Non esistono anime senza corpo né dèi disincarnati, così come non esiste materia, né energia, né un mondo spazio-temporale senza dimensioni divine e coscienti. Un essere puramente immateriale è un’astrazione, così come uno esclusivamente materiale. Così scrive Raimon Panikkar nel primo volume de La nuova innocenza. Ma noi davvero cosa sperimentiamo e desideriamo? Alcune volte il desiderio si oppone alla realtà con cui abitualmente entriamo in contatto, effetto di una profonda quanto naturale aspirazione alla pienezza, nostalgia dell’Origine; altre volte è invece solo illusione di un totalmente altro, una distrazione. Desideriamo qualcosa che possa allietarci, accompagnandoci lontano da spigoli e banalità del quotidiano. La fantasia però se non si fa alta resta sempre confinata nel mondo psichico. Il realismo da un lato e una certa interpretazione del fantastico dall’altro sono così due opposti che però si bilanciano.

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L’uomo accoglie nello sguardo ciò che già gli appartiene, davanti agli occhi, o nello spazio della sua immaginazione. Una naturale difesa, che però, nemica della mutazione interiore, può condurre alla morte. Il mondo crudo e diretto che calpesta ogni giorno, o quello di universi fantastici, dove regnano la magia ed eroi dai poteri speciali; la vividezza del quotidiano, frenetico e sboccato o l’evasione nell’immaginario. Ma questa evasione dura per poco e si è subito precipitati di nuovo nella selva di acciaio e cemento della società. Un’ora d’aria, per chi sa, nel fondo, di vivere come un carcerato. Non si tenta una vera fuga, i rischi sono troppo grandi. Piuttosto un’illusione che ci renda solo meno amara la realtà. Oggi il cinema sembra più che mai delineare questo binomio, quasi una necessità, un dettato urgente; sia per gli autori da un lato che per il pubblico. Ma nel mezzo, fra questi punti lontani, qualcosa resta fuori. Le due opposte direzioni sono forse accomunate da un aspetto interiore che ci sfugge?

Volete assaporare lo spirito del mondo e capire che aria tira? Entrate in una sala cinematografica! Il cinema non mente, non può farlo. Non porta sulle spalle il retaggio di secoli di tradizione, è giovane e anche se tributa onori e riconoscenze alle arti sorelle, si permette di librarsi sfrontato verso il futuro. Figlio della modernità, delle spinte progressiste e ribelli da un lato, eppur stretto dalla morsa del capitale, esso si realizza come un piccolo e compatto universo di ciò che è lo spirito del tempo. Impermeabile a qualunque spinta che provi a dirigere la barca verso altre sponde. Ci racconta ciò che siamo oggi e ciò che vogliono che diventiamo un domani. Lavora, lotta se necessario, coltiva l’impegno col sudore, poi divertiti, dai libero sfogo ai tuoi desideri, infine riposa. Non è forse questo l’orizzonte che conosciamo tutti? L’orizzonte che la società ha delimitato per noi? Ogni individualità può essere solo variazione a questo tema.

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Non è difficile notare come in questi ultimi anni, la programmazione nelle sale sia composta in buona parte da film di genere cosiddetto “fantastico” in tutte le sue declinazioni e da opere dal carattere fortemente realistico, spesso con intenti sociali o addirittura politici. A lato, restano le commedie e davvero poco altro. Il pubblico sembra premiare questa scelta, forse anche per pigrizia, ma in realtà perché in fondo, anche se non coscientemente, crediamo assecondi questa direzione; vi si trova bene, è la sua casa sicura. Da un lato l’uomo moderno ha in effetti bisogno di eroi e il cinema glieli restituisce nella forma più innocua: immersi in un mondo fantastico o talmente lontano dalla nostra quotidianità da esimerci dall’essere chiamati in causa in prima persona, dove l’estetica della forzatura emotiva, dell’effetto speciale, acuisce il senso di distanza dal profondo vissuto interiore. La sospensione della realtà termina già nei titoli di coda. Dall’altro, scruta e ricostruisce la quotidianità con uno sguardo che a volte sfiora il documentaristico. Si abbassa sulle miserie e le contraddizioni che ci abitano e ci contornano senza però mai indicarci una via d’uscita, un’elevazione. Per quello basta lo svago dei film d’azione o fantastici. Le masse non devono cercare altrove.

Ma sarebbe questo ancora un quadro raffazzonato e povero se non chiamassimo in causa anche le rassegne e i premi internazionali. Perché la sorpresa, se di sorpresa possiamo parlare, è che anche in queste sedi, la corrente non muta né direzione, né intensità. La forma dell’acqua del regista messicano Guillermo del Toro è senza dubbio un esempio da rimarcare. Prima vincitore del Leone d’oro alla Mostra del Cinema di Venezia e poi trionfatore alla notte degli Oscar. La “fiaba” ambientata nell’America degli anni ’50, contiene tutti i dettami e i cliché del politicamente corretto, ma all’interno di una cornice fantastica. Questa senz’altro la sua originalità che ne ha decretato un così vasto successo sia di critica che di pubblico. Sull’altro versante, la diffidenza, semmai, viene ancora da una parte di pubblico, dato che invece sono proprio i critici e le giurie ad apprezzare i film con una decisa impronta realistica. Il tempo sembra però condurre verso un’omogeneità fra le parti sempre più accentuata.

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Le selezioni dei festival sono sempre più ricche di opere che fanno perno sul realismo estetico e di contenuti e i riconoscimenti non mancano. Il “nostro” Gianfranco Rosi, con i documentari Sacro Gra e poi con Fuocoammare ha persino vinto i Festival di Venezia e di Berlino assottigliando sempre di più la linea di confine tra il cinema di finzione e il cinema di verità. Opere che, tra l’altro, hanno avuto un buon apprezzamento anche nelle sale. Venendo poi a questi ultimi giorni, osserviamo che alla premiazione dei David di Donatello, il principale riconoscimento del cinema italiano, non mancavano titoli di questa fattura a partire da A Ciambra, opera tra l’altro scelta per rappresentare l’Italia alla corsa per l’Oscar, e vincitore in quest’occasione del premio per la miglior regia.

Infine, uno sguardo all’universo dei cortometraggi, quasi sconosciuto se non agli appassionati, o agli addetti al settore. Sempre ai David ha ricevuto il riconoscimento come miglior corto italiano Bismillah, storia di una famiglia tunisina di rifugiati irregolari. Non entriamo nel merito di questioni meramente politiche o sulla fattura dell’opera, che peraltro non abbiamo ancora visto. Ma se guardiamo ai titoli premiati nella stessa categoria negli anni passati, notiamo come l’estetica del realismo sembra essere una carta vincente. Ovviamente il discorso sui cortometraggi va ben al di là dei confini del David, esso riguarda il circuito internazionale che conta migliaia di festival di ogni grandezza e importanza. E poiché la forma cinematografica breve è da un lato la palestra per i nuovi autori, ma anche la fucina delle tendenze del prossimo futuro, il panorama non fa che convalidare quello fin qui esposto. Occorre anche aggiungere che i fondi elargiti per realizzare queste opere – è bene qui sottolineare che, almeno nel nostro paese, essi si reggono quasi esclusivamente sui contributi pubblici – privilegiano con decisione una scelta stilistica e di contenuti decisamente realista.

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L’uso della macchina a mano che corre frenetica, o sosta sospirante su di un primo piano, i dialoghi e le caratterizzazioni dei personaggi di sincero verismo, in alcuni casi perfino con l’uso del dialetto, il sonoro aperto, che sembra accogliere la presenza stessa dell’ambiente come un invisibile personaggio. Se l’arte fosse semplice rielaborazione del “fenomenico” o, dall’altro, slancio dell’immaginazione che si libera dai lacci delle leggi naturali per creare il fantastico e l’irreale, ma senza alcun fondamento simbolico, potremmo ancora definirla tale? Se sappiamo solo immergerci con violenza e passione viscerale nella scorza della nostra quotidianità, o se evadiamo in mondi immaginari dove è l’“effetto” a sostituire la genuinità del simbolo e dell’incisività poetica, dove l’intrattenimento esclude il viaggio interiore a cui invece conduce la lettura profonda delle fiabe classiche e dei Miti, è per il distacco dalla nostra parte più intima, da quel cuore nascosto dove le ombre attendono di essere scoperte dalla luce. Entrambe queste forme ci schiacciano con il loro immanentismo. Sia la “spontaneità” dell’autore che genera universi fantastici che quella del soggetto filmato in una cornice di iper-realismo ci sottolineano che né l’opera dell’artista, né la realtà, hanno bisogno di essere redente.

Creare è, invece, un atto di amore, una forza che nasce nell’interstizio fra il non-Essere e l’Essere, uno slancio che si libera solo vincendo la paura della morte. Ogni creazione è un salto nello sconosciuto, un salire una scala a cui ad ogni gradino fa eco una piccola morte ed una conseguente resurrezione. Il guscio duro e ruvido della realtà va aperto, perché la forma che i nostri sensi accolgono è solo apparenza, passaggio transitorio. Il caos orizzontale si ordina ad un Vertice superiore.

Nella sua vocazione originaria l’Uomo è concreatore dell’universo di cui oggi, in situazione d’esilio da se stesso, ignora l’infinito potenziale. Egli ignora il reale nascosto sotto la crosta apparente e apparentemente inerte del reale immediato. Non dubita che il campo di battaglia in cui è chiamato a esibire la conquista di se stesso è anche quello in cui si dispiegherà tutta la tavolozza del reale, un universo folle che l’artista presagisce, di cui il mistico fa l’esperienza, che ogni essere può penetrare se rischia l’eros, se il suo canto di guerra è l’amore!

Quali parole più semplici e meravigliose di queste, espresse da Annick de Souzenelle nel suo splendido testo intitolato L’arco e la freccia.

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Così pare che tanto gli artisti che il pubblico abbiano smarrito il coraggio della “mutazione interiore” che è sinonimo di vita; la divina metànoia che solo ci conduce al Giardino dei Viventi. Se il reale non si lascia penetrare dalla forza maestosa della Poesia, che tutto trasfigura, che tutto avvolge di un Amore più che umano, se il fantastico non è il regno dei simboli vivi e vivificanti, delle virtù che trasformano, e dell’ascolto nel silenzio operoso, allora al medico non resta che fare una sola diagnosi: quella del triste decesso. Possiamo ancora confidare nel Genio che ci scuota da questo torpore? O forse siamo noi che nemmeno lo desideriamo, anzi lo respingiamo, con lo sguardo severo e piegato sull’asfalto putrido? Forse, ma sappiamo che non è la morte ad avere l’ultima parola e dove le tenebre si addensano fino quasi ad unire gli orizzonti, la luce può irrompere improvvisa. Sta ad ognuno di noi averne il desiderio.