotto la pioggia ossidante dei media o peggio, quella degli slogan. Un buon modo di pulirle è trovare delle citazioni forti come questa di Picasso: “Per diventare giovani, veramente giovani, ci vuole molto tempo”. Questo ci fa capire che la giovinezza non è affatto un’acquisizione passiva, “non è un errore da cui inevitabilmente ci si corregge” come disse qualcuno, ma è piuttosto uno status che bisogna guadagnarsi, talvolta senza successo. Nel caso di Leopardi invece è un puro talento. Picasso, con tutta evidenza, fa riferimento alla giovinezza come purezza. Leopardi è un puro, è puro il suo modo di guardare il mondo, è puro il suo profilo che nel film, non me ne voglia Elio Germano perché è un merito, ricorda Rino Gaetano al Costanzo Show, altro puro. Leopardi però ha qualcosa di più: l’assoluta rarità consiste nel fatto che la sua purezza è associata ad una consapevolezza quasi onnisciente. Per questo la sua è una purezza eroica, è come illudersi in nome della bellezza delle illusioni e non come conseguenza di una ingenuità.

L’altro Leopardi invece, il favoloso per capirci, è qualcuno di molto più definito, somiglia più ad una macchietta (senza derive caricaturali nel film), ma non è meno utile per capire il ruolo che Leopardi ha avuto per generazioni e generazioni di studenti. E’ il Leopardi che vive nelle metafore scontate degli ex liceali ma è anche il Leopardi di Silvia , per intenderci, Quello de Il Sabato del Villaggio, quello delle poesie che qualche generazione prima della nostra ancora sapeva ripetere a memoria con una mestizia del tutto calibrata, collaudata con ore e ore di esercizi. E’ un Leopardi con il quale tutti possiamo immedesimarci, anche coloro che hanno fatto vent’anni di nuoto e che hanno spalle da gorilla e che magari sono tristi perché li ha lasciati una spogliarellista. Questo è un Leopardi da intendere come succulento companatico di tristezze passeggere, ma non per questo meno autentiche. Da questa figura, la vulgata ha tratto tutta una narrazione del “soffro ergo sum” che contiene anche delle verità, ma che è prevalentemente favolistica laddove la favola è qualcosa di ormai assolutamente consolidato, granitico, che agisce nella psicologia collettiva e quindi si guadagna con gli anni la sua fetta di verità. Il film è tutte e due le cose, come è giusto che sia e come il titolo sigilla, ma prevale l’aspetto del favoloso, prevale il Leopardi che le persone, bene o male, già conoscono. Insomma, è un film d’ottobre ma non è una rivoluzione d’ottobre e forse non bisognava neanche aspettarsela.

Entrando nel merito: è un film giusto, coerente, a tratti anche commovente. Non dovremmo farci problemi a dire che è anche un’opera facile perché questo non ne attenua di certo i meriti. E’ facile come film perché basta usare Leopardi, neanche un Leopardi particolarmente sommerso, per sortire dei risultati enormi. Il film è grazioso perché Leopardi è delizioso (sembrerebbe una disequazione ma nelle rappresentazioni è quasi sempre un’equazione molto ambita, benché arrotondata) perché basta far leggere al protagonista una delle poesie al di fuori di un’aula scolastica affinché tutto si rimetta nella posizione che merita, perché ogni verso si scrolli di dosso quell’onta di didatticismo per tornare libero. Il film è esattamente questo: aprire le polverose finestre del liceo perché le parole del Giovane di Recanati tornino nei luoghi più adatti loro, a cominciare dai tramonti, fino al Vesuvio con La Ginestra, come fossero tanti piccoli cardellini liberati dalle gabbie. E’ una forma di tenero ambientalismo per farla breve.

A scanso di equivoci, quando diciamo che è un’operazione culturale facile, pensiamo a facile come può essere un’opera di Jackson Pollock, cioè ad un facile apparente. Come giustamente osserva Roberto Cotroneo nel suo ultimo libro “Il sogno di scrivere”, la differenza tra un bambino che spruzza colore con una bomboletta su una tela e poi la spalma con le mani, e Pollock è tutta nella consapevolezza. Nella consapevolezza c’è il merito di questo film ma anche buona parte dei suoi limiti.