Qualcuno sarà di certo stato testimone dell’ultima lagna del Nanni nazionale (che ci perdonerà per la perifrasi eccessivamente sovranista) ed è proprio a quel qualcuno che volgiamo esprimere tutta la nostra solidarietà e vicinanza: caro spettatore malcapitato e malconsigliato, quanta nostalgia, eh? Quanta malinconia nel ricordo dei vecchi film politici? E quanta nei confronti dei pugnaci cineasti militanti? Questa volta il piantino è emerso per mezzo del documentario: il suo Santiago, Italia ricostruisce con filmati d’epoca ed interviste il lavoro eroico svolto dall’ambasciata italiana in Cile, che diede rifugio a centinaia di oppositori di Pinochet. Dove sta il lamentio? Sta nel fatto che questo enorme merito è stato pressato a forza in una metafora che farebbe ridere se non facesse il contrario: guardate com’eravamo – pare volerci suggerire continuamente – e guardate invece ora come siamo ridotti. Un tempo accoglievamo, oggi respingiamo.

A Salvini fischiano le orecchie, applausi scroscianti invece tra gli addetti ai lavori, standing ovation, sei stelline su cinque, undici decimi, pallini verdissimi dei critici, salotti tv in brodo di giuggiole. Eppure il nostro spettatore non pare soddisfatto: sta lì a rimuginare su un cinema politico d’altri tempi.

            “Santiago, Italia” è stato presentato lo scorso Dicembre al Torino Film Festival

Non si sprecherà inchiostro per illustrare la totale incompatibilità dei due tipi di accoglienza con cui Moretti intende giocare (offerta nel primo termine di paragone, negata nel secondo), piuttosto pare utile rilevare come ancora una volta il lamentio esasperato del regista militante abbia portato apprezzamenti nonostante un’idea tematica fondata, nella migliore delle ipotesi, su di un’interpretazione aberrante dei fatti storici, se non addirittura intellettualmente disonesta, giacché mettere sullo stesso piano fenomeni così lontani per contesto, cause, proporzioni e conseguenze non pare certo un lavoro corretto. Intendiamoci, non è una novità: la paura immotivata va di moda, specialmente tra la gente dello spettacolo. Di cosa, non si sa. Si evoca in modo approssimativo una certa situazione critica della democrazia in questo paese, per poi elencare a oltranza alcune minacce che incombono. D’altra parte il teatrino ormai è arcinoto, ne abbiamo parlato a sufficienza e di certo la manfrina non finirà a breve. Sarà che, essendo artisti – o tromboni, come li ha chiamati di recente Marcello Veneziani – vantano una sensibilità assai superiore, capace di percepire le nubi che arrivano ben prima di noialtri, oppure sarà per via del tornaconto, o magari per l’effetto branco di pecore. Sta di fatto che paura e preoccupazione sono ormai per loro termini jolly buoni per ogni occasione, ora finalmente trasposti anche sul grande schermo sottoforma di documentario.

Eccoci allora tornare a esprimere solidarietà allo spettatore sopra evocato: un tale atteggiamento da aruspice schierato e piagnucolante non rende certo giustizia a una tradizione di film politici di parte, che senza tante lacrimucce sostenevano una tesi e la portavano avanti in maniera implicita – senza cioè suggerire continuamente allo spettatore cosa pensare, come fa invece Moretti – ed eliminando patetici vittimismi. Per esempio, un nome che sarà senz’altro venuto alla mente del nostro testimone sfortunato sarà quello di Elio Petri, uno che al chiagnere ha sempre preferito la lotta e ai girotondi la falce e il martello. Non ne abbiamo la certezza, ma a giudicare dall’ormai proverbiale paura per la tenuta democratica di cui tanti saltimbanchi si riempiono la bocca, l’idea che uno si fa è che questi in La classe operaia va in paradiso avrebbero fatto i sindacalisti moderati bersagliati dallo stesso regista, o in alternativa gli universitari perdigiorno in perenne occupazione: megafoni alla bocca, slogan a buon mercato davanti ai cancelli delle fabbriche e dormite post-canna sui banchi delle aule, Nanni compreso, magari lamentandosi istericamente per la durezza del legno.

Gian Maria Volonté in “La classe operaia va in paradiso”. Prima stakanovista alienato, poi leader degli scioperi

La pellicola politica di Petri che più delle altre, alla luce dei latrati Morettiani, fa venire nostalgia di un certo modo di fare film militanti è Indagine su cittadino al di sopra di ogni sospetto. Lì, come detto, Petri lavorava su più piani per veicolare un messaggio che arrivasse allo spettatore senza far ricorso a metafore forzate: da una parte utilizzava il giallo – genere egemonico in quegli anni, con il western in fase discendente – per mascherare l’intento militante, da un’altra faceva invece emergere il discorso accusatorio nei confronti del sistema di polizia e da un’altra ancora lanciava bordate quasi subliminali contro il dirigente interpretato da Gian Maria Volonté. È proprio su questo livello che il malcapitato spettatore di Santiago, Italia nota l’abisso che separa i due modi di usare il cinema per esprimere opinioni.

Nello specifico, è stato rintracciato nella pellicola di Petri un particolare discorso sulla sessualità e sul controllo, capace di massacrare il protagonista-antieroe su di un livello ben più profondo ed efficace di qualunque similitudine sconnessa, oltretutto sfruttando appieno le potenzialità del linguaggio cinematografico. Prendiamo la prima scena: il poliziotto guarda in macchina quasi a convocare il dispositivo, quasi a darle il permesso di riprendere ciò che lui ha in mente di fare, cioè uccidere l’amante. Ebbene, questa infrazione della regola, ossia la rottura della quarta parete, è utile a Petri per avviare già a inizio pellicola la propria tematizzazione, cioè una forte critica ad un potere che controlla i cittadini e ne invade l’intimo senza timore di esserne incolpato: ecco che quella sorta di convocazione della macchina da presa diventa emblema di assoluto controllo, di rottura di una regola giustificata dal potere abnorme di cui il protagonista abusa. In altre parole, il personaggio di Volonté è talmente potente da sovvertire le leggi della messa in scena classica.

È proprio sui titoli di testa che il protagonista, con un cenno di comando, chiama in causa la macchina da presa lungo la cancellata che porta all’appartamento dell’amante

Come distruggere, dunque, un personaggio che vanta una tale forza? La sberla più o meno implicita assestata da Petri al poliziotto risiede proprio nella sua sfera sessuale: in sei flashback riviviamo alcuni momenti della relazione tra il protagonista e l’amante. In uno di questi l’intraprendente donna lo prende di mira per le scarse abilità amatorie, unite a non meglio precisate perversioni. Questa messa in discussione della mascolinità sarà uno dei motivi per cui scatterà in lui il desiderio di ucciderla, ma ciò che più di tutto lo farà esplodere sarà la scoperta che la propria amante si incontra anche con un giovane contestatore.

Il risultato è che, dopo un interrogatorio fallimentare di Volonté al ragazzo in questione, questo avrà la meglio in commissariato (dal momento che il protagonista apparirà come bloccato, impossibilitato a fare domande scomode al rivale, dunque impotente anche sul posto di lavoro), in politica (il contestatore massacra simbolicamente il dominio della polizia) e perfino a letto con l’amante. Il potere tanto vantato nella prima sequenza viene dunque smontato pezzo per pezzo e infine ribaltato su tutti i fronti in cui il commissario agisce: polizia, lotta politica, sesso.

Il secondo interrogato è il giovane amante della donna uccisa, rivale in amore e in politica del protagonista.

Petri, semplicemente, usa il cinema. Ecco perché il nostro spettatore appare così nostalgico: tirare di fioretto all’attuale governo è roba che sta bene su Twitter o in qualche show televisivo di seconda serata, di certo non in una sala cinematografica e oltretutto in film che passano per grandi opere d’autore: quelle di Petri erano coltellate, quelle di Moretti paiono carezze, peraltro basate su presupposti errati e paragoni senza arte né parte. Eppure la lacrimuccia è di tendenza anche nel palazzo ed ha già eletto la propria mater lacrimarum, aprendo la strada ad una sorta di From “Santiago, Italia” to Emma Bonino, per parafrasare il più noto From Caligari to Hitler di Horkheimer.

Lì il sociologo tedesco indagava quanto il film espressionista covasse i germi del Nazismo, nel nostro caso dovrebbe fare il medesimo esercizio con il documentario in questione e la politica del chiagni e fotti, di cui avevamo già avuto sentore con la performance della professoressa bocconiana qualche anno fa, ora rinfocolata da piùeuropeisti di ogni sorta. Ci ferma il fatto che mettere a confronto termini di paragone così distanti pare perfino a noi un’operazione scorretta, guarda caso quasi quanto quella messa su dal Nanni, che però, si sa, ha sempre ragione. Ci limiteremmo dunque a chiedergli e urlargli Ma che paragoni fa? I paragoni sono importanti! Ma immaginiamo già la reazione e allora ci arrendiamo prima che inizi la nenia.