È il 1964, da poco più di tre anni un’orda di cineasti esordienti sta rimpastando l’amalgama dei grandi schermi italiani; circa 136 opere prime vengono messe sui rulli, sono numeri senza precedenti nel mercato europeo. Ma attenzione a farne un quadro idealizzato: molti di questi non andranno oltre l’opera prima, altri si fermeranno alla seconda e i più fortunati alla terza. In questo magma che fa pressione per ricevere definitivamente il testimone del cinema nazionale non vi sono però solo fuochi di paglia, gente passata per caso o per sfizio dalla macchina da presa, perché a sfogliare la lista degli autori esordienti si sgranano gli occhi dalla quantità di Maestri che ci si trovano (di quelli veri, non autoproclamati o ad honorem per sopraggiunto ebetismo senile o morte). Chi voglia arrivare subito al nocciolo si metta tranquillo, ché un elenco di tal fatta merita una degna ostensione: Luciano Salce, Umberto Lenzi, Pier Paolo Pasolini, Elio Petri, Mario Bava, Bernardo Bertolucci, i fratelli Taviani, Sergio Sollima, Lina Wertmuller, Tinto Brass, Ermanno Olmi.

Ermanno Olmi e Angiola Gambarini

Ermanno Olmi e Angiola Gambarini

L’ultimo ma non ultimo è un trentenne bergamasco con una manciata di documentari di fabbrica sulle spalle, un forte retroterra cattolico e il mondo del duro lavoro toccato con mano. Olmi, nel clima di rinnovamento del quadriennio ’60 -’64, di film memorabili ne realizza ben tre, perle di un cinema sociale poi risucchiato dall’agrodolce e già lanciata commedia all’italiana; opere audiovisive che se unite a una certa produzione letteraria coeva restituiscono nei dettagli l’Italia che andava dimenticando il mulo e si accingeva a patire con letizia il ronzio delle Lambrette.

Olmi è infatti in buona compagnia nel fotografare il miracolo italiano nelle sue contraddizioni, rimanendo ora sopra le parti e ora coinvolto direttamente nello spaesamento proprio tanto di chi non comprende il fenomeno quanto di coloro che al contrario lo hanno capito anche troppo presto, rifiutandolo in prima istanza. Viene allora alla mente il Bianciardi che proprio in quegli anni raggiunge Milano con intenti bombaroli e un romanzo in stampa (La vita agra, 1964) per poi essere fagocitato dalla nuova massa di secche segretarie ticchettanti, e ancora il Pagliarani dell’alienante La ragazza Carla, anche questo poi adattato sul grande schermo. Sono dunque anni in cui opera audiovisiva e testo letterario si mescolano per originare una sorta di brevissimo movimento artistico non organizzato, che qui si vorrà far convergere definitivamente nelle prime tre pellicole del cineasta del popolo. Anziché allora procedere schematicamente con un’analisi completa dei tre film, pare più d’effetto considerare certi flash di tale involontaria trilogia – ma non troppo, si vedano a tal proposito le locandine de Il posto e I fidanzati, pressoché identiche – al fine di rendere ancor più omogenee le tre opere del bergamasco e i due esempi letterari citati.

Il tempo si è fermato, prima delle tre pellicole che Olmi realizza tra 60 e 64

Il tempo si è fermato, prima delle tre pellicole che Olmi realizza tra 60 e 64

La prima fatica è segnata dalla delicatezza anti-narrativa de Il tempo si è fermato (1960), lungometraggio inizialmente pensato come documentario per la fabbrica in cui lavora la madre, per la quale Ermanno si occupa di realizzare dei corti aziendali che ne documentino la produzione. Nella lineare esposizione degli episodi quotidiani di due guardiani in una diga lombarda si intravedono già le idee tematiche de Il posto e I fidanzati (1961 e 1963): il turbamento della prima generazione che entra in un mondo del lavoro divenuto mercato del lavoro, le difficoltà che questo implica nell’instaurare rapporti interpersonali stabili, l’abbandono delle case coloniche e dei campi, l’età del consumo che si avvia verso un modello di vita obbligatorio – ma che per il momento è inquadrabile come mero stupore tecnologico – e infine un certo piacere per l’amara ironia prettamente popolare; elementi inseriti in una cornice stilistica e produttiva di forte ispirazione neorealista. Il posto (1961) lo impone invece agli occhi di un pubblico più vasto, è il naturale passo successivo all’opera prima, almeno in termini di contenuti, e vede un ragazzino di provincia fare la spola tra il casolare di campagna e Milano, in cui svolge alcuni esami e colloqui di lavoro nella speranza di ottenere il sacro posto fisso, come da titolo. I fidanzati (1963) infine costituisce una sorta di film bipartito con Il posto – di cui potrebbe essere l’ideale secondo tempo in una pellicola multistream o a episodi – indagando le dinamiche affettive di una coppia separata da un’importante offerta di lavoro che implica il trasferimento in Sicilia.

TRASPORTO e LAVORO:

Milano, è noto e lo si è detto, è la capitale del boom, è la città che sale di nuovo, per parafrasare Boccioni, ed è dunque il futuro in cui schegge rapidissime attraversano le strade labirintiche della metropoli. Sono le Vespe, i tram e le auto, i rapidi mezzi di trasporto con cui misurare il divario tecnologico tra città e campagna; ma Milano è anche, come da didascalia di apertura de Il posto, il luogo del nuovo lavoro:

 Per la gente che vive nelle cittadine e nei paesi della Lombardia, intorno alla grande città, Milano significa soprattutto il posto fisso. 

Domenico è il ragazzino protagonista, è il Renzo Tramaglino che dal casolare si incammina verso la novità con stupore e timidezza. Le strade sterrate di periferia si fanno più moderne con l’avvicinarsi della città, così come i carretti trainati dall’asino lasciano spazio al tram zeppo di uomini in pastrano beige. Olmi pedina il proprio ragazzo rimediando circa quindici anni dopo parte del linguaggio che aveva caratterizzato il Neorealismo: Il posto è una giustapposizione di minimi eventi che descrivono lo stordimento di chi non ha mai messo piede nella Milano che produce, e mentre il bianco e nero dichiara in modo esplicito una volontaria adesione al filone del passato, l’utilizzo di attori non professionisti e l’ostentazione del dialetto lo rendono con ancor più evidenza erede diretto della tradizione cinematografica italiana. La regia indaga allora con dettagli impercettibili lo straniamento di Domenico alle prese con le sgomitate messe in conto a qualsiasi caffè, con il rapido pranzo in latteria e con la complessa decodificazione degli orari dei treni, che poi puntualmente non riuscirà a prendere. Se, come si è scritto, romanzo e pellicola si influenzano simultaneamente, ecco che lo spaesamento del giovane ragazzo in latteria e in fila al bar diventa ironica constatazione nel più disilluso Bianciardi:

Se non dicevi subito che cosa, dopo l’ ‘e poi’ il commesso passava subito a un altro cliente, quello che ti stava fiatando ansioso nel collo, e a te toccava rifare tutta la coda daccapo. Così imparammo a entrare in negozio con le idee precise su cosa prendere.

Oltre che il posto fisso, Milano rappresenta per i cittadini dei paesi limitrofi uno stupore continuo per la tecnologia, le vetrine, i palazzi. Nella pausa dell'esame Domenico visita la città accompagnato da una candidata che conosce il posto

Oltre che il posto fisso, Milano rappresenta per i cittadini dei paesi limitrofi uno stupore continuo per la tecnologia, le vetrine, i palazzi. Nella pausa dell’esame Domenico visita la città accompagnato da una candidata che conosce il posto.

Ancor più indulgente sul mezzo di trasporto come segno di rivoluzione economica è I fidanzati, le cui scelte registiche fanno pensare ad un simbolico feticismo per la ruota, che possa testimoniare il breve periodo di esatto equilibrio tra automobile e carro. L’operaio milanese costretto al trasferimento in Sicilia assiste, durante gli spostamenti in autobus aziendale, alla convivenza di natura e cultura del movimento su strada, osservando con occhi forse malinconici l’agricoltore sorpassato con sfacciataggine dall’autista: c’è da stare in mezzo ai campi con quell’animale, non in mezzo a una strada, avrà a dire con tracotanza. La definitiva vittoria del moderno potrà poi suggestionare i più attenti alla sintassi scelta da Olmi, che nella scena del sorpasso citato utilizza un modernissimo e rapido montaggio parallelo, in cui il protagonista rammenta gli ultimi momenti passati con la fidanzata alternandoli con le vedute del paesaggio del sud Italia. Viene dunque meno una certa continuità tipica del montaggio classico in favore di una soluzione evoluta che viaggi nella stessa direzione della modernità mostrata nei contenuti. A un tale sguardo non possono poi sfuggire quei copertoni ammassati in mezzo alle lande siciliane, e ancora nei pressi delle saline, quasi a indicare una convivenza destinata all’avanzamento del nuovo, qui deturpatore di località di lavoro secolari. Non a caso anche queste scene saranno segnate da un utilizzo particolare del montaggio, che per mezzo della voce off (chi parla viene temporaneamente non inquadrato) forma un mosaico audiovisivo tutt’altro che in linea con la tradizione.

Sembra poi che l’occhio di Olmi sia particolarmente attratto anche dai nuovi mezzi da lavoro e dagli strumenti di cui sono dotati, ovvero la gru, il camion, perfino le scintille della saldatrice riprese per qualche secondo con camera fissa, e poi il muro sonoro prodotto dagli indefinibili rumori del cantiere da contrapporre al lavoro dei campi, che il regista si diverte a popolare di un’umanità altra, una razza differente dalla schiera di operai scesa da Milano. I contadini vengono infatti mostrati distesi di fianco alle bestie, i denti marci ma aperti in un sorriso, mentre il protagonista va al cantiere come alla guerra, con tute rinforzate, maschere e scarpe antinfortunistiche. Sono abituati a un’altra vita, non hanno una mentalità industriale. Quando piove per loro si ferma tutto, sospira un operaio. Ancora Bianciardi ci viene in soccorso carico di disillusione, descrivendo l’esasperata vocazione al lavoro tutta milanese, che addirittura porta gli operai a scavare buche per poi riempirle senza motivo, pur di mostrare che tutto è in movimento, che qualcosa si produce:

intanto sono arrivati gli operai coi picconi e scavano la fossa […] aperta la buca se ne vanno. Il giorno dopo altri operai provvedono a rimettere la terra scavata, che risulta sempre troppa e fa montarozzo […] gli scavatori intanto si sono spostati un poco più in là, e scavano una fossa nuova che sarà riempita puntualmente il giorno dopo. Nessuno ha mai saputo perché facciano queste fosse.

È dunque anche la nuovissima velocità di spostamento, di organizzazione e di esecuzione del lavoro a caratterizzare plasticamente, più di ogni altro segno, il salto da uno stile di vita all’altro, che Olmi sonda in una posizione di metà strada, cioè perfettamente in bilico tra vecchio e nuovo mondo.

MERCATO DEL LAVORO e RELAZIONI INTERPERSONALI:

  • – È sposato lei?
    – No
    – Ah meglio così, meno complicazioni, sa, con i trasferimenti…
    – Una volta che a un povero disgraziato come me capita un’occasione lei (la fidanzata) si mette subito a lagnare. Se non ci vado io sono pronti altri dieci.

 

La coppia presa in un'elegante inquadratura. La fidanzata non accetta la scelta del ragazzo.

La coppia presa in un’elegante inquadratura. La fidanzata non accetta la scelta del ragazzo.

La coppia de I fidanzati passa l’ultima serata insieme in una sala da ballo, forse un dopo lavoro, in cui il protagonista giustifica con le parole sopra riportate la propria scelta ad un anziano conosciuto da pochi minuti, poi direttamente alla ragazza che subito si mette a lagnare. È il mercato del lavoro, né più né meno, e lui non sarà né il primo né l’ultimo a doversi trasferire, a mettere in discussione la propria relazione e a rimandare un matrimonio quasi fatto. Ecco che Olmi ha la possibilità di sperimentare anche a livello tecnico, con il montaggio già citato, le reazioni della coppia separata dalla trasferta lavorativa: lui tentato più volte dalle giovani del posto, lei chiusa in casa e rifugiata nel mutismo di chi è sotto shock.

Se l’assenza di dialogo nella coppia unita si risolve solo con il periodo di lontananza, il ritorno dalla Sicilia e infine la promessa di matrimonio (i brevi cenni al tema dell’incomunicabilità vengono qui forse anticipati da Olmi ma non approfonditi, lasciati poi alla fortuna di Antonioni), è centrale la volontà di sfruttare narrativamente una delle conseguenze delle prime delocalizzazioni, e dunque dei suoi risvolti interpersonali. Sempre ne I fidanzati è funzionale a questa idea tematica quella piccola porzione di pellicola riservata alle lamentele dell’oste, costretto ad orari stakanovisti per mantenere la moglie e il figlio gravemente malato. La famiglia diviene allora esclusivamente il gruppo di lavoro, e così come Domenico ne Il posto legava i primi rapporti di amicizia stabile nelle festicciole organizzate dai colleghi, allo stesso modo l’oste vive la trattoria come una casa e i clienti come i familiari. E ancora, in modo analogo, in Il tempo si è fermato un rustico padre di famiglia abbandona moglie e figli per i mesi di lavoro alla diga, in cui ha contatti solo con il giovane protagonista. In questo caso anche un tale uomo arcigno e restio alla conversazione si addolcisce grazie alla convivenza di lavoro forzata.

Il dopolavoro è l'allargamento dello spazio lavorativo nella sfera privata. Si organizzano feste, rinfreschi e balli, rinsaldando i rapporti tra dipendenti.

Il dopolavoro è l’allargamento dello spazio lavorativo nella sfera privata. Si organizzano feste, rinfreschi e balli, rinsaldando i rapporti tra dipendenti.

Non certo in tutti i casi è però possibile che la coabitazione obbligata dal lavoro crei nuovi e floridi rapporti. Nel poemetto neoavanguardista di Pagliarani – già introdotto come possibile fratello letterario delle opere di Olmi – la protagonista Carla vive con la mamma, la sorella e il cognato, tutti inseriti nel contesto della Milano della metà degli anni ’50, non ancora quindi la città dei dané ma già in pieno fermento:

A Carla suo cognato non le piace

dalla sera del dolce: fidanzato era stato a casa loro

a pranzo, e in fondo, quando c’era il dolce

e tre piatti da dolce e quattro bocche

toccò a Carla pigliarsi la sua parte in cucina, nel fondo del tegame

Il cognato è un peso, lavora saltuariamente perché si è portato i reumatismi dalla Germania, non si muove e non si scrolla e va troppo spesso al cinema, mentre Carla frequenta una scuola serale per segretarie. Chi non può lavorare è dunque una zavorra per il resto del nucleo familiare, ma una volta trovato un impiego la protagonista viene risucchiata dal mondo delle macchine da scrivere, del linguaggio anglofono che caratterizza il parlare aziendale, si tocca il viso per avere conferma di esistere, mentre si barcamena tra i pensieri dell’affitto da pagare e quel padrone a cui gli vanno bene i soldi e un impiegato mai, perché la fine del mese i soldi l’impiegato pochi o tanti li porta via.

La considerazione da fare pare dunque girare intorno al ruolo giocato dal lavoro sulle relazioni, e gli autori tirati in ballo sembrano volerci dire che non è il mercato del lavoro, in altre parole, a definire il segno delle relazioni interpersonali del periodo, ma certamente è lui a selezionare quali debbano essere, sempre quindi limitate alla cerchia dei colleghi, dei coinquilini, dei passeggeri del tram.

SGUARDO DISTACCATO, AMARA IRONIA:

È infine piuttosto evidente che alcuni personaggi di contorno dei film citati siano inseriti da Olmi come veicoli del proprio pensiero, una sorta di coro teatrale da tragedia che esprima con occhio distaccato una critica dall’alto. Si tratta di caratteri a cui vengono concesse piccole apparizioni e poche battute, spesso fanno da guida al protagonista e dunque paiono essere quasi onniscienti, esattamente come l’autore. Ecco che il ruolo viene ricoperto da un collega di lavoro con più esperienza, da un anziano che passeggia per strada, da un superiore attento a formare le nuove leve aziendali.

Ciò che differenzia i suddetti occhi esterni da un classico intervento diretto dell’autore è però la forte ironia in cui vengono imbevute le brevi battute. Ne risulta un piccolo campionario di motti della tradizione regionale, detti popolari e considerazioni che, proprio in virtù dell’estraneità alla narrazione principale, restituiscono uno sguardo interpretativo e non succube dei temi trattati nella pellicola: oggi tengon tutti la cartella sotto al braccio che paiono ingegneri, riflette ad esempio un operaio ne I fidanzati, dichiarando implicitamente una non appartenenza al resto del gruppo, incapace ancora di esprimere le proprie perplessità sul fenomeno che vive.

Domenico subisce passivamente il ritmo della città. Sorpreso dalle meraviglie milanesi non riesce né ad accettare né a rifiutare ciò che gli viene imposto.

Domenico subisce passivamente il ritmo della città. Sorpreso dalle meraviglie milanesi non riesce né ad accettare né a rifiutare ciò che gli viene imposto.

Quando Domenico si avvia con gli altri esaminati verso l’ufficio in cui si svolge una delle prove, un anziano che passeggia con il cane osserva stranito la scena. Mai aveva visto tanti ragazzi in fila per essere visitati, valutati e forse assunti. Chiede delucidazioni:

– Che roba l’è?

– Esami

– Esami per che cosa?

– Eh, per andare a lavurà

– Per andare a lavurà? Mah, questa l’è bella.

Non verrà più inquadrato quel vecchio signore, ha assolto alla sua funzione di osservatore esterno, ha ribadito l’idea tematica della pellicola e può dunque allontanarsi con il proprio cane. È lui, con solo tre interventi, a evidenziare il rapido cambiamento di un mondo che evidentemente non riesce più a comprendere. La risposta drammatica a questo simpatico siparietto la si nota pochi secondi dopo. I ragazzini concludono il test, hanno tutti terminato senza troppi patimenti, soltanto un candidato ha lasciato il test in bianco. Si tratta dell’unico uomo maturo, costretto a misurarsi con una generazione formata per saper far di conto, per superare quel tipo di compito. Da quarantenne impreparato ad una selezione dell’impiegato basata su test scolastici ne resta escluso, incapace di competere con la nuova massa di ragionieri giovani e maggiormente istruiti.

Ma è sul finale che si incontra l’osservatore esterno più vicino alla voce dell’autore, voce critica e non schiava del nuovo stile di vita. Quando infatti Domenico viene assunto come assistente del fattorino ne riceve i consigli, e mentre il campanello e il telefono suonano, questo lascia qualche insegnamento/riflessione al giovane protagonista:

 Qui c’è una brutta abitudine: l’urgenza. Hanno tutti premura. Se hanno tutti premura, invece di stare tutto il giorno a sedere, che vadano fuori a prender dell’aria fresca, che ci fa bene alla salute (…) A questo mondo è bene fidarsi di tutti meno di quelli che hanno due buchi al naso.

Il fattorino descrive a modo suo quella stessa premura che manda ai matti il protagonista del già citato La vita agra:

il metodo del successo (nelle professioni terziarie) consiste il larga misura nel sollevamento della polvere. È come certe ali al gioco del calcio, in serie C, che ai margini del campo, vicino alla bandierina, dribblano se medesime sei,sette volte […] il gol non viene, ma intanto l’ala ha svolto, come suol dirsi, una gran mole di lavoro. Così bisogna fare nelle aziende di tipo terziario e quartario, che oltre tutto non hanno nessun gol da segnare […]

Domenico e il fattorino che gli fa da guida in azienda, criticando aspramente il “Milanese way of life”

Domenico e il fattorino che gli fa da guida in azienda, criticando aspramente il “Milanese way of life”

ERMANNO OLMI, OGGI:

Dopo i fenomenali esordi descritti, Olmi si imporrà anche presso un pubblico più ampio e vincerà la Palma d’oro nel ’78 con il mastodontico L’albero degli zoccoli, mentre oggi i suoi lavori si concentrano intorno alla ricostruzione storica, pedagogica e – ma è solo una suggestione di chi scrive, che consiglia a tal proposito la visione de Il mestiere delle armi – ideologica di eventi e personaggi del passato italiano. Ha di recente realizzato un documentario sul cardinale Martini, e tuttora spaventato dal traffico metropolitano spende buona parte del proprio tempo nei boschi vicini alla sua abitazione. Se accusato di sostenere la controversa decrescita felice, o l’ingenua mistificazione del passato, risponde che la sua non è affatto nostalgia idealizzata, ma una semplice previsione di un ritorno all’antico che risulterà necessario:

Questa civiltà finanziaria, con la sua esplosione di falsa ricchezza, la sua speculazione bugiarda, ha creato una povertà generalizzata. Il consumismo è l’ultima ideologia, ed è arrivata al capolinea.

Evidentemente trattasi di un pensiero comune ai talenti del mondo delle arti più lungimiranti ed attenti a un certo modello di vita, in questo senso non può allora non saltare alla mente una delle ultime penne affilate della canzone (e della poesia) italiana:

Terzo millennio iniziato

scomparsi agricoltura e allevamento

una modernità già vecchia e malandata

tutto torna foresta, tutto torna selva

(Giovanni Lindo Ferretti)

Ermanno Olmi oggi

Ermanno Olmi oggi