26 aprile 1986. Una data questa che il mondo non dimenticherà mai. Quel giorno (anzi quella notte, perché l’evento epocale in questione si è verificato per la precisione all’1:23), esplode uno dei quattro reattori della centrale nucleare di Chernobyl. Con effetti i cui artigli tragici e velenosi graffiano ancora oggi. Nell’imminenza del trentatreesimo anniversario di un dramma che ha coinvolto in vari modi e sotto vari aspetti tutto il pianeta, è uscita una miniserie americana e britannica. Diretta da Johan Renck, prodotta da HBO e trasmessa da Sky, si intitola semplicemente “Chernobyl”. E sta già facendo molto parlare di sé per l’enorme successo raggiunto in termini di audience e gradimento del pubblico.

L’intenzione di chi l’ha girata è quella di raccontare, in cinque puntate di circa un’ora ciascuna, quel che accadde in una lontana primavera sovietica, con particolare attenzione alla verità sulle cause del disastro, sulle responsabilità, sulla gestione dell’emergenza. E soprattutto sugli uomini che, eroicamente e disinteressatamente, hanno affrontato quanto successo. Anche, a volte, a costo della vita.

Intento raggiunto? Dopo aver visto “Chernobyl” (la prima puntata è andata in onda il 10 giugno su Sky Atlantic e a seguire le altre, ora tutte disponibili sui principali canali streaming della nota piattaforma televisiva a pagamento) sappiamo qualcosa in più di prima di quanto realmente accaduto nella centrale “Vladimir Ilic Lenin”? La risposta è “ni”. Perché quella di cui stiamo parlando è pur sempre una serie TV, che per quanto ben fatta e al netto delle concessioni legate alla drammaturgia, lascia comunque inevitabilmente spazio all’interpretazione più o meno sensazionalistica che degli eventi rappresentati ha dato chi l’ha realizzata.

Certo, per chi sa poco o nulla della più grande tragedia nucleare della storia, guardare il prodotto HBO-Sky potrebbe rappresentare un buon punto di partenza per capirci qualcosa. Ma quel che si vede sul piccolo schermo non deve essere preso per oro colato. Su questo fondamentale aspetto, valgono le parole di Vittorio Nicola Rangeloni. Che dopo aver visto “Chernobyl” ed essendo personalmente toccato dall’accaduto (suo nonno, racconta lui stesso, prese parte alla liquidazione della catastrofe nucleare), ha scritto in proposito una lunga riflessione. Scrive tra l’altro il collega giornalista:

Molti critici in Italia e nel mondo hanno descritto questa miniserie come un tentativo di raccontare verità mai raccontate. Milioni di persone crederanno che questa sia la vera storia, sebbene siano già stati precedentemente scritti decine di libri e di racconti e nonostante le testimonianze e i documentari che hanno narrato una cronologia e una storia differenti.

Non va insomma dimenticato che la miniserie targata HBO è pur sempre un film. Ispirato ad una storia vera certo. Ma chi lo guarda deve o dovrebbe farlo sapendo che non tutto quel che viene rappresentato (situazioni, persone, tempi, ecc.) è necessariamente in tutto e per tutto reale.

Moltissimi dettagli dell’epoca (ambientazioni, mezzi, costumi) sono stati ricostruiti con grande attenzione. Ma, facendo un confronto tra la narrazione della miniserie e quanto emerge da diverse fonti storiche consultate, ne risulta un quadro di più o meno voluta distorsione di alcuni fatti e personaggi. Senza voler anticipare troppo e togliere al lettore la voglia di vedere la serie TV (che a nostro avviso, pur con tutti i limiti che stiamo via via indicando, merita di essere vista), evidenziamo solo alcuni elementi.

Sorvoliamo sulla compressione dei tempi, per esigenze narrative fin troppo abbreviati (per esempio: si vedono persone che durante la notte escono in strada a guardare l’esplosione; in realtà la gente verrà a conoscenza dell’accaduto soltanto la mattina dopo; e ancora la rapidità con cui si manifestano gli effetti delle radiazioni: in diverse scene sono pressoché istantanei, quando in realtà per percepirli ci vogliono alcuni giorni). Al di là di questo, nella miniserie ci sono diverse altre concessioni alla finzione televisiva. Tra esse quella che riguarda la storia di uno dei protagonisti del racconto, il professor Valerij Legasov, inviato fin da subito a Chernobyl in qualità di esperto e membro della commissione che si occupò di seguire il disastro.

Valerij Alekseevič Legasov

All’inizio della prima puntata della miniserie HBO si vede Legasov che termina di registrare su alcune audiocassette un memoriale su quanto accaduto. Poi, prima di suicidarsi, le occulta vicino ad un bidone della spazzatura per non farle trovare al KGB che lo segue. Le cassette esistono. Ma sono sempre state pubbliche. E contengono dichiarazioni che il professore aveva già fatto dettagliatamente in scritti e tesi condivise con altri studiosi ed esperti. Non c’è nessun insostenibile segreto da trasmettere di nascosto dunque. 

L’opinione dello studioso Serhii Polkhy, autore di un volume intitolato “Chernobyl. La storia di una tragedia”, è che Legasov, da molti considerato un eroe ma caduto in disgrazia presso le autorità sovietiche, si sia suicidato, esattamente due anni dopo la disgrazia, per il colpo ricevuto dalla sua autostima dovuto sia al non aver ottenuto il premio di Eroe dell’URSS per il quale era stato candidato sia al fatto che alcuni suoi colleghi misero in dubbio il suo operato e non accettarono i suoi progetti finalizzati al rafforzamento della sicurezza dei reattori nucleari.

C’è poi ancora l’eccessiva negatività con cui, nella serie TV, è descritto il capo ingegnere della centrale Anatolij Djatlov, che appare come arrogante e mosso esclusivamente dall’ambizione personale. Nella realtà lo stesso Dijatlov, insieme a tutti i suoi collaboratori, tentò di fare il possibile per riparare agli errori commessi.

È vero che fu una persona severa, che il personale ebbe paura di lui e che la sua apparizione creava un’atmosfera tesa. Comunque fu un esperto altamente qualificato e il disastro fu causato non dal suo stile autoritario ma dalle imperfezioni del reattore

ha dichiarato in un’intervista Oleksiy Breus, ingegnere esperto per la gestione del reattore nel blocco n.4 (quello in cui si verificò l’esplosione fatale).

Secondo Vittorio Nicola Rangeloni, infine,

per ottenere un prodotto il più possibile fedele alla realtà, la produzione avrebbe dovuto sin dall’inizio del progetto compiere un lavoro ancor più delicato rispetto allo studio della storia, del contesto e dei personaggi coinvolti. Avrebbe dovuto studiare la mentalità della popolazione sovietica e del suo sistema. Cosa che non è stata fatta fino in fondo.

Con il risultato di aver ricalcato in molte scene i soliti luoghi comuni sull’Unione Sovietica. Come lo stereotipo dell’anziano funzionario di partito che, nel corso di una riunione del comitato di emergenza poco dopo l’esplosione, interviene chiudendo ogni discussione sull’evacuazione della zona decidendo di isolarla completamente per non creare allarmismi e, soprattutto, per evitare fughe di notizie che avrebbero distrutto la reputazione dello Stato. In realtà Pripyat (la città sorta nelle immediate vicinanze della centrale nucleare di Chernobyl) non fu affatto isolata: chi voleva e poteva era infatti libero di allontanarsi. 

Anatolij Stepanovič Djatlov

In linea generale la storia è realistica. Ma molti importanti dettagli sono raccontati in modo sbagliato. E molti atti eroici compiuti in quelle drammatiche circostanze sono sottovalutati o non raccontati affatto commenta ancora Rangeloni.

Resta in ogni caso un dato di fatto: pur contenendo imprecisioni, la miniserie HBO pone l’accento sulla dimensione umana della tragedia nucleare di Chernobyl, sia per quanto riguarda le vittime della stessa, sia, almeno in parte, per quanto attiene a chi l’ha eroicamente affrontata. Con livelli, a parere di chi scrive, che in alcuni casi sfiorano un lirismo di impatto emotivo notevolissimo.

C’è poi un’ultima importante considerazione da fare: la visione della serie TV sembra aver creato una nuova ondata di attenzione ed interesse per le testimonianze documentaristiche e i materiali storici relativi a quanto accaduto il 26 aprile 1986. E in tempi come quelli odierni, in cui la superficialità dell’informazione “made in social network” pare avere la meglio, è un risultato tutt’altro che da disprezzare.