Ci sono termini e locuzioni sequestrati, squalificati in quanto vittime di un uso tanto reiterato o tanto personale da essere stati spinti ai margini della lingua. Chi dica o senta dire l’espressione stai sereno, per esempio, subito tenderà a ricondurre quella formula lessicale a un certo contesto, a un certo personaggio e dunque a certi valori che quel contesto richiama. Discorso simile, nel medesimo ambito, per il più anziano mi consenta, vittima allo stesso modo di un rapimento dal quale non si è più ripreso. Uno degli ultimi ingressi nel purgatorio linguistico è quello del termine complotto, spesso aggiornato nella sua versione caricaturale a scimmiottare la foga e la cadenza di chi ne ha in parte e involontariamente cambiato la storia. 

Il caso evocato è però particolare, perché se da un lato chi lo pronuncia è inevitabilmente portato a pensarlo e a dirlo nella sua storpiatura, dandogli quindi già in partenza un significato inquinato, dall’altra il termine subisce un ulteriore sequestro, quello cioè di chi, in cerca di bufale e false macchinazioni, tenta di danneggiare qualsiasi discorso lo abbia chiamato in causa. Per mezzo di questo duplice movimento, Complotto diviene un termine jolly con cui screditare l’interlocutore, tanto che chi veramente voglia far riferimento a trame nascoste di ogni sorta e in ogni ambito, si vede spesso costretto a girare intorno alla questione senza mai convocarlo direttamente, pena la perdita di validità di tutto il discorso e l’ironia dell’avversario, che ne richiamerà immediatamente la versione caricaturale.

Teoria del complotto e cinema si mescolano in una delle più note forme di scetticismo estremo, ossia l’ipotesi del falso allunaggio girato da Kubrick

Ci è stato preso, rubato a tempo indeterminato: il complotto può esistere solo nella sua storpiatura, nella sua versione parodiata e denigratoria. Si faccia caso a una tendenza cinematografica – giacché da sempre i film si fanno carico di rispecchiare la realtà che li produce – che ne possa mettere in evidenza il nuovo trattamento che gli viene riservato, soprattutto in confronto a una filmografia di circa dieci/venti anni fa: tra la fine degli anni ’90 e i primi anni ’10 si sono infatti moltiplicate le pellicole capaci di mettere in discussione la realtà così come ci veniva presentata, ammiccando spesso a trame oscure e cospirazioni di varia natura. Era, in altre parole, un complotto continuamente tematizzato, reso talvolta per metafora e poi fatto film o serie tv. Tendenza, questa, che oggi sembra invece essere piuttosto in crisi; vuoi per la naturale morte che ogni filone cinematografico subisce ciclicamente, vuoi perché il discorso del complotto sembra essere stato bandito dal sentire comune.

Si dirà che la finzione cinematografica non abbia nulla a che spartire con la retorica del complotto nel mondo reale, e che vedere nei film una corrispondenza con il mondo che li ha prodotti possa essere fuorviante. Mai pensiero più sbagliato: chi non voglia tediarsi con gli studi della sociologa Emilie Altenloh può rimediare semplicemente guardando al fenomeno degli elicotteri neri alimentato da serie tv come X-files, oppure a tutta la produzione di successo gravitante intorno ai dubbi post 11 Settembre e alla sfiducia sulle versioni ufficiali di alcuni grandi fenomeni politici (Alias, 24 ore). I due mondi, quindi – quello reale e quello narrativo –, si influenzano eccome, e non è un caso dunque che oggi, di pellicole simili per suggerimenti cospirazionisti proposti allo spettatore, non se ne veda nemmeno l’ombra se non in chiave antirussa (Stranger things 3). 

L’iconico “Uomo che fuma” della serie “X-files”. L’uomo lavora per un’organizzazione segreta che ha il compito di nascondere all’opinione pubblica i rapporti tra il governo e gli alieni. “Trust no one”, infatti, recita uno dei poster

Andando più o meno a memoria, le ultime pellicole complottarde sembrano fermarsi proprio nello stesso periodo in cui il concetto di complotto perde di credibilità nell’immaginario pubblico. Tra i tentativi ricordiamo Moon (2009), che utilizzava il gioco della clonazione per far scoprire ai protagonisti e poi a tutta la popolazione l’inganno in cui avevano sempre vissuto: la più grande corporation energetica del pianeta utilizzava i cloni dello stesso individuo per svolgere lavori di manutenzione nello spazio. I corpi dei cloni, una volta “esauriti”, venivano ammassati in una sala segreta, così da risparmiare sulla formazione di nuovi astronauti. E ancora, sempre tra le ultime manifestazioni di dubbio sulle narrazioni ufficiali, potremmo ricordare il discorso implicito proposto da Nolan in Inception (2010). I fanatici del “dagli al complottista” sghignazzeranno, ma l’idea dell’innesto di un pensiero nella mente altrui, organizzato per giunta da una società privata para-criminale, non fa forse riferimento al lavoro di martellamento mediatico con cui si convince di qualsiasi stortura anche l’individuo più scafato?

E ancora, sempre con Nolan, questa volta in Memento (2000), rideranno di un’interpretazione che vada oltre al riconoscimento del puzzle film fine a stesso, per arrivare piuttosto a indicare allo spettatore che ciò che gli appare per primo e superficialmente non è la realtà, e cioè che c’è sempre qualcosa – in quel caso l’istanza narrativa – a manipolare immagini e verità. Stesso discorso ma più esplicito per Shutter Island (2010), in cui protagonista e spettatore sono vittime di una grande orchestrazione ai loro danni, e ancora per il capostipite Matrix che fa già paura ai soliti noti – , per The Truman show e via dicendo, come si sottolinea nel testo Vero come le finzioni, contenuto in L’innesto. Realtà e finzioni da matrix a 1Q84 di Re e Cinquegrani. Si tratta, insomma, di prodotti dell’industria culturale che hanno aderito a un sentimento diffuso nel pubblico dei primi del 2000, ossia quello segnato da un approccio precario alla realtà e da una diffidenza nei confronti di ogni narrazione calata dall’alto. Il complotto è dunque ciò che ha alimentato una bella fetta del nostro immaginario, contribuendo in certi casi a incrementare lo scetticismo nei confronti dei grandi gruppi d’interesse, dei governi delle superpotenze mondiali, di certe fisse mediatiche. 

La particolare struttura a incasso di Mmemento si adatta bene all’idea della realtà occultata, sempre nascosta in un livello più profondo. Il film di Nolan gioca proprio con questo assunto

Ebbene, ora che ci hanno vietato pure di pronunciarlo, come si comporta questo cinema cospirazionista? Sembrerebbe quasi del tutto scomparso. In altre parole, quello che osservatori come Bandirali e Terrone definisco magistero di Philip Dick (concetto approfondito proprio nel testo di Re e Cinquegrani sopra evocato)  – in riferimento alle realtà fasulle costruite a getto continuo dai poteri forti (altra espressione squalificata da tempo) e poi riprese da quella tendenza cinematografica anni ’90 e primi 2000 – è oggi annullato in funzione di uno spettatore sempre più attento, nella vita reale, a sbugiardare qualsiasi accenno a giochi di potere nell’ombra, a imposizioni calate dall’alto, a disegni nascosti. Non è un caso che si sia fatta largo negli ultimi anni una pratica narrativa che sì, ammette la macchinazione occulta, ma allo stesso tempo la giustifica in nome di un bene superiore che il cittadino comune non può comprendere. Il complotto c’è, dunque, ma è a fin di bene. Basti in tal senso guardare Kingsman (2014), dove il dimezzamento della popolazione, presentato allo spettatore per mezzo della tradizionale costruzione di un villain con cui simpatizzare almeno un poco, passa quasi per una soluzione tutto sommato logica, proprio come di tanto in tanto si sente dichiarare in certe bizzarre proposte politiche d’oltreoceano. Quelle, purtroppo, realissime. 

Ma se davvero la tendenza nel dibattito pubblico è quella segnata dall’eliminazione del concetto stesso di complotto, gli effetti sul cinema porteranno davvero a neutralizzare lo spettatore, ad atrofizzarlo rispetto a un esercizio del dubbio che prima allenava grazie alla visione di certi film? È probabile. Si pensi allo sdoganamento presso il grande pubblico dell’ipotesi di servizi segreti deviati in I 3 giorni del Condor (1975), capace di portare alla luce sotto-trame già note ma mai certificate prima da un prodotto mainstream. Oppure a film di fantascienza complottista come Va’ e uccidi (1962), pellicole che oggi risulterebbero irricevibili per un pubblico tanto sensibilizzato al rifiuto del complotto come quello odierno. Immaginatevi uno di quei tizi sempre pronti a evocare la cospirazione in termini ironici, seduto al cinema a vedere il film di Frankenheimer: scapperebbe di corsa a casa, fiero di poter scrivere sul proprio blog che c’è un regista talmente tonto da credere al lavaggio del cervello sui soldati americani e che attraverso l’intrattenimento diffonde la panzana tra le menti indifese degli spettatori.

Ma sarebbe curioso anche un esercizio alternativo: pensare cioè a un Robert Redford che in Tutti gli uomini del presidente, anziché esercitare il dubbio e svelare macchinazioni nascoste, interpreta un blogger sbufalatore degli asini che volano. Roba da addormentarsi sui titoli di testa. Il punto sembra essere proprio questo: privi di un minimo allenamento al cosiddetto “pensar male” attraverso la fruizione di opere di finzione con tematizzazioni complottiste, finiremo per berci anche la più lacunosa narrazione ufficiale? Certamente potrebbe alimentare un fenomeno già in atto: tanto certo cinema, sfruttando un sentimento comune nel pubblico, ci ha aiutato a dubitare sempre, talvolta anche troppo, quanto questa nuova tendenza ci indirizzerà non solo a escludere il complotto, ma addirittura ad accettarlo di buon grado poiché tutto sommato orchestrato per un bene superiore di cui non possiamo né dobbiamo farci carico.