Noi siamo la nostra mente e, come tali, siamo trasferibili e replicabili? Cosa accadrebbe se qualcuno potesse guardare con i nostri occhi, vedere i nostri ricordi? In un mondo in cui tutto è simulabile, a cosa può condurre la mancanza di empatia? E cosa c’entrano i robottini killer con tutto il resto? Queste le domande che attraversano la quarta stagione di Black Mirror; e questi, uno per uno, i suoi episodi. Buona lettura e buona visione.

01. USS CALLISTER

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Cosa succede ai personaggi dei videogiochi quando non sono videogiocati? Nel primo episodio della quarta stagione di Black Mirror, Toy Story incontra Matrix. L’ambientazione è un videogioco online in stile Star Trek nel quale un nerd incattivito e malvagio imprigiona i cloni, coscienti e digitali, delle persone che lo trattano male nella vita reale, sottoponendo le copie virtuali a sadiche angherie quando gli disobbediscono. Nulla di differente da ciò che facevamo da bambini con i soldatini (almeno, chi è abbastanza vecchio) gettati nei prati, incollati ai razzi, fatti esplodere con i petardi; o dalle più recenti vicissitudini con i videogiochi simulativi tipo Sim City (quanti hanno provocato volontariamente disastri naturali nella propria città?) e The Sims. Salvo ovviamente che, nella finzione filmica di Black Mirror, i personaggi digitali sono senzienti.

Cosa succede dunque se il (naturale?) sadismo preadoloescenziale, il desiderio di sentirsi padroni assoluti del proprio mondo immaginario si incontra con un’adolescenza quasi eterna e con simulazioni sempre più realistiche? L’esito deteriore è un’assenza di empatia online che rischia di tramutarsi in un incattivimento offline.  Le persone fabbricano un proprio mondo che media la realtà attraverso social e multiplayer, salvo scoprire di esser chiusi dentro, piuttosto di aver chiuso fuori gli altri. Fino a che punto può insinuarsi nella quotidianità il sadismo online? I cloni digitali, le intelligenze artificiali, hanno vere identità anche se sono semplici righe di programma? A queste due ultime e interessanti suggestioni la prima puntata di Black Mirror non risponde, rimanendo nei toni molto più leggera e molto meno inquietante di quanto la serie ci abbia abituato in passato.

 

Episodio natalizio.

02. ARKANGEL

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Edipo si cavò gli occhi perché troppo aveva visto, ovvero troppo aveva saputo; troppo poco, almeno per buona parte della sua vita, è invece quanto ha visto la giovane protagonista di Arkangel. Questo secondo episodio, diretto da Jodie Foster, ci riporta nelle atmosfere distopiche che hanno fatto il successo della serie, presentandoci un programma, Arkangel appunto, che permette di installare un gps/visore nella mente dei bambini affinché i genitori letteralmente non li perdano mai di vista, arrivando addirittura alla possibilità di filtrare ciò che i figli vedono. Il tema principale è da ormai vent’anni uno dei più centrali nella instabile civiltà occidentale: qual è l’equilibrio tra libertà e sicurezza, tra controllo e censura? Essere umani d’altronde significa anche sbagliare, farsi male, ingannare, cosa succederebbe se togliessimo alle persone ogni possibilità di fare e farsi del male? Sarebbe un mondo perfetto, o sarebbe un inferno? Le due differenti posizioni sono incarnate nell’episodio da madre e figlia, la prima simbolo di un impossibile controllo amorevole, ma eccessivo e invadente, la seconda di un desiderio di libertà necessario per crescere, anche a costo di farsi male. Le dinamiche tra le due differenti visioni sono schematicamente ma efficacemente mostrate nei 50 minuti che ci lasceranno, come è giusto che sia, con più domande che risposte.

È perciò facile accusare la madre di soffocare la figlia, ricordando come un tempo i figli fossero gettati nella mischia senza troppi complimenti; ma nel mondo in cui viviamo oggi tutti hanno accesso a una quantità senza precedenti di informazioni pericolose. Già giovanissimi si può accedere a film horror d’incredibile violenza e realismo, esecuzioni per mano dei terroristi, ogni genere di pornografia. In un mondo del genere la paranoia della madre è poi tanto incomprensibile? Censurare, per brutto che istintivamente appaia il verbo, è così sbagliato? Voler evitare ai figli di ripetere i nostri stessi errori, di vivere esperienze che noi a nostro tempo abbiamo vissuto, è da ipocriti o da bravi genitori? Le risposte non possono che essere aperte e filosofiche. Per la Foster il tema è quello del libero arbitrio: se non siamo liberi di scegliere, non possiamo far nulla di giusto. L’etica è l’applicazione concreta dei concetti astratti di bene e male, è la decisione tra fare e non fare, perciò non può esistere in capo a chi non abbia la possibilità di determinarsi. Sceglie quindi la libertà riuscendo però a non condannare (sarebbe stato troppo facile) la madre, simbolicamente accecata come Edipo, e a non cadere celebrare come idilliaca una libertà che, per necessaria che sia, è nel mondo di oggi sempre più pericolosa.

 

Episodio esistenzialista.

03. CROCODILE

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Due ragazzi, ubriachi e innamorati dopo una notte in discoteca, investono un ciclista e lo ammazzano. La coppia decide di disfarsi del cadavere; ma nel paesaggio freddo e deserto dell’Islanda un macchinario in grado di leggere i ricordi delle persone, utilizzato dalla polizia e dalle assicurazioni per raccogliere prove di crimini e incidenti, verrà a tormentarli, provocando una reazione a catena di violenza crescente.

Di nuovo la colpa, di nuovo il guardare come partecipazione: se tutto è registrato, vedere o non vedere può fare la differenza anche tra vita e morte. Sembra impossibile liberarsi dei propri ricordi e se non è possibile dimenticare non è possibile nemmeno perdonare e perdonarsi. L’episodio può esser letto come contraltare e sviluppo di “Arkangel”: in un futuro nel quale sarà sempre più difficile farla franca con la legge, la gente sarà più o meno buona? In questo episodio si osserva a cosa una singola persona, buona ma che ha sbagliato, può essere portata. Più che la tecnologia ad essere protagonista dell’episodio è l’istinto di conservazione umano. Tappa minore dell’antologia di Black Mirror, che non ci lascia nulla di particolare se non un amaro colpo di scena finale e gli spettacolari scenari dell’eterno gelo islandese.

 

Episodio freddo.

04. HANG THE DJ

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L’amore è rivolta anti-sistema, questo potrebbe essere il riassunto del quarto episodio, nel quale siamo catapultati in un mondo quasi asettico, “Il sistema” appunto, nel quale un programma accoppia le persone dando alle loro relazioni una durata predeterminata, così da metterle alla prova e trovargli l’anima gemella. I due teneri protagonisti si trovano, si perdono e si ritrovano come nelle migliori commedie romantiche, si domandano come fosse possibile prima del “sistema” creare relazioni stabili, si fanno domande sul mondo in cui vivono e sull’onnipotenza del programma che li unisce, quasi equivalente al destino.  A un livello superficiale la suggestione più interessante è data dalle relazioni con la data di scadenza: sapere in anticipo quanto durerà una storia è un bene o un male? Ritorna il tema del libero arbitrio, dell’uomo che non vuole sentirsi macchina, ma irrazionale e istintivo, e che dunque non è in grado di accettare meccanicamente ciò che un programma gli ordina di fare.  Ma il ragionamento può essere condotto oltre: in un mondo nel quale abbiamo potenzialmente accesso a milioni di persone, partecipi della quotidianità di amici e conoscenti con un’intimità che era impensabile anche solo pochi anni fa, è ancora possibile conoscere e scegliere? Tanto più se a ciò si accompagna un’educazione emotiva sempre più approssimativa, un’attitudine sempre minore al contatto diretto e all’empatia.

Il risultato è il ricorso diffuso non solo al dating online, ma a agenzie/programmi che “accoppiano” matematicamente, levandoci il dubbio della scelta. L’assunto dell’uomo istintivo e irrazionale cade, sostituito da un uomo docile che è stanco di sbagliare continuamente e si accontenta volentieri di quello che gli viene offerto. Il dubbio della scelta diviene così paradosso. Lo verifichiamo nell’acquisto: dal negozio sotto casa in cui le disponibilità erano poche decine di prodotti e andavano alle volte prenotate, fino ai grandi siti online con milioni di prodotti consegnati a domicilio, l’escalation di offerta commerciale rende più o meno facile scegliere? Avere accesso a milioni di prodotti, come a milioni di persone, ci spinge in un primo momento a non accontentarci di ciò che c’è, sembrandoci legittimo all’interno di una così vasta offerta pretendere il prodotto/persona ideale e perfetto. Perciò, non possiamo essere davvero mai soddisfatti. Non solo. Le possibilità sono tante e tali che è virtualmente impossibile scorrerle tutta: finiamo allora per affidarci alla pubblicità (del prodotto o della persona, autopromossa sui social), al consigliato o correlato. Insomma, è lo strumento di mediazione a scegliere statisticamente per noi, valutando tutte le nostre esperienze precedenti (sentimentali e d’acquisto) e sulla base delle nostre scelte ci consiglia (leggi: impone) nuove scelte coerenti con le precedenti. Che sia un algoritmo, il destino o un interesse a muovere questi suggerimenti è una domanda aperta.

 

Episodio spikejonziano.

05. METALHEAD

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In una campagna scozzese post-apocalittica, un gruppo di sopravvissuti fugge da un robot assassino che dà loro la caccia. Questo è quanto. L’episodio ha molto diviso i fan per la sua totale assenza di contesto, spiegazioni, interpretazioni. Ci sono ottime ragioni per detestarlo e ottime ragioni per amarlo. Partiamo da queste ultime: è girato, fotografato, montato e gestito in maniera incredibile. Ottima recitazione. Ottime animazioni digitali. Dal punto di vista puramente artistico, è probabilmente il miglior episodio della serie, non solo di questa stagione. Pressoché nessun dialogo, presenza scenica della protagonista continua e convincente, livello di tensione sempre molto alto, quest’episodio sarebbe in realtà pronto per il cinema – se solo avesse un senso. Sembra la metà di un bellissimo film, che consiglierei volentieri a tutti di vedere: solo che la metà mancante è quella importante. Ci si può abbandonare al godimento estetico di quest’episodio, ma non siamo più all’interno di Black Mirror, il cui obiettivo è quello di far riflettere, provocare, attraverso distopie tecnologiche di un futuro prossimo.

Quindi certo, il robottino che insegue la protagonista può essere un riferimento ai cani robot sviluppati dalla Boston Robotics, qualcosa quindi che già esiste e “ci minaccia”. Ad aver ancor più fiducia in Slade e Brooker, regista e sceneggiatore, potremmo pensare alla nascita di un genere, lo slayer-robotico, con al posto di Michael Mayers il malvagio cane bionico (che a un certo punto si dota anche di un coltello, nella migliore tradizione del genere). Ma mentiremmo a noi stessi. È come se avessero messo un ottimo episodio di Breaking Bad dentro How I met your mother: bello che sia, non sarebbe giusto definirlo avanguardistico, ma semplicemente nella serie sbagliata. Auguriamo agli autori di contestualizzarlo e farne un film di 100 minuti perché sarebbe, probabilmente, un bellissimo esperimento.

 

Episodio divisivo.

06. BLACK MUSEUM

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Finale col botto con una sorta di antologia di episodi dentro l’episodio. Una ragazza in viaggio per il deserto degli Stati Uniti Occidentali si imbatte in un curioso museo e nel suo ancor più particolare curatore-proprietario; gli oggetti esposti sono l’occasione per racconti dal contenuto etico via via più controverso, fino a un finale a sorpresa che non è proprio il caso di rovinare a nessuno. Con riferimento anche ad episodi precedenti, ci è fatta una sorta di panoramica di quello che la scienza del distopico futuro di Black Mirror è in grado di combinare con la coscienza umana. L’intelligenza, la voce nella nostra testa, diviene così definitivamente un hard disk, un flusso di dati. Condannata ad essere solo sequenza di uno e di zeri è in questo modo plasmata, trasferita, ricombinata, clonata: nel momento in cui iniziamo a decodificare il funzionamento cerebrale, ecco che questo – e dunque, l’uomo – diviene da soggetto a semplice oggetto. Tante volte è stato affrontato il tema dell’intelligenza artificiale, in molte maniere differenti ci siamo posti la questione di come e con quali conseguenze questa possa prendere vita e consapevolezza; in questo geniale episodio le domande saranno di segno opposto: quando un’intelligenza umana cessa di essere tale e diventa puramente artificiale, priva di un’anima? Se fossimo in grado di scollegare definitivamente un’identità dal suo supporto fisico, cosa diventerebbe?

Anche con riferimento alla contemporaneità, forse il rischio maggiore che corre l’umanità è quello di diventare una somma di esistenze esclusivamente mentali. Il nostro pensiero non è più la nostra rampa di lancio verso l’esterno, ma una prigione. Chiusi dentro noi stessi, siamo costretti a guardare senza poter toccare, utilizzando (la percezione delle) sensazioni altrui. I corpi diventano involucri e supporti, la loro funzione è quella di strumenti di dolore e di piacere, nulla di più. Piuttosto che parte del nostro ente, sono estensioni funzionali e fallaci della nostra mente, delle quali liberarci quando inutili. L’eternità, stupenda o diabolica, è irraggiungibile fisicamente, ma può essere garantita al nostro pensare, al nostro sentire, insomma a ciò che noi interpretiamo come noi. L’avevamo visto nel – popolarissimo – episodio San Junipero della terza stagione, dove ci veniva mostrato un paradiso di coscienze digitali: in questo Black Museum, che ne è una sorta di prequel, ci viene invece illustrato l’inferno. Siamo lontani molto più di un paio di secoli da “io è un altro” del veggente Rimbaud, il quale con la lucidità del poeta adolescente riconosceva la verità degli istinti e dell’irrazionale umano. La nostra mente è ospite del corpo. A renderci ciò che siamo è il nostro essere limitati nel tempo e nello spazio: fuggiamo le sirene dell’immortalità, gustiamoci il mondo fisico, godiamoci la nostra stupida, meravigliosa, difficoltà.

 

Episodio elettrizzante.