Una lunga tradizione, dal dr. Frankenstein in poi, sembra dirci che non si può avere un reale controllo su ciò che si crea. Vale per la produzione intellettuale: scriviamo, comunichiamo, ma non possiamo immaginare a priori vita e diffusione, interpretazione o fraintendimento di quanto facciamo. Vale per la creazione materiale. Vale, a maggior ragione, per le forme di vita biologica. Creature di laboratorio, animali domestici o da allevamento; in maniera simile e differente, la prole.

Una scena tratta da "La moglie di Frankenstein", J. Whale, 1935

Una scena tratta da “La moglie di Frankenstein”, J. Whale (1935)

Frankenstein, come un padre e una madre, creò la vita con generosità forse, ma inconsapevole fino in fondo degli esiti. Il figlio che non segue la volontà dei genitori è d’altronde il canovaccio di moltissime storie. Il rapporto che irrevocabilmente li lega è al contempo un’aspettativa tradita o soddisfatta, un peso lieto o insopportabile. Tale è il vincolo della creazione: responsabilità e senso del possesso portano il creatore a credersi proprietario e guardiano della creatura; la creatura a desiderare di guadagnarsi individualità e libertà dal creatore.

Che le creazioni possano avere vita propria è chiarissimo a Ridley Scott, che ne ha sofferto a livello artistico anche per il suo Alien, del 1979: una pietra miliare, la prima fusione a quel livello e con quel successo di horror e fantascienza. La trama è semplicissima: un mostro alieno entra nel corpo di un astronauta nello spazio, lo infesta, si libera e passa il film a sterminare il resto della spedizione. Il film ha però una complessità che sta nel valore delle intense allegorie/simbologie, creando un’atmosfera di pericolo costante, aggressivo, resa magistralmente.

Il mostro di "Alien", R. Scott (1979)

Il mostro di “Alien”, R. Scott (1979)

Qualche anno dopo Ridley Scott sperimenterà la prima crisi da creatore: la realizzazione del suo altro (e maggiore) capolavoro, Blade Runner, è a dir poco travagliata. La versione uscita nei cinema nel 1982 non è la sua, bensì dei produttori; aspetterà 10 anni per poter diffondere la versione Director’s cut e 25 per la Final cut, la sua visione originale. E anche Alien gli viene in un certo senso sottratto: Aliens, sequel del 1986, è diretto da James Cameron ed è uno dei migliori film di azione fantascientifica di sempre. La trama è ancora più semplice: la sopravvissuta del primo film finisce su un pianeta dove invece che un mostro ce ne sono a decine e invece che qualche morte ne vediamo decine. Più esplosioni, più spari, eccetera. I successivi episodi del franchise (Alien 3, Alien: la clonazione, Alien vs. Predator, Alien vs. Predator 2) prendono una china discendente, fino quasi all’autoparodia negli scontri con Predator.

Uno degli antichi alieni di "Prometheus", R. Scott (2012)

Uno degli antichi alieni di “Prometheus”, R. Scott (2012)

È solo con Prometheus, il prequel di Alien uscito nel 2012, e con il successivo Alien: Covenant del 2017, che Ridley Scott torna a dirigere il suo mostro, consegnandoci una (ri)lettura matura del suo capolavoro e affrontando esplicitamente il tema del prezzo della creazione. L’alieno, che nella pellicola originale appariva senza troppe premesse, alla luce di questi nuovi episodi diviene una sorta di Frankenstein al quadrato. Non è un caso, per cominciare, se il sottotitolo del romanzo della Shelley era proprio “il moderno Prometeo”, riferito allo scienziato.

Copertina del Frankenstein di Mary Shelley, con la citazione dell'Adamo di John Milton: "Ti chiesi io, Creatore, dall'argilla / di crearmi uomo, ti chiesi io / dall'oscurità di promuovermi...? "

Copertina del Frankenstein di Mary Shelley, con la citazione dell’Adamo di John Milton: “Ti chiesi io, Creatore, dall’argilla / di crearmi uomo, ti chiesi io / dall’oscurità di promuovermi…? “

Nel Prometeo di Scott, scopriamo che è stata una razza aliena a portare la vita sulla Terra, milioni di anni fa; in un futuro prossimo, un tecnocrate centenario ed eccentrico spende la sua fortuna per cercare questa razza aliena. Il sogno è conoscere – e affrontare? – i nostri creatori. L’incontro non va bene, la spedizione si imbatte in un potentissimo virus che David, un ibrido robot-uomo dal nome biblico e interpretato da Michael Fassbender, decide crudelmente di inoculare negli umani della spedizione. Seguono il disastro della nascita di un mostro alieno e Alien: Covenant, nel quale David sviluppa l’ambizione di creare una nuova razza e, nel farlo, finisce per sterminare la civiltà aliena che aveva creato l’uomo. Si chiude così il cerchio di nascita/distruzione.

David, il replicante di "Prometheus"(2012) e di "Alien:Covenant" (2017), interpretato da Michael Fassbender

David, il replicante di “Prometheus”(2012) e di “Alien:Covenant” (2017), interpretato da Michael Fassbender

David è il vero protagonista di questo doppio film. Nel primo episodio è animato dalla malvagità ingenua di un bambino che brucia le formiche con la lente d’ingrandimento. La sua non è aggressività, ma curiosità senza limiti, prevaricatrice. Non conosce il valore e la potenza della vita. Ne diviene invece cosciente nel secondo episodio, completando la rivolta contro il suo creatore, affezionandosi alla sua creatura terribile e selvaggia; la sua esistenza trova realizzazione nel creare questa nuova, invincibile, stirpe.

Sul piano individuale-biologico, mai Ridley Scott (dal primo Alien in poi) era stato tanto vicino al genio carnale di Cronenberg. La nascita e moltiplicazione dei mostri sono un’allegoria horror della riproduzione sessuale: le creature aliene fecondano gli uomini/vittime invadendoli, penetrandoli violentemente in bocca e facendo crescere dentro di loro qualcosa che muta e lacera il loro corpo. Un’accelerazione mortale della riproduzione umana; non è forse il parto l’espulsione di un organismo ospite dal proprio, in una sorta di lenta esplosione?

La nascita del mostro in "Alien", R. Scott, (1979)

La nascita del mostro in “Alien”, R. Scott (1979)

Sul piano collettivo-politico, la tentazione (banale) potrebbe essere quella di parlare (solo) di eugenetica. Il folle robot Fassbender promuove una forma di vita geneticamente superiore che elimini le forme inferiori. Non è questo il punto più interessante, però.

La vicenda umana a quanto pare consiste semplicemente nel fatto che l’uomo deve dimostrare a se stesso, in ogni istante, che lui è un uomo e non un tasto

scrive Dostoevskij, ricordandoci che il creatore agisce per imprimere sé stesso nella creazione, divenendo attraverso di essa individuo e cercando l’immortalità. Nel fare ciò il rischio è essere posseduti dal  processo creativo e dalla creazione, piuttosto che l’opposto: diviene facile sentirsi come (un) dio. La creatura diviene giustificazione e senso, ma al tempo stesso può guadagnare a sua volta volontà.

Il mostro alieno creato da David, come lo stesso David, come il mostro di Frankenstein e lo stesso Adamo del Paradiso Perduto di John Milton, citato proprio da Mary Shelley nel suo “Prometeo moderno”: tutti costoro non hanno chiesto né di nascere né di essere così ai loro creatori. Se appaiono inadatti, sembrano dire, non dipende da loro: essi sono incolpevoli. D’altronde la distinzione tra una vita e un meccanismo, come nel caso di David, sta nell’autonomia, nella ribellione rispetto alla funzione per la quale è pensato e costruito. Una macchina prende vita quando inizia a fare qualcosa di diverso da ciò per cui è stata creata.

Il mostro creato da David in "Alien: Covenant", R. Scott, 2017

Il mostro creato da David in “Alien: Covenant”, R. Scott (2017)

La colpa dei figli ricade allora sui padri. I mostri alieni, a metà strada tra figli e opere d’ingegno, erompono dal loro ospite, svuotandolo e uccidendolo. Il padre di David perisce per mano di questo, non riuscendo a risolvere la relazione di possesso che vede nel creato un oggetto, prima che un soggetto; il creatore, debitore di senso alla creatura, si sente sempre creditore per l’avergli dato vita. La reciproca condizione di ostaggio porta fin dal principio con sé la premonizione che il creatore, per vivere attraverso la creatura, dovrà infine venirne superato o ucciso.

Sir Arthur Conan Doyle fu vittima della sua creatura letteraria: quando cercò di uccidere Sherlock Holmes gli fu impedito dal pubblico e lo dovette far tornare in vita. Non gli apparteneva più. Ridley Scott compie un percorso diverso: la sua creatura gli è stata sottratta, ora se ne riappropria scrivendone la genesi. Lo trasforma nel Moderno Frankenstein. Ci consegna una profondità maggiore, dedicando due film alla genealogia del suo mostro: non l’alieno, ma la pellicola.

Nel farlo ci conduce attraverso un cosmo disordinato, di tradizione olimpica, ma dal sapore orientale, nel quale i figli divorano i padri (anche cinematografici), in un ciclo eterno di morte, rinascita e sopraffazione che vedrà presto o tardi perire anche gli uomini. Il monito, per chi vuole ascoltarlo, è collettivo e individuale al tempo stesso: colui che forma una discendenza crea il suo assassino. Il privilegio della creazione si paga, immancabilmente, con l’accettazione della morte.